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Archive for the ‘Racconto’ Category

Afa. Non era un buon inizio. I finestrini abbassati del treno 11016 delle otto del mattino davano un’illusione di fresco. Era proprio un agosto caldo, umido, faticoso. Il convoglio sfrecciava tra campi, piccole stazioni di periferia, sotto un cielo pesante di calura. Le nuvole non si vedevano. Sciopero.
Sul sedile, appoggiato allo schienale dritto composto come un militare, stava un giovane sui vent’anni, capelli corti a spazzola e occhi nocciola. Stava là seduto con le mani sulle ginocchia come se stesse ripassando una scena che nella sua mente continuava a ripetersi, sempre uguale, sempre la stessa e mai reale.
Un sospiro e cambiò posizione, si rilassò e tirò fuori dal piccolo zainetto poggiato sul sedile affianco un walkman. Infilò le cuffie e la musica inondò l’aria con potenza. Rebel rebel era la prima. Quel sound graffiante, quella decisione e limpidezza della chitarra facevano venire i brividi. Un piede iniziò a tenere il tempo e le labbra si socchiusero mimando il ritornello. Le mani invece davano concerto come se stringessero tra le dita lunghe una chitarra.
Il tempo passava lento. Le fermate diventavano più rade e il cielo si illuminava sempre di più. Il caldo aumentava e l’aria che entrava dal finestrino faceva solo il solletico. Dopo un paio d’ore arrivò alla stazione del cambio. Scese sul binario e andò alla ricerca del tabello-ne. Il prossimo treno sarebbe partito in una ventina di minuti, giusto il tempo di andare al bar e comprarsi un panino. Lo mangiò seduto su una panchina di pietra, metà all’ombra e metà al sole. Mordeva il pane con lentezza, nessuna fretta a rincorrerlo. Per il prossimo mese avrebbe assaporato tutto con calma, con avidità di sapere, di ricordare, di fissare ogni momento e ogni odore, colore, forma nella sua mente. Andava allo sbando, all’avventura. Voleva conoscere il mondo, vederlo, toccarlo, fermarlo.
Il treno Intercity arrivò al binario 4. Emozionato salì i tre gradini e andò a cercare il suo posto. Le sue mani fremevano, i suoi occhi scorrevano i numeri affissi tra un finestrino e l’altro con agitazione e un leggero batticuore. Trovato il suo posto prese a sistemare lo zainetto. E lo guardò davvero per la prima volta. Era piccolo, con poche cose dentro la grande tasca. L’essenziale dell’essenziale aveva raccattato in fretta e furia dai cassetti della sua stanza. Il portafoglio era più magro che mai, con due banconote a farsi compagnia, una da cinquanta e l’altra da centomila lire. Poi si guardò le scarpe, i pantaloni, la maglietta. Realizzò solo allora che non avrebbe combinato molto. Le sua chance di non rendersi ridicolo erano precipitate miseramente sul pavimento della carrozza 7, andando in frantumi, riducendosi in piccoli pezzetti che si infilavano sotto le poltrone. Corrucciò la fronte. E decise.
Altro tempo passò. Altri campi si profilavano davanti al suo sguardo stanco e rassegnato. La musica si mescolava al rumore delle ruote sulle rotaie, il clangore delle carrozze sballottate nel vento dava alle note una tonalità diversa, spaziale. Non più eccitato ma solo annoiato, guardava il vento dalle fessure degli occhi. Di lì a poco c’era la sua fermata. Guardò l’orologio e le lancette lo prendevano in giro, facendosi beffe di lui, del tempo a sua disposizione, così tanto, una vita davanti, eppure così poco per viverlo a pieno.
L’altoparlante gracchiò qualcosa senza riuscire a farsi sentire. Le parole uscivano dai finestrini e si perdevano nel vento.
Il giovane prese il suo zaino in spalla e attraversò il corridoio con passo calibrato, come se contasse lo spazio verso l’uscita, allo stesso tempo entrata in qualcosa che lo opprimeva. Le porte si aprirono e scese. Il treno ripartì alle sue spalle, diventate curve come se sostenessero un macigno. La testa guardava il marciapiede di cemento, le sue scarpe a dare un tono di colore in quell’ammasso di grigio. Lentamente si voltò e cominciò a camminare.

-Allora com’è andata oggi figliolo?- gli chiese sua madre tornata a casa dal lavoro.
-Le solite cose.- fece lui.
Era tornato a casa.

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I gradini del duomo erano in battuta di sole. Una striscia di luce li illuminava evidenzian-do il pulviscolo sospeso nell’aria. Il vento si era acquietato. La bandiera del municipio si era accasciata sull’asta. I piccioni, pigri e obesi, zampettavano nella piazza alla ricerca di briciole. I due leoni di marmo eretti sul lato sud della piazza troneggiavano sui turisti, gli unici che in quella calura osavano vagare per la città, fatta eccezione per qualche ambulante che tentava a tutti i costi di vendere ombrelli o accendini ai poveri malcapitati che incontrava sulla sua strada.

A vedere lo zig zagare degli stranieri che, muniti di macchina fotografica appesa al collo immortalavano i monumenti, c’era Tom. Seduto sotto il duomo con una gamba piegata e l’altra distesa fino a toccare due gradini sotto a quello su cui si era appostato, guardava, attraverso i suoi occhiali da sole, dei rayban a goccia alla James Dean, il municipio di fronte a lui e l’immobile vita attorno a lui.

Il bar di Gino era ancora chiuso. Gli ombrelloni dei tavolini esterni erano spiegati come vele contro il sole, le vasiere ai lati della porta d’ingresso si facevano custodi di geranei affaticati e piegati su se stessi. Il caldo toglieva le forze ad ogni cosa. L’orologio della torre cominciò il suo rituale di rintocchi. Prima una campana poi un’altra si susseguirono a spezzare la monotonia della piazza. Risuonarono quattro rintocchi e Tom si mise in posizione. Girò lo sguardo verso la viuzza del lato nord che univa il viale principale con la piazzetta della farmacia, quella con la fontana. Iniziò a fissare lo sbocco della via sulla piazza del duomo. Cambiò anche posizione, le gambe entrambe avvicinate e i gomiti sulle ginocchia. Il suo sguardo si posò dapprima su una signora cicciottella con una gran gonna a fiori e un cappello a tesa larga in testa, al braccio una sporta al momento vuota. Poi dietro di lei si fece strada un vecchio signore dall’aria distinta, alto e magro, trainato insistentemente da un bassotto inglese, basso ma evidentemente in piena forza. Poi arrivò lei. Avvolta in un vestito di cotone lungo fino al ginocchio, celeste chiaro con due enormi tasche all’altezza della vita. Le gambe affusolate e ancora pallide spuntavano da sotto la gonna. Al collo pendevano delle perle finte che ballonzolavano ad ogni suo passo. I capelli sciolti, lisci, splendevano al sole come miele di acacia. Per Tom avevano anche lo stesso profumo. La ragazza guardò l’orologio ed entrò di corsa da Gino. Lavorava lì. Da un mese andava ogni mercoledì ed ogni week end a dare una mano. Tom sapeva solo il suo nome e nulla più. Così da quando l’aveva vista la prima volta, si appostava ogni qualvolta ne aveva la possibilità per guardarla arrivare da lontano, con quei vestiti che diventavano sempre più leggeri mano a mano che si andava verso l’estate.

Quando la ragazza scomparve dietro la porta a vetri guardò un’ultima volta la bandiera sul pennone del municipio. Poi si alzò e andò verso il Garibaldi a cavallo per prendere l’autobus.

La bandiera si era riempita di una folata di vento.

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