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Archive for the ‘Romanzo’ Category

Mattina.

Dalle tapparelle semiaperte filtrava una luce bianca che andava a stamparsi sulla parete, di fronte alla finestra, dove torreggiava un armadio di legno scuro incassato nella parete. La stanza era in penombra e a farla sembrare ancora più buia c’erano gli altri mobili, un cassettone, una libreria e un letto matrimoniale con comodini ai lati tutti dello stesso legno noce dell’armadio.

Per la precisione erano le nove della mattina. Tardi? Per niente, anzi troppo presto semmai. Nessun impegno per cui fosse obbligato ad alzarsi, non fosse che come sveglia si era messa a tamburellare nella sua testa un’emicrania spaventosa di cui non sapeva spiegarsi il motivo. Cercò di ricordare la serata, la tizia dal caschetto biondo, la corsa in autostrada, il buio della notte, l’esito non consueto per la sua fama da tombeur. Rifletté sulle possibili cause del mal di testa. Il vino forse? Non aveva bevuto granché perché doveva guidare ma la testa gli doleva comunque tanto. Pensò che fosse stata colpa della musica nonostante nel locale ci fosse rimasto sì e no un’ora e il volume non fosse stile discoteca. Pensò che fossero i primi acciacchi dell’età, ma per un giovane a mezza strada tra i venti e i trenta non poteva certo dirsi vecchio o attempato. Con fatica si sollevò dal letto e con addosso solo i pantaloni blu a righe del pigiama, andò alla volta del bagno per recuperare un’aspirina. Una volta in piedi barcollò, sorpreso da un capogiro improvviso che lo costrinse a sedersi nuovamente.

«Piano, è solo dovuto alla velocità con cui mi sono alzato. Ora piano piano mi tiro su, appoggio una mano sul davanzale della finestra e vado in bagno.» A fatica, con movimenti lenti e circospetti, si mise ritto sulle gambe, le braccia tese a cercare appigli lungo la strada. Passo dopo passo, alla velocità di un bradipo, raggiunse l’armadietto dei medicinali. Il solo alzare lo sguardo verso il pensile più alto gli provocò una fitta alla testa che gli fece contrarre di riflesso il volto in un’espressione sofferente. Inghiottire la compressa non fu meno difficile, abbassarsi al livello del lavandino richiese più tempo del previsto e molte cautele. Appoggiato al marmo nero che ricopriva il piano del mobile si guardò allo specchio e scrutò il volto assonnato e malaticcio. Due profonde occhiaie attirarono la sua attenzione:

«Ah Filippo Filippo, che ne sarà di te?»

Scosse la testa in un moto sconsolato, infliggendosi l’ennesima fitta al cranio. Dolente, con la stessa calma con cui aveva affrontato l’andata, fece il percorso a ritroso e si nascose sotto una montagna di coperte.

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Capitolo 20

8.20 ante meridiane.

«Mh, che freddo. Brrr. Che ore sono?»

«E’ ora che ti sbrighi, non dovevi andare all’università?»

«Oddio, sono le otto e venti. Ma perchè la sveglia non ha suonato?»

«L’ho spenta prima quando mi sono alzata per andare in bagno.»

«Cosa? Ma non vai a scuola?»

«A quanto pare no, nessuno è venuto a svegliarmi.»

«Come non detto. Io vado.» Marta agguantò, dal servo vicino al suo letto, un paio di jeans e un maglione. «Torna a dormire. Ciao ciao.» e diede un bacio sulla fronte della sorella minore.

“Come rischiare di rallentare la corsa verso la laurea: fare tardi la sera, non svegliarsi al mattino, saltare il colloquio con il professor Gigli. Non è proprio da me.”

Corse in bagno e di fronte all’immagine riflessa nello specchio iniziò a sorridere. Aprì il rubinetto dell’acqua calda e lasciò che il getto caldo le coccolasse le mani intorpidite. Man mano che il torpore le si infondeva nelle dita e nei palmi, ripensava ad occhi socchiusi alla sera precedente. Anzi a poche ora prima, di quella stessa mattina, a due occhi verdi, alla neve, al labello; era stato tutto perfetto, tutto casuale e per questo perfetto nei suoi ingranaggi.

Aprì gli occhi ed esclamò ad alta voce: «Se non va così, in che altro modo può andare?» e sorridendo di una felicità porpora come le sue guance, in fretta si lavò ed uscì di casa.

 

***

 

“Sempre la stessa storia: sono in ritardo! Speriamo che il professor Gigli avesse qualche altro colloquio così posso sperare di trovarlo nel suo ufficio. Sennò… sennò devo aspettare settimana prossima e così non risolvo i miei dubbi, non passo l’appello, non inizio la tesi, non mi laureo.” Pensava tra sé fino a quando il suo pensiero esplose in un’esclamazione frutto dell’amarezza: «Perfetto. Non mi laureo!». Stava appesa davanti alle porte dell’uscita dell’autobus, pronta a schizzare fuori non appena si fossero aperte alla sua fermata. Passate le due curve schiacciò il campanello e si mise in posizione come ai blocchi di partenza.

Di lì a poco si ritrovò immersa nell’aria fredda, circondata da una folla di studenti che come lei andava all’università. Si fece largo tra giacconi, zaini, borse a tracolla e schizzò nell’imponente edificio, diretta al primo piano. Da lontano vide una chioma di capelli bruni sopra un cappotto rosso che armeggiava con la chiave dell’ufficio del professore.

«Aspetti dottoressa, aspetti!» chiamò da lontano Marta alla volta della figura femminile. «Mi scusi dottoressa, avevo appuntamento col professore, è forse già andato via?» arrivò in prossimità della donna quasi col fiatone, più per il timore di aver sfumato la sua occasione di avvinarsi alla laurea che per i gradini fatti di corsa.

«No, a dire il vero oggi non è venuto, ha lasciato detto a me. Lei è?» chiese scrutando Marta con gli occhi castani.

«Rossi, Marta Rossi. Avevo fissato l’appuntamento col professore perché non riesco a passare l’esame e volevo avere qualche consiglio o rischio di non laurearmi.» fece Marta abbassando leggermente il tono di voce per lo sconforto.

«Sì ricordo. Bene lei è fortunata, è in ritardo ma io non riesco a chiudere la porta a chiave per cui torniamo dentro e vediamo di risolvere il suo problema.» fece l’assistente con un sorriso. Abbassò la maniglia della porta e con la mano sinistra, da cui troneggiava un anello di fidanzamento con diamante, la invitò ad entrare.

«Si accomodi e mi dica cosa non le è chiaro. Intanto cerco i suoi elaborati, così in base agli errori che è solita fare, vedrò di spiegarle i punti che non capisce. Mi dica soltanto se ha partecipato all’ultimo appello.» fece l’assistente aprendo un armadietto con lucchetto da cui estrasse alcuni pacchi di esami.

«Sì ho tentato anche lo scorso appello ma continuo ad essere bocciata.»

«Rossi, Rossi, eccola qua. Bene ecco vede, lei fa un errore molto comune.» e iniziò a spiegare a Marta gli errori, i trucchi per non confondersi e a rispondere ai suoi dubbi.

Era un’assistente giovane, bella, capelli lunghi, scuri come gli occhi, intensa espressione nello sguardo, e un profumo di mandorla a darle un’aria esotica, rafforzata dalla carnagione olivastra.

Era sicura nel tono di voce e nei gesti, si vedeva che aveva coscienza di sé e del suo valore. Marta la guardava con ammirazione mentre con una penna biro le mostrava delle formule su un foglio di stampante.

«E dopo questo passaggio deve stare attenta alla consegna del testo perché da lì può trarre aiuto ed evitare errori inutili. Bene, per oggi è tutto quello che possa fare per lei. Vuole che fissiamo un altro appuntamento per diciamo lunedì? Domani ormai è venerdì per cui direi che lunedì le spiego le ultime cose e mi potrà usare per un ripasso generale prima dell’appello di mercoledì.» un sorriso smagliante la illuminò in volto. Con le mani dalle dita affusolate, estrasse dalla Louis Vuitton una agenda rossa e una penna nera.

«Mi dica lei, a che ora? Io sono libera tutta la mattina, a patto che sia puntuale.» lo disse sorridendo, senza malizia.

«Anche alle nove, prometto che sarò puntuale. Grazie infinite, davvero. Ho alcuni dubbi di cui ho preso nota nel libro, lo porterò con me. Grazie ancora.» prese il foglio con la piccola lezione e se lo mise in borsa. A lunghe falcate uscì dallo studio e si avviò giù per le scale.

Era rimasta colpita dalla premura della dottoressa, così disponibile e preparata. Soprattutto preparata, competente e molto brava nello spiegare. Sarebbe potuta diventare un’ottima insegnante, magari un giorno avrebbe preso il posto del professor Gigli, ormai vecchio e stanco. Si perdeva ogni tanto in lungaggini che non portavano a nulla di concreto, nulla che la aiutasse a capire la materia.

Arrivata in fondo alla gradinata, decise di andare a prendersi un caffè nella facoltà di economia. Davanti al bancone posto sulla sinistra dell’entrata, una marea di paste alla crema e cioccolata e fette di torta la convinsero a prenderne una. Pagò alla cassa il macchiato e un bignè dalla glassa rosa e con lo scontrino andò al bancone. Una ragazza poco più grande di lei, vestita con una divisa bianca e rosa, prese la sua ordinazione e le chiese quale dolcetto preferisse. Poco dopo arrivò anche il caffè.

Con fare da equilibrista portò il tutto su un tavolino nell’angolo del piccolo bar, l’unico libero a quell’ora della mattina. Si sedette, si tolse il giaccone e restò per un po’ a guardare gli studenti e i professori, riuniti in gruppetti più o meno consistenti, che parlavano concitati, chi ridendo e organizzando il week end, chi confrontandosi sugli esiti degli esami o gli appunti presi a lezione.

Le mancava davvero poco per finire l’università. Dopo non avrebbe più varcato quelle porte pesanti, non sarebbe più stata inondata dal vociare insistente della sala mensa o sovrastata dal silenzio tombale dell’aula studio. Non ci sarebbero più stati mercoledì di festa e giovedì di lezione allo stato zombie, cose che solo il fisico di chi è giovane riesce a sopportare senza la minima conseguenza. Un ciclo della vita si sarebbe concluso per lasciare posto alle incertezze di un futuro che non riusciva nemmeno ad immaginare

Sorseggiò il caffè ad occhi socchiusi, assaporando l’aroma della miscela fino in fondo, compreso quel leggero retrogusto amaro che il liquido le lasciò in bocca, subito rimpiazzato dal sapore della crema. Finita la pausa che si era concessa, guardò l’orologio e corse a prendere l’autobus.

 

 

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«Buongiorno Rossi! Come sta Teresa? E le tue bambine? Una si chiama Marta giusto?»

«Oh ciao, scusa non ti avevo visto. Casa tutto bene grazie e le bambine, guai a chiamarle così! Marta ormai è all’università, le manca poco per laurearsi. Voi bene?»

«Sì non c’è male. Con la nevicata di stanotte son dovuto partire da casa con un’ora di anticipo, tra metter su catene e liberare il vialetto di casa, rischiavo di dover chiedere mezza giornata di ferie.»

«La neve in città non è rilassante ma il contrario direi!»

«Hai perfettamente ragione, speriamo che si sciolga in fretta.»

«Sì son cose da niente queste, non son fatte per durare.»

«Ci vediamo, vado su in reparto, buona giornata!»

«Anche a te.» e si voltò per andare verso lo stanzone dove lavorava assieme ad altri impiegati. Si fermò un istante sulla soglia e abbracciò con lo sguardo le postazioni, quei separé bianchi tra una scrivania e l’altra. Andò al suo posto e appoggiò la ventiquattrore vicino alla cassettiera e accese il computer. Seduto, iniziò a controllare i conti del giorno prima, a verificare gli importi degli ordini con quelli previsti nelle fatture da spedire. Ogni numero catturava la sua attenzione, non tendeva l’orecchio al brusio attorno a lui ma ad ogni squillo di telefono sussultava sulla sedia.

Driiin, driiin.

«Sì pronto?» fece con voce roca.

«Ti vuole il capo. Ha detto di andare subito nel suo ufficio. In bocca al lupo.» riattaccò la segretaria con aria mesta.

«Grazie, ci vado subito.» ripose la cornetta nella sua sede e si alzò in piedi tenendo le mani appoggiate sulla scrivania. Guardò le sue grandi mani, la fede al dito e si sentì vecchio, molto più vecchio di quanto non fosse in realtà. Le responsabilità possono curvare anche la schiena più giovane e forte sotto il loro fardello.

Non aspettò altro tempo e a lunghe falcate andò incontro al suo destino.

 

 

 

FINE PRIMA PARTE

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Capitolo 18

Distese innevate sulla città, colline di macchine sovrastate da uno spessore compatto, cumuli a ridosso degli angoli delle strade, davanti ai portoni di casa, alle serrande dei negozi.

Si era svegliata così T., città operaia che non si ferma mai nemmeno di notte. Già dalle prime luci dell’alba tutto aveva preso a luccicare; i piccoli cristalli di neve riflettevano i primi raggi trasformando un posto sempre in movimento nello scenario di una favola per bambini.

Con le coperte tirate fin sopra la testa, rannicchiata per il freddo, Marta si svegliò pian piano. Sorrideva, un po’ stordita, confusa, incerta se erano sogni misti a ricordi o se era tutta una bugia che la sua mente le raccontava per farle vivere un giorno in più in serenità. Andò coi ricordi ad una serata diversa dalle altre, le sovvennero i tavoli, la gente stipata nel locale, due occhi verdi vicinissimi ai suoi e il profumo della neve che scendeva. Le scappò una risata, un po’ imbarazzata nell’oscurità della sua stanza. Scese dal letto a piedi nudi per aprire la persiana. Non vedeva l’ora di guardare fuori e cercare di indovinare dove fossero finite le strade, le auto, i cassonetti, la vita di ieri. Appena le imposte furono avvolte su se stesse, una luce di buono invase la stanza, una pace infinita si posò sui letti, avvolse gli armadi e quando anche i vetri furono spalancati, un’aria di freddo secco le sfiorò il viso. Socchiuse gli occhi ed inspirò profondamente, per far entrare in sè energia, pulito, speranza.

«Ehi ma chi ha acceso la luce, voglio dormire ancora cinque minuti.»

«Su guarda fuori, non ci crederai mai!» fece Marta strappando il piumone sotto cui sua sorella aveva bofonchiato.

«Ma no fa freddo! Ma… è neve?!» fece incredula volando verso la finestra e mettendo la testa fuori. «Che bello, ce n’è abbastanza per non andare a scuola!»

«Che delusione, sempre a pensare ad uno stratagemma per saltare la scuola. Se fosse una materia, avresti pieni voti senza dover studiare.»

«Che ci posso fare, ho capacità di cui mi sorprendo io stessa.»

«Su ritorna sotto le coperte e respira forte. Senti questo profumo di neve? Lo senti? Ti ricordi quando andavamo in montagna e facevamo quelle passeggiate nel bosco? Te le ricordi?»

«Sì, me le ricordo anche se non molto.» replicò sbadigliando.

«E ti ricordi quando papà ci indicava uno scoiattolo e noi per non perdercelo iniziavamo a gridare che non lo vedevamo, e poi quello scappava via veloce? Ah che bei momenti. E poi tornavamo alla baita e la mamma ci dava la cioccolata calda? Bei tempi quelli. E ti ricordi…» si voltò verso il letto della sorella, ma la trovò sprofondata nel sonno, con la bocca semichiusa. “Dormi tu che puoi.” pensò Marta e controllò di aver messo la sveglia per andare all’università.

Rimase ancora un po’ a fissare il soffitto di camera sua, il lampadario di stoffa rosa con le frange, a seguire le cuciture, a pensare quanto bella stava diventando la sua vita. Dopo tutto gli alti e i bassi sono normali. C’è poco da fare: una vita perfetta fatta solo di periodi belli non è possibile e lo sapeva. Lo accettava. Aveva dovuto passare attraverso momenti impensabili in cui il mondo ti crolla addosso in un secondo, un fulmine a ciel sereno in cui nulla era sospettato o vagamente insinuato. Ma lo aveva superato, era stata dura, si era buttata giù e si era quasi data per persa, ma alla fine aveva ricomposto i pezzi alla bell’e meglio. Per cui, ora, pensava che finalmente fosse ritornata sulla carreggiata delle cose positive. Che fosse di nuovo il suo turno di ricevere sorrisi dalla vita. E sognando ad occhi aperti, si addormentò.

 

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Capitolo 17

Aveva ancora il sapore del suo labello alla fragola sulle labbra, il suo odore nelle narici, la sua immagine davanti agli occhi. Sfiorò con l’indice la bocca, come se stesse sfiorando quella di lei. Quando l’avrebbe potuta rivedere? Quando avrebbe potuto di nuovo stringere a sé quel corpo e sentirne il calore? Non aveva intenzione di far passare troppo tempo, sentiva di non poter resistere a lungo senza la sua compagnia. Si era sentito vivo, qualcosa dentro di lui si era acceso, stava bene con lei, gli faceva dimenticare il resto del mondo, lo scorrere delle ore, non gli faceva nemmeno sentire la fama o il freddo. Si nutriva dei suoi sorrisi, dei suoi capelli mossi, degli occhi verdi vivi e luminosi, della sua voce dolce e solare. Voleva rivederla. Magari anche dopo il lavoro poteva passare a salutarla con una scusa o anche senza, dicendole semplicemente che voleva fare quattro passi con lei ed avventurarsi in quella terra straniera.

Immerso nei suoi pensieri, inserì la chiave nella toppa e la girò cercando di fare meno rumore possibile. Di notte tutti i rumori si amplificano e anche quel clang che fecero le chiavi sbattendo le une con le altre, gli sembrò fin troppo forte. Come mise un piede all’interno dell’appartamento una sagoma bianca, quasi eterea, gli andò incontro come un fantasma silenzioso.

Trasalì per lo spavento ma fortunatamente non urlò.

Miao, gli fece Oreste guardandolo fisso con gli occhi trasformati in due palline da ping pong, bianche e sferiche. Era seduto sulle zampe posteriori, con la coda bianca e folta attorcigliata attorno a sé.

Mirko gli si avvicinò e gli diede una grattatina dietro le orecchie.

«Hai ragione, me ne sono dimenticato. Razione doppia per farmi perdonare, va bene?» gli sussurrò all’orecchio. Accese la luce del corridoio e andò in cucina a prendere le scatolette riservate al gatto: bocconcini di pollo con verdure. Agitando la confezione di latta a mo’ di richiamo, andò in salotto, diretto alla ciotola gialla del micio. Dopo avervi svuotato il contenuto si girò e per poco non gridò. Stavolta si era spaventato sul serio. Stavolta non era colpa del gatto.

Avvolta in una vestaglia di flanella, ricamata finemente, lei era lì, sul divano che lo fissava. Fissava lui, fissava l’orologio. Quasi le tre del mattino. I capelli arruffati lungo le spalle, gli occhi arrabbiati e delusi. Quegli occhi, una volta così vivaci, ora erano spenti, erano come malati, malati di routine, di abitudini che ormai non corrispondevano più alle persone che erano diventati. Le labbra serrate, le guance tese, come se stesse trattenendo a fatica parole, lacrime, disperazione.

«Dove sei stato fino a quest’ora?» chiese con tono severo.

«Dovresti essere a letto.» le rispose lui distogliendo lo sguardo, fingendo di essere attratto da qualcosa di particolare.

«Dovresti esserci anche tu e da un bel pezzo.» sbottò lei, ferita per essere trattata come un’estranea.

Egli non rispose. Continuò a guardare il pelo lungo e morbido di Oreste.

«Non puoi continuare a trattarmi così.» riprese lei con voce rotta. E nel silenzio della notte, le lacrime iniziarono a scendere sul suo volto reso pallido dalla luce della notte.

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Capitolo 16

«Non me l’aspettavo.» iniziò Marta con gli occhi bassi.

«Nemmeno io.» ribadì Mirko cercando gli occhi di lei. Poi li trovò e lì restarono, mentre le accarezzava i capelli castani. Ad un certo punto si guardò la mano come se avesse qualcosa tra il pollice e l’indice. Sfregò le dita ma non c’era nulla. Sorrise e alzò la testa al cielo.

«Avevi ragione. Nevica.»

Anche Marta volse lo sguardo verso la volta lontana e sorrise. In quel momento la sentiva, la poteva tastare, respirare, assaggiare, poteva scorgerne ogni minimo dettaglio. In quel frangente sapeva di averla incontrata e di poterne descrivere le fattezze: neve e un paio di occhi verdi. Quella sera era sicura di aver conosciuto la Felicità.

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Capitolo 15

Piantare gli occhi su qualcuno. Letteralmente. Fissarlo, lanciargli occhiatine, inviargli messaggi con ogni centimetro del proprio corpo, messaggi sottili, di quelli che insinuano il dubbio nel cervello, ti costringono a pensare, a scervellarti, non ti lasciano in pace perché quando non hai nulla da fare, come quando stai aspettando l’autobus o bighelloni per la città, in macchina nel traffico, o ti sei appena svegliato e stai imbambolato davanti alla scodella della colazione ancora mezzo addormentato, quei gesti, quegli sguardi, ti tornano davanti agli occhi e inizi a ragionarci su, un po’ per noia, un po’ per curiosità. Emergere nei pensieri di qualcuno è il primo passo, è come piantare un seme nel terreno e una volta che ha attecchito, il più è fatto. Il seme c’è e devi solo dargli un po’ di attenzione ogni tanto, quel che basta perché inizia a germogliare e a crescere e crescere, fino a farlo dipendere totalmente dalle tue cure. Quello è il livello più alto, l’ultimo stadio, la dipendenza che porta all’azione. Quando smetterai di prenderti cura di quella pianta che tu stesso hai seminato e fatto crescere rigogliosa, sarà la pianta a venire in cerca di te.

Era cominciato tutto proprio così: un gran desiderio di avere qualcuno e, dall’altro lato, una gran curiosità.

Peccato che quel qualcuno fosse impegnato. Occupato, fuori dalla portata, già preso, non disponibile, esaurito, distributore fuori servizio. Ma si sa, quando non si può avere qualcosa, quella cosa inizia a ricoprirsi di un velo prezioso, aumenta di importanza, la si desidera ancora di più. Chi se ne frega se è di qualcun altro, lo voglio e me lo prendo. Con tutti i mezzi a mia disposizione, arrivando a giocare sporco.

 

Una schiena nuda, pelle di un rosa sbiadito contro la luce soffusa della luna che entrava dalle tapparelle semi aperte. Capelli castani sciolti su spalle fragili, mossi, lunghi che nascondevano un viso ed una bocca chini sull’incavo della clavicola, intenta ad assaggiare un sapore mai provato prima. Il ragazzo le cingeva la vita, mentre la ragazza gli sbottonava la camicia e la gettava per terra.

La camera al secondo piano di una villa fuori città, una casa di campagna per il relax di chi contava nella vita cittadina, stava assistendo a quanto di più sconveniente ci può essere in due persone che si avvicinano seminude nel bel mezzo di una festa di compleanno.

 

«Oh scusate, ho sbagliato stanza.» fece Marta nel vedere una coppia intenta a sbaciucchiarsi, e non solo, nella stanza degli ospiti. Arrossita stava per uscire e chiudersi la porta alle spalle quando un «Marta?» misto tra l’incredulo e il colpevole le fece alzare lo sguardo.

 

Il mondo crolla sotto i piedi come solo il mondo sa fare. Non c’è lo scricchiolio che ti avvisa della tragedia che sta per compiersi. Il pavimento si stacca improvvisamente dai muri e la gravità ti seppellisce tre metri sotto terra.

Quando tutto crolla l’istinto ci dice di trovarci un riparo. Per cercare un riparo iniziamo a correre. E Marta corre. Corre fino a non avere più fiato. Corre a nascondersi. Nel buio, dove non vede nulla, nemmeno la punta delle sue scarpe, nel buio che tutto copre, tutto nasconde, tutto zittisce.

 

Una schiena bianca impressa nella mente, talmente luminosa da accecare.

 

Il nero del buio in cui tentare di spegnere quella schiena.

 

Tradimento. Luce e buio.

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Capitolo 14

«Preso tutto? Andiamo. La mia macchina è quella nera.»

Con gesto galante la anticipò di qualche passo e le aprì la portiera.

«Oh, wow. Non mi era ancora capitato il servizio completo. Poi nascondi champagne nel porta oggetti?»

«No. E’ il difetto di quest’auto: vano minuscolo e troppe cose da metterci. Dimmi dove devo impostare il navigatore?»

«Viale dei Giardini. E’ nel quartiere ovest. Tu invece dove abiti?»

Click. Accese la radio, sottofondo anni 80’, Whitney. Le note riempirono gli angoli vuoti dell’abitacolo, rallegrando la notte buia che si stava per concludere.

«Via Verdi. Sono dalle parti del Duomo, vicino ad una pasticceria.»

«Scusa, alza ti prego, adoro questa canzone! La ballerei tutto il giorno se potessi! I wanna dance with somebody with somebody who loves meeeeee! Dai canta anche tu!»

«No dai, sono stonatissimo, canta tu, è meglio. O forse no!?»

«Dai, non sono così male. Sotto la doccia canto decisamente da favola. E soprattutto, non mi sente nessuno.»

Il tempo passava velocemente. Il traffico dei nottambuli sfilava sotto le stelle senza ingombri, macchine che sembravano puntini di luci rosse, fari bianchi come spettri sull’asfalto nero di catrame. La notte fredda faceva appannare i vetri della berlina scura, la temperatura scendeva e Marta iniziava a sentire freddo.

«Stai battendo i denti. Accendo il riscaldamento. Penso che cantare non ti abbia scaldato molto.»

«Già già. Grazie. Stasera fa decisamente freddo. Lo sento proprio che si infiltra sotto il cappotto, dritto nelle ossa.»

«Ecco il duomo. Se prendi quella stradina a destra,» e le indicò una viuzza nascosta tra due file di palazzi, «c’è il tendone rosa di una pasticceria, molto carina e fanno di quei bignè… comunque, vai giù di là e poco più avanti, sulla destra c’è il mio stabile.»

«Devi far colazione spesso là. Se fanno dei dolci così buoni, come puoi resistere?»

«Eh eh, devo stare attento alla linea anch’io.» e le sorrise.

Arancione. Poi rosso. Si fermarono al semaforo e le macchine che provenivano dal Corso passarono lente, una jeep, una mini rosso fuoco e per ultima una BMW nera.

Toccò di nuovo alle auto che venivano da Via Ippolito Nievo e la berlina riprese la sua corsa, dolcemente, col motore diesel che partì subito, non appena fu tolto il piede dalla frizione. Il navigatore indicava le strade da percorrere, le vie da imboccare, le rotonde, fino a portarli ad un viale alberato che sfociava in una serie di viuzze con giardinetti e alti condomini.

«Il mio è quello con il portoncino con la tettoia. Bene perfetto. Bè grazie infinite del passaggio.»

«Aspetta scendo anch’io, voglio capire bene in che zona sono finito.»

«Sei in territorio foresto, è questo che intendi dire? Suvvia, un po’ di avventura. Non avremo la tua pasticceria ma anche noi abbiamo i nostri posti. Per esempio oltre l’isolato c’è un bar molto carino dove da piccola andavo sempre a comprarmi le caramelle quando i miei mi dicevano che ero stata brava e meritavo un premio.»

«Ah sì? E tu avevi fatto davvero la brava bambina?»

«Credo di sì. O forse era solo un modo per abituarmi all’idea che avrei avuto una sorella più piccola.»

«Hai una sorella? Ti stavano comprando allora!»

«Probabile, chi lo sa! A dire il vero sapere che avrei avuto una sorella non mi fece paura. Non ho mai pensato che mi avrebbe rubato la mamma o cose di questo genere anzi, non vedevo l’ora di poter giocare con una bambola in carne e ossa.»

«Ti eri stufata dei bambolotti che avevi in camera?»

«Già già.»

Appoggiati alla portiera del passeggero parlarono ancora del com’era avere una sorella così tanto più piccola (le separavano otto anni di differenza, quasi un’eternità, soprattutto durante l’adolescenza), sul com’era invece essere figlio unico e vedere nei propri amici altrettanti fratelli, di come entrambi avrebbero voluto una famiglia numerosa, minimo tre figli per non farli sentire mai soli, con la condizione che fosse però una famiglia felice.

«Credo che una famiglia unita, ma nel vero senso della parola, sia difficile al giorno d’oggi. Pochi che vogliono fare sacrifici per gli altri, c’è una ricerca al soddisfacimento degli interessi personali che distoglie l’attenzione da ciò che è davvero importante. Tutto è diventato una gara a chi appare, vince, è bello, ha soldi, schiocca le dita e ottiene tutto ciò che vuole. Ogni tanto mi succede, soprattutto quando faccio la fila al supermercato, di guardare chi mi sta davanti e, in un momento di distacco e indifferenza, li vedo tutti impegnati a correre dietro a farfalle destinate a non durare più di un giorno. Sono ridicoli coi loro retini bucati che inseguono su e giù per prati sterminati, insetti che possono volare così in alto da non poterli raggiungere nemmeno con un salto. E non si accorgono che stanno sprecando il loro tempo, che tanto il retino ha un buco e quello che riusciranno ad agguantare durerà il tempo di un battito d’ali. Perché non lo riescono a vedere anche loro? Perché invece non si fermano e si siedono tutti in cerchio e provano a conoscersi e a costruire qualcosa di concreto, che abbia un senso? Corrono e corrono. E sfiniti non trovano nemmeno il tempo per guardare chi hanno vicino e imprimersi nella mente quel volto. E poi…» si mordicchiò il labbro, indeciso su cosa dire e su cosa tacere. Stava forse dicendo troppo? Non erano quelli gli argomenti di cui parlare con una…perfetta sconosciuta.

«E poi cosa? Continua pure, non mi dà fastidio anzi.»

Rifletté ancora qualche istante. Cosa poteva capirne lei, poco più che vent’enne? E si decise.

«E poi qualcuno mi spinge e, rimproverandomi, mi fa cenno che la fila è andata avanti e che farei meglio a muovermi se non voglio essere sorpassato a destra. Ecco è tutto.»

«Meriterebbero decisamente una multa per l’affronto. Bene ora vado. Le chiavi son qui. Grazie ancora del passaggio. E della chiacchierata.»

«Figurati.»

L’aria fredda, il buio, le stelle invisibili per colpa delle luci dei lampioni, forse due teste troppo vicine, un saluto maldestro e le loro bocche si avvicinarono ancora. Il tempo parve fermarsi, le lancette dell’orologio avevano smesso di correre furiose. L’unico a scandire il tempo era il cuore di Marta, che batteva in fretta, travolto da quel momento inaspettato e non cercato, quelle sensazioni dentro di lei, sentire le mani di lui che tenevano il suo viso, quelle mani calde sulla pelle fredda delle guance, un corpo vivo nel freddo di una notte di marzo.

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Capitolo 13

«Ti dispiace se fumo?» estrasse una sigaretta dal pacchetto di Malboro light e la tenne con le dita, sospesa nel buio.

«Uhm, fai come vuoi ma stai attenta alla cenere. I sedili sono di pelle.»

«Come non detto. Bene farò molta attenzione.» Sfilò l’accendino e lo avvicinò alle labbra, inspirò a fondo e la cenere prese vita, un colore rosso come la lava dell’Etna, della durata di un attimo. Le spirali di fumo volteggiavano, salivano e uscivano rapite dall’aria fredda della notte. Un silenzio quasi spettrale era sceso nell’abitacolo. Il rumore del Blue Jazz, la sua musica avvolgente e calda avevano lasciato il posto al buio e al vuoto. L’attrazione di quei due corpi erano l’unico motivo per cui si trovavano entrambi sulla stessa auto. Niente in comune, niente di cui parlare, non c’erano interessi da condividere, curiosità da scoprire. Alcuna intenzione di conoscere, immergersi nella conoscenza di un altro essere umano, di entrare a fondo nell’anima dell’altro e scoprire mondi nuovi.

«Allora sentiamo un po’, cosa fai nella vita?»

«Sto guidando.» fece lui con aria fredda.

«Bene così ti riposi per dopo.» fece la ragazza, accendendosi un’altra sigaretta. Silvia guardava fuori dal finestrino, gambe accavallate, che spuntavano da sotto un cappotto nero di lana cotta, mani tranquille, occhi accesi quanto la Luna.

Arrivarono nei pressi del duomo. Il semaforo del Corso era verde, rosso per le auto provenienti dalla Fiera, via Ippolito Nievo.

«Inizia a scaldarti, che manca poco al divertimento.» fece Filippo voltandosi a fissare negli occhi Silvia, riuscendo, chissà come, a far arrossire quella ragazza-donna ormai smaliziata, senza alcun rispetto per se stessa, immagine di una sé ormai svanita, persa, dimenticata negli abissi di una società votata all’apparenza, al successo, alla popolarità, sia nel bene che nel male, comunque e a qualunque costo.

Ancora dieci minuti tra palazzi ed edifici antichi, alti fino al cielo, per giungere finalmente al condominio dove Filippo viveva con la sua famiglia, al quarto piano di un palazzo signorile, dalle ampie metrature, finiture di pregio. Accostò la BMW nera al marciapiede del suo stabile e si protese verso l’orecchio di Silvia:

«Ed ora divertiamoci.»

Si baciarono di quei baci umidi e affamati.

Col telecomando aprì il cancello automatico e l’auto scivolò verso il parcheggio sotterraneo, inghiottita dal nero del peccato.

 

 

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Capitolo 12

Musica. Musica e ancora musica. Pause note libertà, per rubare parole di grandi artisti, a cui aggiungere ritmo che scende lungo la spina dorsale e si impossessa di gambe, piedi, braccia, testa. Entra nel corpo, lo attraversa come una scarica elettrica e dà il via alle danze. Prima un piede tiene il tempo mentre si finge di guardarsi intorno con il bicchiere mezzo pieno tenuto saldo tra le mani, lo si sorseggia con indifferenza, si scambia un’occhiata con l’amico, un due battute per riempire le pause fitte di bassi; dopo poco si inizia ad ancheggiare. Il piede trasmette un’idea alla gamba, da lì risale fin sulla coscia, l’impulso arriva al bacino e al centro del corpo da dove si dirama in tutte le direzioni. E diventa movimento puro. La foga assale, l’adrenalina invade il cervello e si inizia a ballare scatenati, senza timore; i passi dapprima accennati prendono forma, inesorabili, a volte un po’ eccentrici, a volte un po’ legnosi. Quando la musica chiama non puoi non rispondere.

Dapprima Beyoncé, poi l’ultima di J Lo, Britney –che resuscita sempre dalle ceneri come un’autentica fenice- e l’immancabile Shakira.

«Vedo che hai voglia di scatenarti stasera! Per fortuna che volevi restare a casa a studiare.»

«Forse avevo bisogno di distrarmi un po’, ecco tutto.»

Le due amiche ballavano seguendo il ritmo, a volte a coppia, stringendosi fingendo una lambada, altre volte mimando le parole delle canzoni, facendosi boccacce, cercando di imitarsi, quasi improvvisando delle piccole coreografie di cui solo loro capivano il senso. Unite più che mai, unite e distanti nel carattere, nell’aspetto eppure complementari, l’una che teneva l’altra con i piedi ancorati a terra e l’irruenta che faceva volare la realista. Si mescolavano alla perfezione ed avevano la certezza che, per qualsiasi evenienza, avevano un numero di telefono a cui rivolgersi.

Stavano ballando al ritmo della musica, quasi sotto al piccolo palco dove avevano sistemato la consolle, quando nella massa di gente che spingeva e sgomitava, Marta fu urtata pesantemente da qualcuno alle sue spalle. L’espressione di dolore mista a fastidio, fece scattare subito Carla che le stava di fronte, allungò un braccio e afferrò il malcapitato. Di lì a poco sarebbe stato sbranato dalla furia del peperoncino del rione, avrebbe fatto una brutta fine. Il ragazzo si girò, Carla aprì la bocca per insultarlo ma si fermò di botto. Il ragazzo girandosi aveva alzato le braccia in segno di scusa e Carla non credeva ai suoi occhi.

«Ehi ciao, ancora tu?» fece questi rivolgendosi a Marta.

«Ancora io cosa? Sei tu che mi sei venuto addosso, io non riesco praticamente a muovermi.» fece di rimando.

«Ma no, non intendevo che mi sei venuta a sbattere, sciocchina. Piuttosto che ci siamo incontrati pure qui.»

L’espressione di Marta era evidente: fronte corrugata, bocca semiaperta con gli angoli verso il basso, occhi puntati in avanti. Non aveva idea di cosa le stesse dicendo. Carla si guardava la scena divertita, in certi momenti la sua amica sembrava venire da un altro pianeta. Sorrideva, a braccia conserte, cercando di indovinare quanto tempo sarebbe trascorso prima che l’arcano fosse risolto. A lei era bastato un decimo di secondo, alla sua amica potevano servire un po’ di minuti in più. Sperava quanto meno che non trascorresse un secolo.

«Ah, ho capito. Non mi hai riconosciuto.»

«Riconosciuto? Ma ci conosciamo? Non mi ricordo di averti visto altre volte.»

«Come no! Uno fa un gesto gentile e poi viene ripagato così. Non voglio i soldi indietro ma un minimo di riconoscimento almeno.» leggermente deluso, fece per girarsi. Allora Carla decise che era l’ora di agire, perché certe volte il destino ti mette su una strada perché l’ha deciso e pertanto è sicuramente da seguire, ma ci sono situazioni in cui il destino non parla a voce abbastanza alta e lì di rumore ce n’era fin troppo. Fu così che prese la mano destra del ragazzo e gli fece fare una giravolta su se stesso.

«Ehi ma sei impazzita?» le chiese sbalordito. Oltre che poco riconoscenti, le nuove generazioni gli sembravano anche maleducate.

«Oh ma allora, sei tu?» fece di rimando Marta guardando prima l’amica e poi lui, dritto negli occhi. Una scarica di emozioni. «Il braccialetto.» continuò guardandolo bene. Era proprio quello. Stessa maglia d’argento, stesso ciondolo a forma di scarabeo.

Liberato dalla presa di Carla, le rispose:

«Sì, lo metto tutti i giorni. Non dirmi che non sapevi che faccia avevo?»

Marta scosse la testa a destra e sinistra e lui scoppiò in una risata. I suoi denti bianchi si mostrarono nella loro lucentezza e a Marta sembrò che si fosse fatto improvvisamente giorno. Tutto lo sguardo gli si era illuminato, anche i suoi occhi dapprima rattristati si erano come svegliati.

«Per questa volta ti perdono ma ora guardami bene eh, che se mi dimentico il braccialetto, tu manco mi saluti se mi incroci per strada.» e risero entrambi.

Certo che aveva due occhi stupendi, di un verde acqua intenso, come il mare calmo delle giornate di agosto, un mare di isole incontaminate, spazi lontani e puliti dove l’uomo non ha lasciato il suo indelebile segno. Le lunghe ciglia nere contornavano quelle sfere facendole risaltare ancora di più e Marta in quegli occhi si perse. Inevitabilmente.

«Beh, cosa facciamo qui? Ti va di bere qualcosa, non so, un cocktail o una Coca Cola, quello che preferisci.»

«Oh sì,» si intromise Carla spingendo Marta da dietro «offrile una Coca Cola. Prima gliel’ho rubata io, ma era per una buona causa, lo giuro!»

«Mi arrendo e poi effettivamente mi è venuta sete con tutto questo ballare.» e sorridendo seguì il giovane verso il bancone del bar. Appoggiati sulla superficie lucida e fredda aspettarono che il cameriere si accorgesse di loro. Ogni volta che si avvicinava e cercavano di agganciare il suo sguardo indaffarato, lui si rivolgeva a qualcun altro, alla loro destra o alla loro sinistra, come se di loro non si fosse accorto. Era un tipo sveglio, lavorava veloce con le mani e sapeva dove stava tutto: bicchieri, alcolici, bibite, acqua, cannucce. Aveva tutto sotto controllo e non faceva mai un movimento che non fosse necessario. Non aveva tempo per dubitare, il tempo era un lusso che non poteva permettersi circondato com’era da una folla di assetati che aspettava solo di ristorarsi un po’. La biondina che stava nel suo stesso settore sorrideva e ammiccava ai clienti e si faceva perdonare la calma con cui serviva le ordinazioni. A quel faccino provocante, a quelle mani lente ma precise, si poteva far perdonare tutto, se eri un maschio con gli ormoni impazziti e voglia di far baldoria; se eri una ragazza, invece, al massimo potevi farti scuotere da un sentimento di alleanza femminile perché in fondo, far la barista attorniata da un branco di leoni affamati, non era una posizione da invidiare.

«Bene eccoci qui, prima o poi vedrai che riusciamo ad ordinare. Intanto dimmi, come ti chiami?»

«Marta, piacere. Tu invece? E, prima che mi dimentichi, grazie per avermi prestato i soldi quel giorno. Non so come ho dimenticato il portafogli in montagna e il tempo era pessimo, c’erano quei nuvoloni neri, senza ombrello, con la valigia.. non potevo tornare a casa a piedi. Mi sarei lavata dalla testa ai piedi con la mia fortuna.»

«Ehi quanto parli, quando inizi non ti ferma più nessuno!»

«Oddio scusami!» fece Marta portandosi una mano alla bocca.

«Scherzavo, tranquilla. Non mi dai fastidio. E io sono Mirko. Piacere mio. Cosa fai nella vita?»

«Studio, all’università. Sono al terzo anno, cerco di laurearmi. Tu invece?»

«Sono consulente per una ditta di abbigliamento sportivo. Diciamo che cerco di far quadrare i conti quando qualcosa va per il verso sbagliato. Mi occupo di incanalare le risorse nella giusta direzione.» e poi rivolgendosi al barista che passava davanti alla loro postazione: «Una Coca Cola e uno Sheridan, con ghiaccio. Grazie.»

«Lavoro interessante, non ti annoi mai, e ora capisco, sistemare guai altrui è il tuo mestiere, ecco perché hai salvato anche me.»

«Hai ragione. Prendo una percentuale per la mia consulenza. E sappi che vale oro.»

«Ti pagherei ma come dicevo, il mio portafoglio è rimasto sui monti a far compagnia alle caprette di Heidi.»

«Diciamo allora che la prima seduta è gratuita.»

«Troppo gentile, davvero!»

E risero, una di quelle risate in cui sei a cuor leggero, senza pensieri. Tutto girava intorno ma spariva. Così leggeri da poter volare alti nel cielo. Arrivano le ordinazioni e appena il barista le appoggiò sul bancone dai bicchieri cadde un po’ di condensa che lasciò un segno circolare di acqua fresca. Il ragazzo si voltò, rapito da altri sguardi di assetati. Stufo e rassegnato alzò le spalle in direzione della sua collega la quale gli rispose ridacchiando. A lui spettava il lavoro più duro perchè era più veloce e pertanto tutti cercavano di attirare la sua attenzione, a lei perdonavano tutto, bastava un occhiolino o un sorriso.

«Parlavi della montagna. Hai una casa là?»

«Sì, l’ha ereditata mia mamma. Era dei suoi genitori e quando eravamo piccole ci portavano lì ogni estate ed ogni inverno. Non è proprio una casa. E’ una baita, ha lo stretto necessario ma a noi bastava. Poi crescendo abbiamo smesso di andarci.»

«Come mai?»

«Un po’ perché si cresce e un po’ perché mia madre ha deciso di darla in affitto per arrotondare un po’. Così se quando ci vado ha trovato qualcuno che vuole passarci un week end o qualche giorno, devo impacchettare tutto in fretta e furia e tornare di corsa in città.»

«Dimenticando il portafogli.»

«Certo, sennò come potevi fare il tuo lavoro anche fuori dall’ufficio?»

E di nuovo risero.

Vrrr, vrrr, vrrr, vrrr.

«Cos’è stato? Ah, forse è il tuo cellulare.»

Marta estrasse il telefono dalla borsa e sbloccò la tastiera. Un messaggio. La bustina lampeggiava sotto i suoi occhi. Chi poteva essere a quell’ora? Chi poteva cercarla all’una di notte? Che fosse? Non restava altro da fare che schiacciare il pulsante, mentre il respiro si bloccava e il suo cuore batteva sempre più forte. “Calmati, smettila di battere così o finirai per uscirmi dalla gola!” si ripeteva per cercare di calmarsi. Da quant’era che non si sentivano? Parecchio. Aveva dimenticato il giorno esatto eppure non riusciva ancora a dimenticare lui o a sperare. A sperare in un errore, un fraintendimento. Avrebbe voluto sentire delle parole di scusa, vivere un momento da fiaba con lui che torna a capo chino e le chiede di ricominciare, senza bugie, senza sotterfugi.

«Allora chi è? Qualcuno di importante, buone o cattive notizie?»

«Come dici? Adesso guardo sì. E’ di Carla. Fa più o meno così: “Girati verso l’uscita e fai ciao con la manina”? Come girarmi? Non capisco.»

«Io sì. Guarda là e saluta la tua amica che se ne va con quel tipo.»

Dall’altra parte della sala, verso l’entrata del Gramelli Carla le inviava baci volanti mentre con una mano si faceva trascinare dal barista fuori dal locale.

«Ma lei doveva accompagnarmi a casa, sono senz’auto, sono venuta con lei! Come faccio ora? Un taxi. Devo cercare un taxi.»

«Se vuoi ti riaccompagno io.»

«No ti ringrazio, hai già fatto molto. Chiamo un taxi e torno a casa.»

«Allora ti pago il taxi.»

«No davvero non serve. Il portafoglio!»

«Appunto. O ti pago il taxi il che a quest’ora di notte tra la chiamata e il tragitto mi spenna, o ti riporto io. A te la scelta.»

«Mi dispiace. E’ che non vorrei farti fare tanta strada per niente. Non so nemmeno da che parte abiti, dovrai fare giri assurdi. Eppure è anche vero che chiamando un taxi ti farei spendere molto di più.»

«Allora per stasera sarò il tuo autista personale.»

«Non so come ringraziarti!»

«Tranquilla, la seconda seduta è a pagamento.»

«Ecco, c’era il trucco. Comunque credo che sia meglio andare. E’ quasi l’una e io pensavo di studiare domattina. Spero che per te non sia un problema.»

«No tranquilla, anzi, devo lavorare per cui prima arrivo a casa e meglio è per tutti. Avverto solo un attimo il mio amico. Tu devi recuperare il cappotto?»

«Sì, l’ho messo al guardaroba. Vado a prenderlo.»

«Perfetto, allora ci troviamo all’ingresso.»

Cercò di farsi largo tra la folla accalcata attorno a lei. Quasi fosse nelle sabbie mobili, più cercava di andare avanti e più veniva risucchiata nella direzione opposta. I “permesso”, “scusa” non sortivano alcun effetto e dopo un po’ di buone maniere iniziò a spingere come facevano gli altri, a pestare involontariamente piedi, a infilzare gomiti e pian piano uscì da quel mare di gente.

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