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Archive for the ‘Romanzo’ Category

Capitolo 14

«Preso tutto? Andiamo. La mia macchina è quella nera.»

Con gesto galante la anticipò di qualche passo e le aprì la portiera.

«Oh, wow. Non mi era ancora capitato il servizio completo. Poi nascondi champagne nel porta oggetti?»

«No. E’ il difetto di quest’auto: vano minuscolo e troppe cose da metterci. Dimmi dove devo impostare il navigatore?»

«Viale dei Giardini. E’ nel quartiere ovest. Tu invece dove abiti?»

Click. Accese la radio, sottofondo anni 80’, Whitney. Le note riempirono gli angoli vuoti dell’abitacolo, rallegrando la notte buia che si stava per concludere.

«Via Verdi. Sono dalle parti del Duomo, vicino ad una pasticceria.»

«Scusa, alza ti prego, adoro questa canzone! La ballerei tutto il giorno se potessi! I wanna dance with somebody with somebody who loves meeeeee! Dai canta anche tu!»

«No dai, sono stonatissimo, canta tu, è meglio. O forse no!?»

«Dai, non sono così male. Sotto la doccia canto decisamente da favola. E soprattutto, non mi sente nessuno.»

Il tempo passava velocemente. Il traffico dei nottambuli sfilava sotto le stelle senza ingombri, macchine che sembravano puntini di luci rosse, fari bianchi come spettri sull’asfalto nero di catrame. La notte fredda faceva appannare i vetri della berlina scura, la temperatura scendeva e Marta iniziava a sentire freddo.

«Stai battendo i denti. Accendo il riscaldamento. Penso che cantare non ti abbia scaldato molto.»

«Già già. Grazie. Stasera fa decisamente freddo. Lo sento proprio che si infiltra sotto il cappotto, dritto nelle ossa.»

«Ecco il duomo. Se prendi quella stradina a destra,» e le indicò una viuzza nascosta tra due file di palazzi, «c’è il tendone rosa di una pasticceria, molto carina e fanno di quei bignè… comunque, vai giù di là e poco più avanti, sulla destra c’è il mio stabile.»

«Devi far colazione spesso là. Se fanno dei dolci così buoni, come puoi resistere?»

«Eh eh, devo stare attento alla linea anch’io.» e le sorrise.

Arancione. Poi rosso. Si fermarono al semaforo e le macchine che provenivano dal Corso passarono lente, una jeep, una mini rosso fuoco e per ultima una BMW nera.

Toccò di nuovo alle auto che venivano da Via Ippolito Nievo e la berlina riprese la sua corsa, dolcemente, col motore diesel che partì subito, non appena fu tolto il piede dalla frizione. Il navigatore indicava le strade da percorrere, le vie da imboccare, le rotonde, fino a portarli ad un viale alberato che sfociava in una serie di viuzze con giardinetti e alti condomini.

«Il mio è quello con il portoncino con la tettoia. Bene perfetto. Bè grazie infinite del passaggio.»

«Aspetta scendo anch’io, voglio capire bene in che zona sono finito.»

«Sei in territorio foresto, è questo che intendi dire? Suvvia, un po’ di avventura. Non avremo la tua pasticceria ma anche noi abbiamo i nostri posti. Per esempio oltre l’isolato c’è un bar molto carino dove da piccola andavo sempre a comprarmi le caramelle quando i miei mi dicevano che ero stata brava e meritavo un premio.»

«Ah sì? E tu avevi fatto davvero la brava bambina?»

«Credo di sì. O forse era solo un modo per abituarmi all’idea che avrei avuto una sorella più piccola.»

«Hai una sorella? Ti stavano comprando allora!»

«Probabile, chi lo sa! A dire il vero sapere che avrei avuto una sorella non mi fece paura. Non ho mai pensato che mi avrebbe rubato la mamma o cose di questo genere anzi, non vedevo l’ora di poter giocare con una bambola in carne e ossa.»

«Ti eri stufata dei bambolotti che avevi in camera?»

«Già già.»

Appoggiati alla portiera del passeggero parlarono ancora del com’era avere una sorella così tanto più piccola (le separavano otto anni di differenza, quasi un’eternità, soprattutto durante l’adolescenza), sul com’era invece essere figlio unico e vedere nei propri amici altrettanti fratelli, di come entrambi avrebbero voluto una famiglia numerosa, minimo tre figli per non farli sentire mai soli, con la condizione che fosse però una famiglia felice.

«Credo che una famiglia unita, ma nel vero senso della parola, sia difficile al giorno d’oggi. Pochi che vogliono fare sacrifici per gli altri, c’è una ricerca al soddisfacimento degli interessi personali che distoglie l’attenzione da ciò che è davvero importante. Tutto è diventato una gara a chi appare, vince, è bello, ha soldi, schiocca le dita e ottiene tutto ciò che vuole. Ogni tanto mi succede, soprattutto quando faccio la fila al supermercato, di guardare chi mi sta davanti e, in un momento di distacco e indifferenza, li vedo tutti impegnati a correre dietro a farfalle destinate a non durare più di un giorno. Sono ridicoli coi loro retini bucati che inseguono su e giù per prati sterminati, insetti che possono volare così in alto da non poterli raggiungere nemmeno con un salto. E non si accorgono che stanno sprecando il loro tempo, che tanto il retino ha un buco e quello che riusciranno ad agguantare durerà il tempo di un battito d’ali. Perché non lo riescono a vedere anche loro? Perché invece non si fermano e si siedono tutti in cerchio e provano a conoscersi e a costruire qualcosa di concreto, che abbia un senso? Corrono e corrono. E sfiniti non trovano nemmeno il tempo per guardare chi hanno vicino e imprimersi nella mente quel volto. E poi…» si mordicchiò il labbro, indeciso su cosa dire e su cosa tacere. Stava forse dicendo troppo? Non erano quelli gli argomenti di cui parlare con una…perfetta sconosciuta.

«E poi cosa? Continua pure, non mi dà fastidio anzi.»

Rifletté ancora qualche istante. Cosa poteva capirne lei, poco più che vent’enne? E si decise.

«E poi qualcuno mi spinge e, rimproverandomi, mi fa cenno che la fila è andata avanti e che farei meglio a muovermi se non voglio essere sorpassato a destra. Ecco è tutto.»

«Meriterebbero decisamente una multa per l’affronto. Bene ora vado. Le chiavi son qui. Grazie ancora del passaggio. E della chiacchierata.»

«Figurati.»

L’aria fredda, il buio, le stelle invisibili per colpa delle luci dei lampioni, forse due teste troppo vicine, un saluto maldestro e le loro bocche si avvicinarono ancora. Il tempo parve fermarsi, le lancette dell’orologio avevano smesso di correre furiose. L’unico a scandire il tempo era il cuore di Marta, che batteva in fretta, travolto da quel momento inaspettato e non cercato, quelle sensazioni dentro di lei, sentire le mani di lui che tenevano il suo viso, quelle mani calde sulla pelle fredda delle guance, un corpo vivo nel freddo di una notte di marzo.

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Capitolo 13

«Ti dispiace se fumo?» estrasse una sigaretta dal pacchetto di Malboro light e la tenne con le dita, sospesa nel buio.

«Uhm, fai come vuoi ma stai attenta alla cenere. I sedili sono di pelle.»

«Come non detto. Bene farò molta attenzione.» Sfilò l’accendino e lo avvicinò alle labbra, inspirò a fondo e la cenere prese vita, un colore rosso come la lava dell’Etna, della durata di un attimo. Le spirali di fumo volteggiavano, salivano e uscivano rapite dall’aria fredda della notte. Un silenzio quasi spettrale era sceso nell’abitacolo. Il rumore del Blue Jazz, la sua musica avvolgente e calda avevano lasciato il posto al buio e al vuoto. L’attrazione di quei due corpi erano l’unico motivo per cui si trovavano entrambi sulla stessa auto. Niente in comune, niente di cui parlare, non c’erano interessi da condividere, curiosità da scoprire. Alcuna intenzione di conoscere, immergersi nella conoscenza di un altro essere umano, di entrare a fondo nell’anima dell’altro e scoprire mondi nuovi.

«Allora sentiamo un po’, cosa fai nella vita?»

«Sto guidando.» fece lui con aria fredda.

«Bene così ti riposi per dopo.» fece la ragazza, accendendosi un’altra sigaretta. Silvia guardava fuori dal finestrino, gambe accavallate, che spuntavano da sotto un cappotto nero di lana cotta, mani tranquille, occhi accesi quanto la Luna.

Arrivarono nei pressi del duomo. Il semaforo del Corso era verde, rosso per le auto provenienti dalla Fiera, via Ippolito Nievo.

«Inizia a scaldarti, che manca poco al divertimento.» fece Filippo voltandosi a fissare negli occhi Silvia, riuscendo, chissà come, a far arrossire quella ragazza-donna ormai smaliziata, senza alcun rispetto per se stessa, immagine di una sé ormai svanita, persa, dimenticata negli abissi di una società votata all’apparenza, al successo, alla popolarità, sia nel bene che nel male, comunque e a qualunque costo.

Ancora dieci minuti tra palazzi ed edifici antichi, alti fino al cielo, per giungere finalmente al condominio dove Filippo viveva con la sua famiglia, al quarto piano di un palazzo signorile, dalle ampie metrature, finiture di pregio. Accostò la BMW nera al marciapiede del suo stabile e si protese verso l’orecchio di Silvia:

«Ed ora divertiamoci.»

Si baciarono di quei baci umidi e affamati.

Col telecomando aprì il cancello automatico e l’auto scivolò verso il parcheggio sotterraneo, inghiottita dal nero del peccato.

 

 

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Capitolo 12

Musica. Musica e ancora musica. Pause note libertà, per rubare parole di grandi artisti, a cui aggiungere ritmo che scende lungo la spina dorsale e si impossessa di gambe, piedi, braccia, testa. Entra nel corpo, lo attraversa come una scarica elettrica e dà il via alle danze. Prima un piede tiene il tempo mentre si finge di guardarsi intorno con il bicchiere mezzo pieno tenuto saldo tra le mani, lo si sorseggia con indifferenza, si scambia un’occhiata con l’amico, un due battute per riempire le pause fitte di bassi; dopo poco si inizia ad ancheggiare. Il piede trasmette un’idea alla gamba, da lì risale fin sulla coscia, l’impulso arriva al bacino e al centro del corpo da dove si dirama in tutte le direzioni. E diventa movimento puro. La foga assale, l’adrenalina invade il cervello e si inizia a ballare scatenati, senza timore; i passi dapprima accennati prendono forma, inesorabili, a volte un po’ eccentrici, a volte un po’ legnosi. Quando la musica chiama non puoi non rispondere.

Dapprima Beyoncé, poi l’ultima di J Lo, Britney –che resuscita sempre dalle ceneri come un’autentica fenice- e l’immancabile Shakira.

«Vedo che hai voglia di scatenarti stasera! Per fortuna che volevi restare a casa a studiare.»

«Forse avevo bisogno di distrarmi un po’, ecco tutto.»

Le due amiche ballavano seguendo il ritmo, a volte a coppia, stringendosi fingendo una lambada, altre volte mimando le parole delle canzoni, facendosi boccacce, cercando di imitarsi, quasi improvvisando delle piccole coreografie di cui solo loro capivano il senso. Unite più che mai, unite e distanti nel carattere, nell’aspetto eppure complementari, l’una che teneva l’altra con i piedi ancorati a terra e l’irruenta che faceva volare la realista. Si mescolavano alla perfezione ed avevano la certezza che, per qualsiasi evenienza, avevano un numero di telefono a cui rivolgersi.

Stavano ballando al ritmo della musica, quasi sotto al piccolo palco dove avevano sistemato la consolle, quando nella massa di gente che spingeva e sgomitava, Marta fu urtata pesantemente da qualcuno alle sue spalle. L’espressione di dolore mista a fastidio, fece scattare subito Carla che le stava di fronte, allungò un braccio e afferrò il malcapitato. Di lì a poco sarebbe stato sbranato dalla furia del peperoncino del rione, avrebbe fatto una brutta fine. Il ragazzo si girò, Carla aprì la bocca per insultarlo ma si fermò di botto. Il ragazzo girandosi aveva alzato le braccia in segno di scusa e Carla non credeva ai suoi occhi.

«Ehi ciao, ancora tu?» fece questi rivolgendosi a Marta.

«Ancora io cosa? Sei tu che mi sei venuto addosso, io non riesco praticamente a muovermi.» fece di rimando.

«Ma no, non intendevo che mi sei venuta a sbattere, sciocchina. Piuttosto che ci siamo incontrati pure qui.»

L’espressione di Marta era evidente: fronte corrugata, bocca semiaperta con gli angoli verso il basso, occhi puntati in avanti. Non aveva idea di cosa le stesse dicendo. Carla si guardava la scena divertita, in certi momenti la sua amica sembrava venire da un altro pianeta. Sorrideva, a braccia conserte, cercando di indovinare quanto tempo sarebbe trascorso prima che l’arcano fosse risolto. A lei era bastato un decimo di secondo, alla sua amica potevano servire un po’ di minuti in più. Sperava quanto meno che non trascorresse un secolo.

«Ah, ho capito. Non mi hai riconosciuto.»

«Riconosciuto? Ma ci conosciamo? Non mi ricordo di averti visto altre volte.»

«Come no! Uno fa un gesto gentile e poi viene ripagato così. Non voglio i soldi indietro ma un minimo di riconoscimento almeno.» leggermente deluso, fece per girarsi. Allora Carla decise che era l’ora di agire, perché certe volte il destino ti mette su una strada perché l’ha deciso e pertanto è sicuramente da seguire, ma ci sono situazioni in cui il destino non parla a voce abbastanza alta e lì di rumore ce n’era fin troppo. Fu così che prese la mano destra del ragazzo e gli fece fare una giravolta su se stesso.

«Ehi ma sei impazzita?» le chiese sbalordito. Oltre che poco riconoscenti, le nuove generazioni gli sembravano anche maleducate.

«Oh ma allora, sei tu?» fece di rimando Marta guardando prima l’amica e poi lui, dritto negli occhi. Una scarica di emozioni. «Il braccialetto.» continuò guardandolo bene. Era proprio quello. Stessa maglia d’argento, stesso ciondolo a forma di scarabeo.

Liberato dalla presa di Carla, le rispose:

«Sì, lo metto tutti i giorni. Non dirmi che non sapevi che faccia avevo?»

Marta scosse la testa a destra e sinistra e lui scoppiò in una risata. I suoi denti bianchi si mostrarono nella loro lucentezza e a Marta sembrò che si fosse fatto improvvisamente giorno. Tutto lo sguardo gli si era illuminato, anche i suoi occhi dapprima rattristati si erano come svegliati.

«Per questa volta ti perdono ma ora guardami bene eh, che se mi dimentico il braccialetto, tu manco mi saluti se mi incroci per strada.» e risero entrambi.

Certo che aveva due occhi stupendi, di un verde acqua intenso, come il mare calmo delle giornate di agosto, un mare di isole incontaminate, spazi lontani e puliti dove l’uomo non ha lasciato il suo indelebile segno. Le lunghe ciglia nere contornavano quelle sfere facendole risaltare ancora di più e Marta in quegli occhi si perse. Inevitabilmente.

«Beh, cosa facciamo qui? Ti va di bere qualcosa, non so, un cocktail o una Coca Cola, quello che preferisci.»

«Oh sì,» si intromise Carla spingendo Marta da dietro «offrile una Coca Cola. Prima gliel’ho rubata io, ma era per una buona causa, lo giuro!»

«Mi arrendo e poi effettivamente mi è venuta sete con tutto questo ballare.» e sorridendo seguì il giovane verso il bancone del bar. Appoggiati sulla superficie lucida e fredda aspettarono che il cameriere si accorgesse di loro. Ogni volta che si avvicinava e cercavano di agganciare il suo sguardo indaffarato, lui si rivolgeva a qualcun altro, alla loro destra o alla loro sinistra, come se di loro non si fosse accorto. Era un tipo sveglio, lavorava veloce con le mani e sapeva dove stava tutto: bicchieri, alcolici, bibite, acqua, cannucce. Aveva tutto sotto controllo e non faceva mai un movimento che non fosse necessario. Non aveva tempo per dubitare, il tempo era un lusso che non poteva permettersi circondato com’era da una folla di assetati che aspettava solo di ristorarsi un po’. La biondina che stava nel suo stesso settore sorrideva e ammiccava ai clienti e si faceva perdonare la calma con cui serviva le ordinazioni. A quel faccino provocante, a quelle mani lente ma precise, si poteva far perdonare tutto, se eri un maschio con gli ormoni impazziti e voglia di far baldoria; se eri una ragazza, invece, al massimo potevi farti scuotere da un sentimento di alleanza femminile perché in fondo, far la barista attorniata da un branco di leoni affamati, non era una posizione da invidiare.

«Bene eccoci qui, prima o poi vedrai che riusciamo ad ordinare. Intanto dimmi, come ti chiami?»

«Marta, piacere. Tu invece? E, prima che mi dimentichi, grazie per avermi prestato i soldi quel giorno. Non so come ho dimenticato il portafogli in montagna e il tempo era pessimo, c’erano quei nuvoloni neri, senza ombrello, con la valigia.. non potevo tornare a casa a piedi. Mi sarei lavata dalla testa ai piedi con la mia fortuna.»

«Ehi quanto parli, quando inizi non ti ferma più nessuno!»

«Oddio scusami!» fece Marta portandosi una mano alla bocca.

«Scherzavo, tranquilla. Non mi dai fastidio. E io sono Mirko. Piacere mio. Cosa fai nella vita?»

«Studio, all’università. Sono al terzo anno, cerco di laurearmi. Tu invece?»

«Sono consulente per una ditta di abbigliamento sportivo. Diciamo che cerco di far quadrare i conti quando qualcosa va per il verso sbagliato. Mi occupo di incanalare le risorse nella giusta direzione.» e poi rivolgendosi al barista che passava davanti alla loro postazione: «Una Coca Cola e uno Sheridan, con ghiaccio. Grazie.»

«Lavoro interessante, non ti annoi mai, e ora capisco, sistemare guai altrui è il tuo mestiere, ecco perché hai salvato anche me.»

«Hai ragione. Prendo una percentuale per la mia consulenza. E sappi che vale oro.»

«Ti pagherei ma come dicevo, il mio portafoglio è rimasto sui monti a far compagnia alle caprette di Heidi.»

«Diciamo allora che la prima seduta è gratuita.»

«Troppo gentile, davvero!»

E risero, una di quelle risate in cui sei a cuor leggero, senza pensieri. Tutto girava intorno ma spariva. Così leggeri da poter volare alti nel cielo. Arrivano le ordinazioni e appena il barista le appoggiò sul bancone dai bicchieri cadde un po’ di condensa che lasciò un segno circolare di acqua fresca. Il ragazzo si voltò, rapito da altri sguardi di assetati. Stufo e rassegnato alzò le spalle in direzione della sua collega la quale gli rispose ridacchiando. A lui spettava il lavoro più duro perchè era più veloce e pertanto tutti cercavano di attirare la sua attenzione, a lei perdonavano tutto, bastava un occhiolino o un sorriso.

«Parlavi della montagna. Hai una casa là?»

«Sì, l’ha ereditata mia mamma. Era dei suoi genitori e quando eravamo piccole ci portavano lì ogni estate ed ogni inverno. Non è proprio una casa. E’ una baita, ha lo stretto necessario ma a noi bastava. Poi crescendo abbiamo smesso di andarci.»

«Come mai?»

«Un po’ perché si cresce e un po’ perché mia madre ha deciso di darla in affitto per arrotondare un po’. Così se quando ci vado ha trovato qualcuno che vuole passarci un week end o qualche giorno, devo impacchettare tutto in fretta e furia e tornare di corsa in città.»

«Dimenticando il portafogli.»

«Certo, sennò come potevi fare il tuo lavoro anche fuori dall’ufficio?»

E di nuovo risero.

Vrrr, vrrr, vrrr, vrrr.

«Cos’è stato? Ah, forse è il tuo cellulare.»

Marta estrasse il telefono dalla borsa e sbloccò la tastiera. Un messaggio. La bustina lampeggiava sotto i suoi occhi. Chi poteva essere a quell’ora? Chi poteva cercarla all’una di notte? Che fosse? Non restava altro da fare che schiacciare il pulsante, mentre il respiro si bloccava e il suo cuore batteva sempre più forte. “Calmati, smettila di battere così o finirai per uscirmi dalla gola!” si ripeteva per cercare di calmarsi. Da quant’era che non si sentivano? Parecchio. Aveva dimenticato il giorno esatto eppure non riusciva ancora a dimenticare lui o a sperare. A sperare in un errore, un fraintendimento. Avrebbe voluto sentire delle parole di scusa, vivere un momento da fiaba con lui che torna a capo chino e le chiede di ricominciare, senza bugie, senza sotterfugi.

«Allora chi è? Qualcuno di importante, buone o cattive notizie?»

«Come dici? Adesso guardo sì. E’ di Carla. Fa più o meno così: “Girati verso l’uscita e fai ciao con la manina”? Come girarmi? Non capisco.»

«Io sì. Guarda là e saluta la tua amica che se ne va con quel tipo.»

Dall’altra parte della sala, verso l’entrata del Gramelli Carla le inviava baci volanti mentre con una mano si faceva trascinare dal barista fuori dal locale.

«Ma lei doveva accompagnarmi a casa, sono senz’auto, sono venuta con lei! Come faccio ora? Un taxi. Devo cercare un taxi.»

«Se vuoi ti riaccompagno io.»

«No ti ringrazio, hai già fatto molto. Chiamo un taxi e torno a casa.»

«Allora ti pago il taxi.»

«No davvero non serve. Il portafoglio!»

«Appunto. O ti pago il taxi il che a quest’ora di notte tra la chiamata e il tragitto mi spenna, o ti riporto io. A te la scelta.»

«Mi dispiace. E’ che non vorrei farti fare tanta strada per niente. Non so nemmeno da che parte abiti, dovrai fare giri assurdi. Eppure è anche vero che chiamando un taxi ti farei spendere molto di più.»

«Allora per stasera sarò il tuo autista personale.»

«Non so come ringraziarti!»

«Tranquilla, la seconda seduta è a pagamento.»

«Ecco, c’era il trucco. Comunque credo che sia meglio andare. E’ quasi l’una e io pensavo di studiare domattina. Spero che per te non sia un problema.»

«No tranquilla, anzi, devo lavorare per cui prima arrivo a casa e meglio è per tutti. Avverto solo un attimo il mio amico. Tu devi recuperare il cappotto?»

«Sì, l’ho messo al guardaroba. Vado a prenderlo.»

«Perfetto, allora ci troviamo all’ingresso.»

Cercò di farsi largo tra la folla accalcata attorno a lei. Quasi fosse nelle sabbie mobili, più cercava di andare avanti e più veniva risucchiata nella direzione opposta. I “permesso”, “scusa” non sortivano alcun effetto e dopo un po’ di buone maniere iniziò a spingere come facevano gli altri, a pestare involontariamente piedi, a infilzare gomiti e pian piano uscì da quel mare di gente.

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Capitolo 11

La cantante aveva appena terminato il suo giro di canzoni e dopo una richiesta di bis della famosa Summertime, fece un inchino e ancheggiando sinuosa nel vestito nero ricoperto di paillettes, uscì dal palco e si ritirò nel camerino dietro le quinte. Al suo posto fu il turno di un prestigiatore illusionista muto, forse per finta chissà, che allietava la clientela con numeri di magia mista a puro inganno. Il trucco c’è ma non si vede.

Sorseggiando il suo apérol Filippo fissava qualcuno dall’altra parte della sala. Stéfan era perplesso. C’era qualcosa sotto di cui non era stato avvertito e decise di scoprire cosa fosse.

«Ehi, ti vedo molto attento. Cosa cerchi?» disse protendendosi verso la poltroncina dove stava seduto il suo amico.

«Non sono affari tuoi.» tagliò corto Filippo. Poi appoggiò il bicchiere semi vuoto sul tavolino e si alzò.

«E ora dove vai?»

Ma Filippo non rispose.

Gli altri della compagnia erano immersi in una conversazione calcistica sugli ultimi successi dell’Inter e le sventure del povero Catania per il quale Caldelli, discendente di una nota famiglia siciliana, si incendiava e difendeva a qualsiasi costo.

«Ti dico che era fuori gioco! Quello lì l’hanno preso perché nessuno lo voleva. Non può giocare così uno e pretendere di essere pure pagato.» faceva Bobo sbattendo pericolosamente la mano sul tavolino. Un bicchiere di apérol, quello di Stéfan che aveva toccato a malapena, vide parte del liquido rossastro oscillare e come un’onda frangersi sul bordo. Il che convinse Stéfan a tenerlo in mano e a sorseggiarne un po’.

«So cosa stai insinuando!» fece il Rosso spingendo gli occhiali in su con l’indice, segno che stava andando all’attacco. «Ho capito perfettamente. Intendi dire che il C.T. è stato comprato! Non te lo permetto, la mafia non centra.»

«Ma dai, al massimo uno si compra l’arbitro, mica l’allenatore!» irruppe Stéfan risvegliato da quell’ipotesi divertente e Bobo gli diede corda, spingendo il gomito di Caldelli che finì per ficcarsi l’indice in un occhio.

 

«Buonasera. Credevo che i fiori sbocciassero col sole, ma nessuno deve avermi detto che quelli più belli si aprono solo la sera.» fece Filippo ad una bionda dai capelli corti che gli dava le spalle. La donna, incuriosita al suono di quelle parole, si voltò e abbozzò un sorriso divertito.

«E io non sapevo che esistessero ancora romantici in questa città. Piacere io sono..»

«Silvia.» e la ragazza fermò la mano con cui voleva presentarsi a mezz’aria. «Non spaventarti, è che ti ho vista altre volte, anche se non ricordo dove, e ho sentito che ti chiamavano così. Ho forse sbagliato?»

Occhi negli occhi. Uno sguardo magnetico dentro ad uno sguardo sbalordito. Silvia era rimasta impressionata. Non se l’aspettava, oltretutto lei non l’aveva mai notato. Né all’università, né in palestra, né al bar del centro dove di solito andava, né in quel posto dove era una abituée.

«Ora tocca a me sapere come ti chiami.» e allungò la mano verso Filippo che la prese e ne sfiorò il dorso in un bacia mano perfetto.

«Filippo.» e lo disse in un modo così carico di emozione e con una tale intensità nello sguardo, guardandola dritta nelle pupille che Silvia si sentì scuotere dalla testa ai piedi. Un brivido lungo la spina dorsale. Era un ragazzo che ci sapeva fare, non c’erano dubbi.

«Ti va di fare due chiacchere? Ti offrirei volentieri qualcosa ma credo che dovrò rapirti dalle tue amiche.» invitandola a seguirlo verso il palco con i privé, sotto lo sguardo delle amiche stupefatte, un po’ spaccone che se la ridevano e tra di loro spettegolavano. Era un bel tipo, alto, moro, carnagione scura e denti bianchissimi. Sembrava già essere andato al mare, magari in un’isola dall’altra parte del mondo e per questo invidiavano la loro Silvia e si rammaricavano per non essere al suo posto.

«Cosa prendi?» le chiese quando si furono appartati dietro ad una delle tende bordeaux in cima al palco riservato.

«Un martini con un’oliva. Secco.» gli si sedette accanto incrociando una gamba sotto al sedere di modo che la gonna, già mini, si ritrasse ancora di più mostrando gambe lunghe e toniche sotto a calze leggere con una riga posteriore. I tacchi, vertiginosi, davano un tocco tra il vamp e il trash.

«Allora, dimmi un po’, cosa ti ha spinto a conoscermi?» fece lei, totalmente a suo agio, lieta di poter essere la protagonista della discussione.

«Da quando ti ho visto la prima volta, mi sono incantato a guardarti. Cercavo il tuo sguardo ma eravamo troppo lontani e non ero sicuro che lo ricambiassi. Poi ogni volta che uscivo e ti incrociavo, ho iniziato a pensare che fosse segno del destino e che fosse giunto il momento di fare qualcosa, di agire.»

I suoi occhi si distrassero e scivolarono lentamente lungo la scollatura. Trattenuta a fatica, una terza abbondante, sotto ad una camicetta di seta bianca tirata quasi che fosse di una taglia più piccola, aveva attirato la sua attenzione. La bionda se ne accorse e fissandolo negli occhi nocciola, si slacciò il bottone dorato di modo che la scollatura si facesse più profonda, senza vergogna, giusto un pizzico di malizia. Sapeva che se l’aveva chiamata con sé, se l’aveva scelta, era perché aveva già deciso cosa sarebbe successo tra loro. Non serviva conquistarlo, lui quella sera, voleva lei e gliel’aveva fatto intendere in modo inequivocabile portandola al privé da dove nessuno poteva vederli.

Dal canto suo Filippo aveva fatto i suoi conti. La donna davanti a lui, poco meno di trent’anni, si stava rivelando una preda facile. L’ennesima, che avrebbe aggiunto alle precedenti. Nessuno sforzo da parte sua di essere galante ancora un po’, non ce n’era bisogno. Le si fece più vicino, fino a ritrovarsi a un palmo di naso, inspirò profondamente il suo profumo di albicocca e appoggiò la mano sulla coscia di lei, mentre con la destra le prese il viso quel tanto che bastava per baciarla.

Dell’interno del privè, illuminato solo da una abat-jour frangiata e chiuso da una tenda scura disposta su tutti i lati, si potevano intravedere solo ombre che si fondevano in un tutt’uno e poi si dividevano di nuovo. Non era dato sapere cosa succedesse tra le sue pareti di stoffa.

Nel frattempo tra baci sul collo e parole sussurrate all’orecchio, le allusioni avevano ormai lasciato il posto alla via diretta.

Nel mentre una cameriera si affacciò alla tenda indicando l’orologio che aveva sul polso. Il tempo di prenotazione era scaduto, dovevano cercarsi un altro posto.

 

 

«Sì e poi corre come una femminuccia. L’avete visto al derby di settimana scorsa? Una vergogna, non sa giocare!» esplose Bobo in un impeto di fuoco.

«Ti dico assolutamente il contrario. E’ un portento, ha stile e..»

«Ehi ragazzi, ma è Filippo quello laggiù?» li interruppe Stéfan indicando un ragazzo con una giacca nera che teneva per mano una spilungona con i capelli corti e una minigonna.

«Sembra di sì.» fece il Rosso spingendo in su gli occhiali con l’indice.

«Sembra che dovrai tornare a casa con qualcun altro, eh Stéfan?» ridacchiò Bobo.

«Sì..» ricevette come risposta. «E mi prenoto già un posto sul tuo X5!»

«E fai bene, se ne avessi trovate due stasera ti avrei dovuto lasciare a piedi pure io. Sembra che il nostro Filippo sia tornato quello di un tempo.»

«Sembra anche a me.»

«Ragazzi, non perdetevi in domande di cui avete già le risposte. Piuttosto, sono arrivate quelle del classico Aristotele. Direi che è ora di iniziare la festa!»

Il Rosso si era già alzato in piedi, aveva finito il suo apérol e si stava incamminando verso un gruppetto di ragazze dall’aria di buona famiglia, vestite alla moda, che di lì a poco si sarebbero trasformate in donne.

«Ha ragione il Rosso. Su andiamo prima che ce le rubi tutte!» rise Bobo alla sua stessa battuta e accennando una partenza dai blocchi si mise all’inseguimento di Caldelli. Come gli fu vicino gli posò il braccio sulla spalla e con la mano sinistra gli strofinò i capelli ramati, quasi che fosse una lampada araba.

«Sì, come no!» gli fece di rimando Stéfan. Era un po’ pensieroso. Il suo migliore amico, il suo fratello, se l’era letteralmente squagliata senza avvisarlo. Tra fratelli come loro, per i quali le parole non servivano, ci si scambiava quantomeno un’occhiata complice. Quella volta nulla. Stéfan si rese conto che Filippo era cambiato. Stava tirando fuori un lato del suo carattere che non gli aveva mai mostrato prima. Che forse nemmeno lui conosceva. O forse era semplicemente preda degli eventi e si era evoluto in un amico diverso, più chiuso, più complicato, non più il lineare e costante Filippo.

Con camminata lenta al suono di Dream a little, dream of me scaturita dalla splendida voce di Marlène che, nel frattempo, era tornata sul palco a riscaldare con le sue note l’aria fresca del Blue Jazz, arrivò alle spalle dei suoi compagni di avventura che approcciavano con le studentesse dell’Aristotele. Erano in cinque, una di carnagione olivastra con profondi occhi scuri e gambe da gazzella, una mulatta con forme decisamente latino americane e un sorriso timido, due bionde, una con gli occhi azzurri e una con gli occhi castani e infine una castana con riflessi ramati e occhi verdi e luminosi che lo rapirono, portandolo in un’altra dimensione. Soffermandosi su quest’ultima, Stéfan ritenne decisamente opportuno accantonare i pensieri e divertirsi. “Credo che per stasera Filippo non abbia bisogno dell’angelo custode indagatore.” E si mise a fare il gallo del gruppo.

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Capitolo 10

L’aula era stracolma. Nonostante fosse un corso non obbligatorio, tutti quelli che potevano trovare un posto, su una sedia o addirittura sui gradini, vi entrava. A volte pur di passare dalla porta in vetro e legno, ci si spingeva, ci si urtava, senza chiedere permesso-fatemi-passare o scusa-mi-dispiace. La pesante porta oscillava in avanti e indietro sui cardini anche dopo l’inizio della lezione, focalizzando gli sguardi curiosi di chi era riuscito a trovare un angolo per seguire stando sufficientemente comodo. Ogni volta che veniva chiusa e stava per terminare lo sciabordio, e sembrava fosse l’ultima, subito si riapriva per far apparire qualche ritardatario che o era fortunato e un amico gli aveva tenuto il posto lottando con le unghie e coi denti o scuoteva la testa sconsolato e rinunciava. Solo allora, dopo più di un quarto d’ora, nell’ampia sala regnava un silenzio di tomba e il professor Gigli cominciava la sua lezione. Di lì ad un’ora e mezza, senza pause, senza un filo di respiro, il canuto vecchietto apriva bocca, sfogliava il suo manuale, cercava fogli nella cartellina consunta, si alzava per andare alla lavagna, afferrava il gesso bianco, lo posava, tentava di pulirsi le mani e poi lo riprendeva, lo fissava con precisione tra l’indice e il pollice e lo poggiava sulla lastra nera. Il ticchettio era seguito dal borbottare dell’insegnante, si girava e aggiungeva altro all’argomento, faceva esempi, si perdeva in considerazioni personali, ritornava sulla strada maestra, si voltava di nuovo. Pian piano al silenzio si sostituiva un brusio proveniente per lo più dalle scalinate più in fondo, quelle più alte dove ogni tanto volava anche qualche pallottola di carta. La noia era dilaniante.

Dal suo banco Marta teneva gli occhi aperti per miracolo, attendendo con impazienza il passaggio del foglio delle firme, unico motivo per cui circa cento studenti si riversavano alle nove del mattino nell’aula 08 del primo piano della facoltà. Ogni tanto fingeva di prendere qualche appunto su processi di sintesi clorofilliana, caratteristiche mediche delle piante, la distinzione con quelle velenose, le specie appartenenti ad una stessa famiglia; il più delle volte tracciava lunghe righe di penna blu sui fogli a quadretti, faceva cerchi, spirali, si improvvisava ritrattista e abbozzava pupazzi sproporzionati. La sua compagna di banco invece, occhialuta con una frangia lunga di capelli castano chiaro, seguiva con grande attenzione ogni minima sillaba del docente. Riportati sui suoi appunti erano pure gli sproloqui senza senso. A cosa le servissero Marta non lo avrebbe saputo dire, le faceva sorgere il dubbio che seguisse davvero e non scrivesse invece tutto a priori.

L’ora sembrava non finire più. Stufa e annoiata, pigiava i tasti del cellulare sotto al banco, presa dai suoi pensieri personali, dai progetti per il week end con il suo Filippo, la sorpresa che gli voleva preparare.

«Bene ragazzi, per oggi è tutto. Qualcuno mi riporti il foglio delle firme.» chiese il docente con un sorriso compiaciuto sul volto rugoso. Con mano altrettanto incartapecorita lo prese e se lo infilò nella cartellina con gli angoli mangiati, raccolse le sue cose con soddisfazione e ripose il tutto nella borsa di pelle.

«Vieni a bere un caffè con noi?»

«No Cecilia, ti ringrazio ma Filippo mi ha detto che è in università e così ci incontriamo.» fece Marta mettendo via le sue cose nella borsa a tracolla.

«Oh ma con questo Filippo le cose vanno davvero bene allora! Non l’avrei mai detto, con tutte quelle che ha sempre combinato a scuola.» disse la castana Cecilia togliendosi gli occhiali e cominciando a pulirli.

«Così si dice in giro. Con me non ha mai dato segno alcuno di essere.. essere quel tipo di ragazzo. E’ sempre molto premuroso, appena mi ammalo mi tempesta di telefonate, messaggi. Pensa che mi dice anche cosa mangiare, che medicine prendere. Un vero tesoro! Quando andiamo in giro poi, non guarda le altre nemmeno per farmi ingelosire.»

«Ci pensano le altre a guardarlo, sperando che si ricordi di loro e vada a trovarle come faceva un tempo! Ti ho mai raccontato che aveva l’agenda per gli appuntamenti?» la punzecchiò Cecilia.

«Ma dai, questa è troppo grossa per essere vera.» ribatté al limite delle risate.

«Sì dico davvero e inoltre..»

«Oh scusa,» la interruppe Marta «eccolo lì, devo andare! Ciao!» e corse incontro al suo Filippo.

 

«Ehi tu, fanciulla, dove ti ho già incontrata?»

«Oh non credo di averti già visto.»

«Bè allora è un valido motivo per conoscerci ora, non trovi? Ho giusto due minuti prima che arrivi la mia ragazza.» e strizzando l’occhio le cinse i fianchi con le sue mani calde e leggermente si curvò per baciarla. Che sapore intenso la percuoteva ogni volta che le loro labbra si incontravano, una scarica di colori e di sensazioni le scivolava lungo la schiena, come una cascata d’acqua che irrompe nel silenzio e rende tutto fresco e pulito. In quei momenti era donna e bambina, sicura di sè e allo stesso tempo protetta da uno scudo umano. Perfezione di equilibri, sintonia di bocche e battiti, pensieri azzerati, esseri catapultati in un altro dove, noncuranti di sguardi, persone, voci.

«Allora principessa, dove andiamo a pranzo?»

Le prese la mano con il suo sorriso più sincero e si incamminarono lungo il corridoio della facoltà.

«Ebbene, dove si va a mangiare? Ho una fame! Quel professore è proprio una noia. Non sa spiegare, non sa accendere la passione, non sa..»

«E io, riesco ad accendere almeno la tua passione?»

«Ma dai, che domande» e rise imbarazzata all’idea che altri potessero sentire i loro discorsi. «Certo che l’accendi, sì. Ma se non mi fai mangiare, avrai da lavorare per ottenere anche un misero fuocherello!» e corse davanti a lui, ben presto inseguita e catturata da mani forti che la strinsero ad un petto compatto dove un cuore batteva per lo sforzo e per il sentimento.

«Non hai idea di quanto tenga a te.» le sussurrò piano accarezzandole i capelli.

«Anch’io.»

«Bene e ora panino da Bruno! Che dici, ti va un bel paninazzo, puoi chiedere anche la cipolla se vuoi, per questa volta te la concedo. Tengo a te no?!»

«Sì, in un modo tutto tuo. E’ forse un tentativo per non dovermi baciare per la prossima mezz’ora?» fece lei divertita, decidendo di stare al gioco.

«Macché mezz’ora.. un giorno intero vorrai dire!»

«Brutto antipatico.» fece per divincolarsi dall’abbraccio ma lui la teneva stretta a sé e per tranquillizzarla la baciò.

Due mesi prima Marta non sapeva quanto l’espressione “in un modo tutto tuo” potesse essere azzeccata.

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Capitolo 9

Filippo guidava con sicurezza e spavalderia, ogni tanto insultando qualche utilitaria che incontrava sul suo tragitto. Uno stronzo-ma-chi-ti-ha-dato-la-patente qui, un ma-tornatene-a-casa là e sorpassava il malcapitato conducente, pigiando sull’acceleratore, anche più del necessario.

«Ehi, la vecchina ti ha fatto il dito. Ciao vecchina!» fece Stéfan agitando la mano in direzione del viso rugoso dell’anziana donna che si allontanava sempre più, inghiottita dalla notte.

«Quanto manca?» chiese noncurante Filippo accelerando.

«Un quarto d’ora. Ma per me puoi anche andare piano amico mio, alla festa non ci voglio arrivare col carro funebre!»

«Il solito fifone. Lo dici solo perché vorresti avere tu tra le mani questo volante di pelle e sotto al piede un pedale capace di mandare un impulso tale al motore che sobbalzi appena lo tocchi. Tu non sai apprezzare questo gioiellino quanto meriterebbe.»

La BMW filava nel buio umido di una pioggia sottile che pian piano smise lasciando sull’asfalto scie lucide di pozzanghere.

«Ecco, è la seconda uscita, quella per lo stadio.» disse Stéfan allungando l’indice in direzione di una macchina davanti a loro che andava nella stessa direzione.

«Poi alla rotonda prendi le indicazioni per il museo civico e poi da lì ti dico dove andare.»

«Speriamo che Caldelli abbia fatto bene il suo dovere di PR, non vorrei arrivare in un posto pieno di cessi. L’ultima volta mi si è avvicinata una grassona con gli occhiali. Ha cercato di abbordarmi ti rendi conto?! Quell’elefante, quella chiappona! Senti com’è andata: ero al bar che sorseggiavo il mio mojito, guardavo la pista e avevo adocchiato un paio di gallinelle seminude, che facevano al caso mio, che si scatenavano. Poi sento qualcuno che mi tocca il braccio con delicatezza, ma in modo deciso e credevo che fosse una cappuccetto rosso da trasformare in zoccola e farle scoprire i segreti del sesso, e invece mi vedo quel coso! Mi è andato addirittura di traverso un sorso.»

«Filippo, a dire il vero si voleva lamentare con te perché le avevi appena pestato un piede.»

«Oh bè, gliel’avrò pestato avendo percepito che era una cessa di dimensioni colossali! »

E si misero a ridere, ricordando la ragazza che, con un sorriso smagliante e il fumo che le usciva dalle orecchie, cercava di avvicinarsi all’orecchio di Filippo per sgridarlo e pretendere le sue scuse. Tentativi inutili perché ogni volta che protendeva la testa verso quella di lui, egli retrocedeva con una smorfia di disgusto fino a quando aveva deciso di andare dalle due ragazze che aveva puntato poco prima. Non sia mai che avesse perso l’occasione di approcciarle e ottenere un bacio, una palpatina, un numero di telefono.

«E non hai visto la faccia che aveva stampata dopo sul viso, quando ti ha visto ballare tra quelle due amiche, ti strusciavi a loro come se non ci fosse più spazio nella stanza. Se ti avesse visto Marta non so che..»

«Taci!»

Filippo era nervoso. Si sentiva in colpa forse? O era solo infastidito perché era stato scoperto, smascherato, perché il diavolo fa le pentole ma non i coperchi? Era irritato, ma con se stesso o con chi aveva fatto la spia? E altra questione importante, chi era stato a tradirlo? Chi tra i suoi amici di scorribande aveva potuto fargli questo? Stéfan no, non c’era nemmeno da chiederlo, non lo avrebbe mai pugnalato alle spalle, lui era salvo. Erano come fratelli, troppe avventure disavventure passate insieme, troppe emozioni condivise, tra dolori e gioie. Come lui non avrebbe tradito Stéfan, per alcun motivo al mondo, allo stesso modo Stéfan non avrebbe tradito lui. E che dire di Caldelli? No, troppo simile a lui e comunque non conosceva Marta. Al massimo poteva averla vista di sfuggita una volta in università ma nulla più. Interesse a spifferare quello che era successo? Nessuno. Altri del suo giro, Pinozzi, Bobo, Giuseppe, Toni? Non lo credeva possibile. Fargli un dispetto non avrebbe avuto senso, agire per invidia nemmeno. Marta era una ragazza normale, non il tipo che loro si giravano a guardare, tra fischi e frasi fatte e un po’ colorite.

Gli ultimi minuti di viaggio continuarono nel silenzio più assoluto. L’unico rumore che si percepiva era quello dei pneumatici da neve sull’asfalto bagnato. Poi un bip del cellulare di Filippo, segno che qualcuno gli aveva mandato un messaggio. Si spostò col busto oltre il volante e afferrò il telefonino, armeggiò coi tasti e con un cenno fece capire a Stéfan che era ora di dargli le indicazioni per arrivare al locale.

 

«Ecco è proprio lì sulla sinistra. Puoi parcheggiare davanti, dove ci sono i sassi.» Stéfan quasi sussurrò, stranito per il comportamento brusco di Filippo. Che cosa ne poteva sapere lui che non erano ammesse nemmeno le battute più innocenti su Marta? In fondo non aveva detto nulla di male. L’aveva detta così, tanto per ridere, e invece il suo amico, il suo fratello, si era oscurato. Più scuro della notte buia. Scese dall’auto scura e guardò la volta celeste sconsolato. La notte era impenetrabile, una trapunta che non faceva filtrare nemmeno una stella. E così era il suo compagno di avventure. Affermava spesso che lui era l’unico di cui si fidava, che tra amici veri come loro una donna non si sarebbe mai messa in mezza al punto da dividerli, che potevano raccontarsi tutto e parlare apertamente. Ma c’era qualcosa che ancora non lasciava trapelare, c’erano dei meandri del suo cuore in cui non permetteva a nessuno di entrare. Ogni volta era come sbattere contro una porta blindata chiusa a doppia mandata.

Ad accoglierli arrivò dopo poco il rosso Caldelli. La sua zazzera scomposta color fuoco lo annunciava da lontano. Era un tipo originale, ricordava tanto l’Inghilterra, con ray ban da vista dalla montatura nera e severa e le lentiggini sul naso. Mingherline le gambe fasciate in pantaloni di costosa fattura, per lo più scozzesi. A lunghe falcate fu da loro e gesticolando indicò un’entrata sul retro da cui i vipz, come preferiva chiamare quelli che contavano nella gioventù cittadina, avevano il privilegio di fluire senza aspettare, far code, prender freddo. Difatti la serata non era delle più tenere come Stéfan constatò immerso nei suoi pensieri. Caldelli e Filippo si avviarono e Stéfan dietro, a tre passi di distanza. Diede una breve occhiata alla fila di persone, per lo più ragazzi e ragazze dai venticinque in su, un gruppetto staccato sul fondo attorno alla quarantina e un gatto che annusava un lampione. Tutti, meno il gatto, erano in trepida attesa, composti, un po’ naif, universitari, giovani laureati, la media borghesia che usciva per divertirsi. Nulla in confronto allo schiamazzo che riempiva l’estenuante attesa al Gramelli, dove il mercoledì le matricole scalpitavano per entrare come giovani tori, costretti in piccoli spazi che sbuffano, sbattono gli zoccoli nervosi sulla terra sollevandola in leggere volute polverose fino a caricare.

Varcarono la soglia e furono avvolti da un getto di aria fredda proveniente dai condizionatori collegati al riciclo del fumo. L’atmosfera signorile e di alto livello li accompagnò ad un tavolo riservato a loro nome, poco distante da un palco, chiuso all’occhio degli ospiti da un sipario di velluto bordeaux scuro. Tavolini rotondi con gambe di metallo nero fumo, attorniati da poltroncine imbottite e altrettanto scure, erano disposti in diagonali all’interno di una piccola arena a cui si accedeva tramite un paio di gradini al centro dell’arco che separava la zona dal bar. Sul lato opposto all’uscita laterale stavano le cucine, di fronte ad esse eleganti toilette.

Il Blue Jazz era da urlo, all’ultima moda, per persone raffinate, per chi voleva fare vita mondana con stile e gusto. Durante la sera era un ristorante per cene intime o d’affari, con prenotazioni già prese per almeno un mese, ma dopo le ore ventidue si dava il via a spettacoli con donne voluttuose dalla voce calda e profonda, ovatta su un mondo troppo avanzato e freddo. Quella sera il blues riempiva i discorsi, si infiltrava tra le parole con delicatezza, come una mano di donna dalle unghie scarlatte che scivola su un braccio con tocco leggero. Ma sicuro e senza alcuna intenzione di farsi respingere.

Il brusio era intenso, tanto che non si sentì il rumore delle poltroncine che venivano spostate. Si sedettero e subito una cameriera con camicia bianca e gonna nera corse a prendere le loro ordinazioni: un martini, due apérol e uno sheridan. Nel frattempo era arrivato anche Bobo, così chiamato perchè assomigliava nella stazza al calciatore dell’Inter, un po’ meno per quel che riguardava le donne: i gusti erano decisamente opposti, l’uno una moretta in miniatura, l’altro una spilungona bionda cotonata. D’un tratto le luci dei riflettori furono convogliate al centro del sipario a formare un cerchio da cui spuntò un presentatore in frac che, munito di un microfono a filo, annunciò la stella della serata: «Ed ecco a voi l’incantevole e affascinante, Marlène! Fatele un applauso.» e rivolgendosi a lei: «Prego Madame.» e uscì di scena. La donna con tono suadente che proveniva dalle corde vocali ammaestrate, cominciò a cantare, attirando su di sé in modo quasi ipnotico l’attenzione dei presenti.

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Capitolo 8

Dopo una doccia calda e lunga nella Iacuzzi, rimedio piuttosto efficace per sentire un po’ di calore in una vita spesso arida e pronta ad avvolgerti in abbracci di fredda indifferenza, Sebastian era tornato in soggiorno con addosso un accappatoio bianco spugnoso. In mano teneva una sigaretta e attraverso il velo leggero di fumo che da essa saliva guardava fuori dalla vetrata che dava sulla terrazza. Ritto in piedi ogni tanto si voltava verso un tavolino di cristallo dove aveva appoggiato un posacenere, senza mai smettere di seguire il corso dei suoi pensieri. Nel buio della notte gli sfilavano davanti le tappe più importanti della sua storia con Giada, il primo incontro sotto i portici di via del Corso sotto una pioggia battente, la prima volta assieme, il tocco della sua mano sulla pelle liscia e profumata di lei, le loro mani che si stringevano, la loro vacanza a Parigi, le crisi che li avevano allontanati ma che poi li avevano fatti avvicinare ancora più di prima, gli alti e i bassi della vita che come una roulette russa colpisce quando meno ci si fa caso, la morte del padre di lei che indubbiamente le aveva straziato il cuore facendo diventare Sebastian la figura maschile di riferimento, la laurea, l’ingresso nel mondo del lavoro, le liti, il lasciarsi per poi riprendersi. Tra una cosa e l’altra il loro rapporto era durato circa dieci anni e dopo tutto quello attraverso cui erano passati, Giada aveva proposto di andare a vivere assieme, in un super attico sopra piazza del Popolo, centro della città. Ma lei aveva solo proposto o in realtà aveva deciso? Deciso anche per lui? A lui era stata posta la domanda “Vuoi che andiamo a vivere assieme” o, come in realtà era accaduto, gli era stato imposto “Andiamo a vivere assieme!”? E se era stata una decisione altrui che influiva anche sulla sua vita, perchè non aveva detto nulla, limitandosi a un generico e poco emozionato “Va bene”? E perchè subire una decisione? Avrebbe potuto fermare tutto e tutti e far sentire la propria opinione, esprimersi, aprire il cuore e ammettere che non se la sentiva, che per lui era un passo troppo grande. Invece era rimasto ammutolito, travolto dall’eccitazione dei suoi genitori e dalla madre di lei al suono della bella notizia. Muto, senza parole, senza fiato per riprendersi da quella che per lui era una bomba sganciata da un aereo in piena guerra. Nella testa solo il desiderio di riuscire a scappare e andarsi a nascondere. Non riusciva a darsi una spiegazione, in fondo voleva bene a Giada, gli faceva tenerezza guardarla mentre dormiva con il viso leggermente corrucciato ma si rendeva anche conto che ora il semplice pensiero del profumo di lei, del profilo del corpo di lei adagiato sotto il lenzuolo leggero, non gli provoca alcun brivido sotto l’epidermide. Spense la sigaretta ormai consumata e guardò il salotto arredato proprio come lei aveva voluto: il divano bianco, la pianta nell’angolo, un paio di tavolini tra le poltrone, il televisore, la cristalliera, il piano bar. Tutto era stato scelto da lei, comprese ovviamente le tende e il lampadario, per non parlare del tappeto persiano intrecciato a mano. Erano due anni ormai che vivevano assieme in un appartamento che dominava il centro città e Sebastian si sentiva ospite in casa d’altri. Quel luogo non gli apparteneva ma, invece di prendere una decisione ferma e risoluta, stava fermo nelle sue abitudini, spaventato di saltare e vivere la vita come avrebbe davvero voluto. La forza dell’abitudine, gran brutta bestia.

Nel silenzio l’orologio ticchettava debolmente alla parete e segnava ormai le undici. Sebastian si decise finalmente ad andare a vestirsi senza alcuna fretta, per una volta Gianni avrebbe aspettato.

 

La preparazione era stata calma, la scelta dei vestiti fatta con cura. Sulla sedia della camera aveva già disposto la giacca nera e i pantaloni dello stesso colore che avrebbe indossato il giorno dopo al lavoro, la camicia celeste ancora sulla stampella era stata appesa alla chiave dell’armadio. Nella penombra della stanza, rischiarata solo da una piccola abat-jour accesa sul comodino di Giada, aveva scelto una polo a righe larghe nere e bianche, un paio di jeans chiari e si era specchiato nella porta dell’armadio. Si girò solo per prendere il proprio orologio dal cassetto del suo comodino e solo allora vide che Giada stava tutta rannicchiata su un fianco dandogli la schiena. Sembrava così piccola e indifesa in quella posizione fetale, quasi a proteggersi dai pericoli del mondo, come se dovesse pensarci lei stessa e nessuno attorno le desse una mano. Sola e abbandonata. Dalla morte del padre era indubbiamente cambiata, aveva scoperto delle fragilità del suo carattere che non sapeva di avere, aveva fatto i conti con la vita, una parte dei conti, perchè c’è anche il saldo finale che ti presenta prima o poi. Agganciando l’orologio al polso si voltò ed uscì in corridoio. Socchiuse la porta della camera e si appoggiò allo stipite. Scrollò le spalle per scacciare i pensieri e finito di prepararsi andò a prendere la sua macchina. Sapeva di dover far qualcosa ma quella non era la sera adatta.

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