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Archive for the ‘Romanzo’ Category

Capitolo 11

La cantante aveva appena terminato il suo giro di canzoni e dopo una richiesta di bis della famosa Summertime, fece un inchino e ancheggiando sinuosa nel vestito nero ricoperto di paillettes, uscì dal palco e si ritirò nel camerino dietro le quinte. Al suo posto fu il turno di un prestigiatore illusionista muto, forse per finta chissà, che allietava la clientela con numeri di magia mista a puro inganno. Il trucco c’è ma non si vede.

Sorseggiando il suo apérol Filippo fissava qualcuno dall’altra parte della sala. Stéfan era perplesso. C’era qualcosa sotto di cui non era stato avvertito e decise di scoprire cosa fosse.

«Ehi, ti vedo molto attento. Cosa cerchi?» disse protendendosi verso la poltroncina dove stava seduto il suo amico.

«Non sono affari tuoi.» tagliò corto Filippo. Poi appoggiò il bicchiere semi vuoto sul tavolino e si alzò.

«E ora dove vai?»

Ma Filippo non rispose.

Gli altri della compagnia erano immersi in una conversazione calcistica sugli ultimi successi dell’Inter e le sventure del povero Catania per il quale Caldelli, discendente di una nota famiglia siciliana, si incendiava e difendeva a qualsiasi costo.

«Ti dico che era fuori gioco! Quello lì l’hanno preso perché nessuno lo voleva. Non può giocare così uno e pretendere di essere pure pagato.» faceva Bobo sbattendo pericolosamente la mano sul tavolino. Un bicchiere di apérol, quello di Stéfan che aveva toccato a malapena, vide parte del liquido rossastro oscillare e come un’onda frangersi sul bordo. Il che convinse Stéfan a tenerlo in mano e a sorseggiarne un po’.

«So cosa stai insinuando!» fece il Rosso spingendo gli occhiali in su con l’indice, segno che stava andando all’attacco. «Ho capito perfettamente. Intendi dire che il C.T. è stato comprato! Non te lo permetto, la mafia non centra.»

«Ma dai, al massimo uno si compra l’arbitro, mica l’allenatore!» irruppe Stéfan risvegliato da quell’ipotesi divertente e Bobo gli diede corda, spingendo il gomito di Caldelli che finì per ficcarsi l’indice in un occhio.

 

«Buonasera. Credevo che i fiori sbocciassero col sole, ma nessuno deve avermi detto che quelli più belli si aprono solo la sera.» fece Filippo ad una bionda dai capelli corti che gli dava le spalle. La donna, incuriosita al suono di quelle parole, si voltò e abbozzò un sorriso divertito.

«E io non sapevo che esistessero ancora romantici in questa città. Piacere io sono..»

«Silvia.» e la ragazza fermò la mano con cui voleva presentarsi a mezz’aria. «Non spaventarti, è che ti ho vista altre volte, anche se non ricordo dove, e ho sentito che ti chiamavano così. Ho forse sbagliato?»

Occhi negli occhi. Uno sguardo magnetico dentro ad uno sguardo sbalordito. Silvia era rimasta impressionata. Non se l’aspettava, oltretutto lei non l’aveva mai notato. Né all’università, né in palestra, né al bar del centro dove di solito andava, né in quel posto dove era una abituée.

«Ora tocca a me sapere come ti chiami.» e allungò la mano verso Filippo che la prese e ne sfiorò il dorso in un bacia mano perfetto.

«Filippo.» e lo disse in un modo così carico di emozione e con una tale intensità nello sguardo, guardandola dritta nelle pupille che Silvia si sentì scuotere dalla testa ai piedi. Un brivido lungo la spina dorsale. Era un ragazzo che ci sapeva fare, non c’erano dubbi.

«Ti va di fare due chiacchere? Ti offrirei volentieri qualcosa ma credo che dovrò rapirti dalle tue amiche.» invitandola a seguirlo verso il palco con i privé, sotto lo sguardo delle amiche stupefatte, un po’ spaccone che se la ridevano e tra di loro spettegolavano. Era un bel tipo, alto, moro, carnagione scura e denti bianchissimi. Sembrava già essere andato al mare, magari in un’isola dall’altra parte del mondo e per questo invidiavano la loro Silvia e si rammaricavano per non essere al suo posto.

«Cosa prendi?» le chiese quando si furono appartati dietro ad una delle tende bordeaux in cima al palco riservato.

«Un martini con un’oliva. Secco.» gli si sedette accanto incrociando una gamba sotto al sedere di modo che la gonna, già mini, si ritrasse ancora di più mostrando gambe lunghe e toniche sotto a calze leggere con una riga posteriore. I tacchi, vertiginosi, davano un tocco tra il vamp e il trash.

«Allora, dimmi un po’, cosa ti ha spinto a conoscermi?» fece lei, totalmente a suo agio, lieta di poter essere la protagonista della discussione.

«Da quando ti ho visto la prima volta, mi sono incantato a guardarti. Cercavo il tuo sguardo ma eravamo troppo lontani e non ero sicuro che lo ricambiassi. Poi ogni volta che uscivo e ti incrociavo, ho iniziato a pensare che fosse segno del destino e che fosse giunto il momento di fare qualcosa, di agire.»

I suoi occhi si distrassero e scivolarono lentamente lungo la scollatura. Trattenuta a fatica, una terza abbondante, sotto ad una camicetta di seta bianca tirata quasi che fosse di una taglia più piccola, aveva attirato la sua attenzione. La bionda se ne accorse e fissandolo negli occhi nocciola, si slacciò il bottone dorato di modo che la scollatura si facesse più profonda, senza vergogna, giusto un pizzico di malizia. Sapeva che se l’aveva chiamata con sé, se l’aveva scelta, era perché aveva già deciso cosa sarebbe successo tra loro. Non serviva conquistarlo, lui quella sera, voleva lei e gliel’aveva fatto intendere in modo inequivocabile portandola al privé da dove nessuno poteva vederli.

Dal canto suo Filippo aveva fatto i suoi conti. La donna davanti a lui, poco meno di trent’anni, si stava rivelando una preda facile. L’ennesima, che avrebbe aggiunto alle precedenti. Nessuno sforzo da parte sua di essere galante ancora un po’, non ce n’era bisogno. Le si fece più vicino, fino a ritrovarsi a un palmo di naso, inspirò profondamente il suo profumo di albicocca e appoggiò la mano sulla coscia di lei, mentre con la destra le prese il viso quel tanto che bastava per baciarla.

Dell’interno del privè, illuminato solo da una abat-jour frangiata e chiuso da una tenda scura disposta su tutti i lati, si potevano intravedere solo ombre che si fondevano in un tutt’uno e poi si dividevano di nuovo. Non era dato sapere cosa succedesse tra le sue pareti di stoffa.

Nel frattempo tra baci sul collo e parole sussurrate all’orecchio, le allusioni avevano ormai lasciato il posto alla via diretta.

Nel mentre una cameriera si affacciò alla tenda indicando l’orologio che aveva sul polso. Il tempo di prenotazione era scaduto, dovevano cercarsi un altro posto.

 

 

«Sì e poi corre come una femminuccia. L’avete visto al derby di settimana scorsa? Una vergogna, non sa giocare!» esplose Bobo in un impeto di fuoco.

«Ti dico assolutamente il contrario. E’ un portento, ha stile e..»

«Ehi ragazzi, ma è Filippo quello laggiù?» li interruppe Stéfan indicando un ragazzo con una giacca nera che teneva per mano una spilungona con i capelli corti e una minigonna.

«Sembra di sì.» fece il Rosso spingendo in su gli occhiali con l’indice.

«Sembra che dovrai tornare a casa con qualcun altro, eh Stéfan?» ridacchiò Bobo.

«Sì..» ricevette come risposta. «E mi prenoto già un posto sul tuo X5!»

«E fai bene, se ne avessi trovate due stasera ti avrei dovuto lasciare a piedi pure io. Sembra che il nostro Filippo sia tornato quello di un tempo.»

«Sembra anche a me.»

«Ragazzi, non perdetevi in domande di cui avete già le risposte. Piuttosto, sono arrivate quelle del classico Aristotele. Direi che è ora di iniziare la festa!»

Il Rosso si era già alzato in piedi, aveva finito il suo apérol e si stava incamminando verso un gruppetto di ragazze dall’aria di buona famiglia, vestite alla moda, che di lì a poco si sarebbero trasformate in donne.

«Ha ragione il Rosso. Su andiamo prima che ce le rubi tutte!» rise Bobo alla sua stessa battuta e accennando una partenza dai blocchi si mise all’inseguimento di Caldelli. Come gli fu vicino gli posò il braccio sulla spalla e con la mano sinistra gli strofinò i capelli ramati, quasi che fosse una lampada araba.

«Sì, come no!» gli fece di rimando Stéfan. Era un po’ pensieroso. Il suo migliore amico, il suo fratello, se l’era letteralmente squagliata senza avvisarlo. Tra fratelli come loro, per i quali le parole non servivano, ci si scambiava quantomeno un’occhiata complice. Quella volta nulla. Stéfan si rese conto che Filippo era cambiato. Stava tirando fuori un lato del suo carattere che non gli aveva mai mostrato prima. Che forse nemmeno lui conosceva. O forse era semplicemente preda degli eventi e si era evoluto in un amico diverso, più chiuso, più complicato, non più il lineare e costante Filippo.

Con camminata lenta al suono di Dream a little, dream of me scaturita dalla splendida voce di Marlène che, nel frattempo, era tornata sul palco a riscaldare con le sue note l’aria fresca del Blue Jazz, arrivò alle spalle dei suoi compagni di avventura che approcciavano con le studentesse dell’Aristotele. Erano in cinque, una di carnagione olivastra con profondi occhi scuri e gambe da gazzella, una mulatta con forme decisamente latino americane e un sorriso timido, due bionde, una con gli occhi azzurri e una con gli occhi castani e infine una castana con riflessi ramati e occhi verdi e luminosi che lo rapirono, portandolo in un’altra dimensione. Soffermandosi su quest’ultima, Stéfan ritenne decisamente opportuno accantonare i pensieri e divertirsi. “Credo che per stasera Filippo non abbia bisogno dell’angelo custode indagatore.” E si mise a fare il gallo del gruppo.

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Capitolo 10

L’aula era stracolma. Nonostante fosse un corso non obbligatorio, tutti quelli che potevano trovare un posto, su una sedia o addirittura sui gradini, vi entrava. A volte pur di passare dalla porta in vetro e legno, ci si spingeva, ci si urtava, senza chiedere permesso-fatemi-passare o scusa-mi-dispiace. La pesante porta oscillava in avanti e indietro sui cardini anche dopo l’inizio della lezione, focalizzando gli sguardi curiosi di chi era riuscito a trovare un angolo per seguire stando sufficientemente comodo. Ogni volta che veniva chiusa e stava per terminare lo sciabordio, e sembrava fosse l’ultima, subito si riapriva per far apparire qualche ritardatario che o era fortunato e un amico gli aveva tenuto il posto lottando con le unghie e coi denti o scuoteva la testa sconsolato e rinunciava. Solo allora, dopo più di un quarto d’ora, nell’ampia sala regnava un silenzio di tomba e il professor Gigli cominciava la sua lezione. Di lì ad un’ora e mezza, senza pause, senza un filo di respiro, il canuto vecchietto apriva bocca, sfogliava il suo manuale, cercava fogli nella cartellina consunta, si alzava per andare alla lavagna, afferrava il gesso bianco, lo posava, tentava di pulirsi le mani e poi lo riprendeva, lo fissava con precisione tra l’indice e il pollice e lo poggiava sulla lastra nera. Il ticchettio era seguito dal borbottare dell’insegnante, si girava e aggiungeva altro all’argomento, faceva esempi, si perdeva in considerazioni personali, ritornava sulla strada maestra, si voltava di nuovo. Pian piano al silenzio si sostituiva un brusio proveniente per lo più dalle scalinate più in fondo, quelle più alte dove ogni tanto volava anche qualche pallottola di carta. La noia era dilaniante.

Dal suo banco Marta teneva gli occhi aperti per miracolo, attendendo con impazienza il passaggio del foglio delle firme, unico motivo per cui circa cento studenti si riversavano alle nove del mattino nell’aula 08 del primo piano della facoltà. Ogni tanto fingeva di prendere qualche appunto su processi di sintesi clorofilliana, caratteristiche mediche delle piante, la distinzione con quelle velenose, le specie appartenenti ad una stessa famiglia; il più delle volte tracciava lunghe righe di penna blu sui fogli a quadretti, faceva cerchi, spirali, si improvvisava ritrattista e abbozzava pupazzi sproporzionati. La sua compagna di banco invece, occhialuta con una frangia lunga di capelli castano chiaro, seguiva con grande attenzione ogni minima sillaba del docente. Riportati sui suoi appunti erano pure gli sproloqui senza senso. A cosa le servissero Marta non lo avrebbe saputo dire, le faceva sorgere il dubbio che seguisse davvero e non scrivesse invece tutto a priori.

L’ora sembrava non finire più. Stufa e annoiata, pigiava i tasti del cellulare sotto al banco, presa dai suoi pensieri personali, dai progetti per il week end con il suo Filippo, la sorpresa che gli voleva preparare.

«Bene ragazzi, per oggi è tutto. Qualcuno mi riporti il foglio delle firme.» chiese il docente con un sorriso compiaciuto sul volto rugoso. Con mano altrettanto incartapecorita lo prese e se lo infilò nella cartellina con gli angoli mangiati, raccolse le sue cose con soddisfazione e ripose il tutto nella borsa di pelle.

«Vieni a bere un caffè con noi?»

«No Cecilia, ti ringrazio ma Filippo mi ha detto che è in università e così ci incontriamo.» fece Marta mettendo via le sue cose nella borsa a tracolla.

«Oh ma con questo Filippo le cose vanno davvero bene allora! Non l’avrei mai detto, con tutte quelle che ha sempre combinato a scuola.» disse la castana Cecilia togliendosi gli occhiali e cominciando a pulirli.

«Così si dice in giro. Con me non ha mai dato segno alcuno di essere.. essere quel tipo di ragazzo. E’ sempre molto premuroso, appena mi ammalo mi tempesta di telefonate, messaggi. Pensa che mi dice anche cosa mangiare, che medicine prendere. Un vero tesoro! Quando andiamo in giro poi, non guarda le altre nemmeno per farmi ingelosire.»

«Ci pensano le altre a guardarlo, sperando che si ricordi di loro e vada a trovarle come faceva un tempo! Ti ho mai raccontato che aveva l’agenda per gli appuntamenti?» la punzecchiò Cecilia.

«Ma dai, questa è troppo grossa per essere vera.» ribatté al limite delle risate.

«Sì dico davvero e inoltre..»

«Oh scusa,» la interruppe Marta «eccolo lì, devo andare! Ciao!» e corse incontro al suo Filippo.

 

«Ehi tu, fanciulla, dove ti ho già incontrata?»

«Oh non credo di averti già visto.»

«Bè allora è un valido motivo per conoscerci ora, non trovi? Ho giusto due minuti prima che arrivi la mia ragazza.» e strizzando l’occhio le cinse i fianchi con le sue mani calde e leggermente si curvò per baciarla. Che sapore intenso la percuoteva ogni volta che le loro labbra si incontravano, una scarica di colori e di sensazioni le scivolava lungo la schiena, come una cascata d’acqua che irrompe nel silenzio e rende tutto fresco e pulito. In quei momenti era donna e bambina, sicura di sè e allo stesso tempo protetta da uno scudo umano. Perfezione di equilibri, sintonia di bocche e battiti, pensieri azzerati, esseri catapultati in un altro dove, noncuranti di sguardi, persone, voci.

«Allora principessa, dove andiamo a pranzo?»

Le prese la mano con il suo sorriso più sincero e si incamminarono lungo il corridoio della facoltà.

«Ebbene, dove si va a mangiare? Ho una fame! Quel professore è proprio una noia. Non sa spiegare, non sa accendere la passione, non sa..»

«E io, riesco ad accendere almeno la tua passione?»

«Ma dai, che domande» e rise imbarazzata all’idea che altri potessero sentire i loro discorsi. «Certo che l’accendi, sì. Ma se non mi fai mangiare, avrai da lavorare per ottenere anche un misero fuocherello!» e corse davanti a lui, ben presto inseguita e catturata da mani forti che la strinsero ad un petto compatto dove un cuore batteva per lo sforzo e per il sentimento.

«Non hai idea di quanto tenga a te.» le sussurrò piano accarezzandole i capelli.

«Anch’io.»

«Bene e ora panino da Bruno! Che dici, ti va un bel paninazzo, puoi chiedere anche la cipolla se vuoi, per questa volta te la concedo. Tengo a te no?!»

«Sì, in un modo tutto tuo. E’ forse un tentativo per non dovermi baciare per la prossima mezz’ora?» fece lei divertita, decidendo di stare al gioco.

«Macché mezz’ora.. un giorno intero vorrai dire!»

«Brutto antipatico.» fece per divincolarsi dall’abbraccio ma lui la teneva stretta a sé e per tranquillizzarla la baciò.

Due mesi prima Marta non sapeva quanto l’espressione “in un modo tutto tuo” potesse essere azzeccata.

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Capitolo 9

Filippo guidava con sicurezza e spavalderia, ogni tanto insultando qualche utilitaria che incontrava sul suo tragitto. Uno stronzo-ma-chi-ti-ha-dato-la-patente qui, un ma-tornatene-a-casa là e sorpassava il malcapitato conducente, pigiando sull’acceleratore, anche più del necessario.

«Ehi, la vecchina ti ha fatto il dito. Ciao vecchina!» fece Stéfan agitando la mano in direzione del viso rugoso dell’anziana donna che si allontanava sempre più, inghiottita dalla notte.

«Quanto manca?» chiese noncurante Filippo accelerando.

«Un quarto d’ora. Ma per me puoi anche andare piano amico mio, alla festa non ci voglio arrivare col carro funebre!»

«Il solito fifone. Lo dici solo perché vorresti avere tu tra le mani questo volante di pelle e sotto al piede un pedale capace di mandare un impulso tale al motore che sobbalzi appena lo tocchi. Tu non sai apprezzare questo gioiellino quanto meriterebbe.»

La BMW filava nel buio umido di una pioggia sottile che pian piano smise lasciando sull’asfalto scie lucide di pozzanghere.

«Ecco, è la seconda uscita, quella per lo stadio.» disse Stéfan allungando l’indice in direzione di una macchina davanti a loro che andava nella stessa direzione.

«Poi alla rotonda prendi le indicazioni per il museo civico e poi da lì ti dico dove andare.»

«Speriamo che Caldelli abbia fatto bene il suo dovere di PR, non vorrei arrivare in un posto pieno di cessi. L’ultima volta mi si è avvicinata una grassona con gli occhiali. Ha cercato di abbordarmi ti rendi conto?! Quell’elefante, quella chiappona! Senti com’è andata: ero al bar che sorseggiavo il mio mojito, guardavo la pista e avevo adocchiato un paio di gallinelle seminude, che facevano al caso mio, che si scatenavano. Poi sento qualcuno che mi tocca il braccio con delicatezza, ma in modo deciso e credevo che fosse una cappuccetto rosso da trasformare in zoccola e farle scoprire i segreti del sesso, e invece mi vedo quel coso! Mi è andato addirittura di traverso un sorso.»

«Filippo, a dire il vero si voleva lamentare con te perché le avevi appena pestato un piede.»

«Oh bè, gliel’avrò pestato avendo percepito che era una cessa di dimensioni colossali! »

E si misero a ridere, ricordando la ragazza che, con un sorriso smagliante e il fumo che le usciva dalle orecchie, cercava di avvicinarsi all’orecchio di Filippo per sgridarlo e pretendere le sue scuse. Tentativi inutili perché ogni volta che protendeva la testa verso quella di lui, egli retrocedeva con una smorfia di disgusto fino a quando aveva deciso di andare dalle due ragazze che aveva puntato poco prima. Non sia mai che avesse perso l’occasione di approcciarle e ottenere un bacio, una palpatina, un numero di telefono.

«E non hai visto la faccia che aveva stampata dopo sul viso, quando ti ha visto ballare tra quelle due amiche, ti strusciavi a loro come se non ci fosse più spazio nella stanza. Se ti avesse visto Marta non so che..»

«Taci!»

Filippo era nervoso. Si sentiva in colpa forse? O era solo infastidito perché era stato scoperto, smascherato, perché il diavolo fa le pentole ma non i coperchi? Era irritato, ma con se stesso o con chi aveva fatto la spia? E altra questione importante, chi era stato a tradirlo? Chi tra i suoi amici di scorribande aveva potuto fargli questo? Stéfan no, non c’era nemmeno da chiederlo, non lo avrebbe mai pugnalato alle spalle, lui era salvo. Erano come fratelli, troppe avventure disavventure passate insieme, troppe emozioni condivise, tra dolori e gioie. Come lui non avrebbe tradito Stéfan, per alcun motivo al mondo, allo stesso modo Stéfan non avrebbe tradito lui. E che dire di Caldelli? No, troppo simile a lui e comunque non conosceva Marta. Al massimo poteva averla vista di sfuggita una volta in università ma nulla più. Interesse a spifferare quello che era successo? Nessuno. Altri del suo giro, Pinozzi, Bobo, Giuseppe, Toni? Non lo credeva possibile. Fargli un dispetto non avrebbe avuto senso, agire per invidia nemmeno. Marta era una ragazza normale, non il tipo che loro si giravano a guardare, tra fischi e frasi fatte e un po’ colorite.

Gli ultimi minuti di viaggio continuarono nel silenzio più assoluto. L’unico rumore che si percepiva era quello dei pneumatici da neve sull’asfalto bagnato. Poi un bip del cellulare di Filippo, segno che qualcuno gli aveva mandato un messaggio. Si spostò col busto oltre il volante e afferrò il telefonino, armeggiò coi tasti e con un cenno fece capire a Stéfan che era ora di dargli le indicazioni per arrivare al locale.

 

«Ecco è proprio lì sulla sinistra. Puoi parcheggiare davanti, dove ci sono i sassi.» Stéfan quasi sussurrò, stranito per il comportamento brusco di Filippo. Che cosa ne poteva sapere lui che non erano ammesse nemmeno le battute più innocenti su Marta? In fondo non aveva detto nulla di male. L’aveva detta così, tanto per ridere, e invece il suo amico, il suo fratello, si era oscurato. Più scuro della notte buia. Scese dall’auto scura e guardò la volta celeste sconsolato. La notte era impenetrabile, una trapunta che non faceva filtrare nemmeno una stella. E così era il suo compagno di avventure. Affermava spesso che lui era l’unico di cui si fidava, che tra amici veri come loro una donna non si sarebbe mai messa in mezza al punto da dividerli, che potevano raccontarsi tutto e parlare apertamente. Ma c’era qualcosa che ancora non lasciava trapelare, c’erano dei meandri del suo cuore in cui non permetteva a nessuno di entrare. Ogni volta era come sbattere contro una porta blindata chiusa a doppia mandata.

Ad accoglierli arrivò dopo poco il rosso Caldelli. La sua zazzera scomposta color fuoco lo annunciava da lontano. Era un tipo originale, ricordava tanto l’Inghilterra, con ray ban da vista dalla montatura nera e severa e le lentiggini sul naso. Mingherline le gambe fasciate in pantaloni di costosa fattura, per lo più scozzesi. A lunghe falcate fu da loro e gesticolando indicò un’entrata sul retro da cui i vipz, come preferiva chiamare quelli che contavano nella gioventù cittadina, avevano il privilegio di fluire senza aspettare, far code, prender freddo. Difatti la serata non era delle più tenere come Stéfan constatò immerso nei suoi pensieri. Caldelli e Filippo si avviarono e Stéfan dietro, a tre passi di distanza. Diede una breve occhiata alla fila di persone, per lo più ragazzi e ragazze dai venticinque in su, un gruppetto staccato sul fondo attorno alla quarantina e un gatto che annusava un lampione. Tutti, meno il gatto, erano in trepida attesa, composti, un po’ naif, universitari, giovani laureati, la media borghesia che usciva per divertirsi. Nulla in confronto allo schiamazzo che riempiva l’estenuante attesa al Gramelli, dove il mercoledì le matricole scalpitavano per entrare come giovani tori, costretti in piccoli spazi che sbuffano, sbattono gli zoccoli nervosi sulla terra sollevandola in leggere volute polverose fino a caricare.

Varcarono la soglia e furono avvolti da un getto di aria fredda proveniente dai condizionatori collegati al riciclo del fumo. L’atmosfera signorile e di alto livello li accompagnò ad un tavolo riservato a loro nome, poco distante da un palco, chiuso all’occhio degli ospiti da un sipario di velluto bordeaux scuro. Tavolini rotondi con gambe di metallo nero fumo, attorniati da poltroncine imbottite e altrettanto scure, erano disposti in diagonali all’interno di una piccola arena a cui si accedeva tramite un paio di gradini al centro dell’arco che separava la zona dal bar. Sul lato opposto all’uscita laterale stavano le cucine, di fronte ad esse eleganti toilette.

Il Blue Jazz era da urlo, all’ultima moda, per persone raffinate, per chi voleva fare vita mondana con stile e gusto. Durante la sera era un ristorante per cene intime o d’affari, con prenotazioni già prese per almeno un mese, ma dopo le ore ventidue si dava il via a spettacoli con donne voluttuose dalla voce calda e profonda, ovatta su un mondo troppo avanzato e freddo. Quella sera il blues riempiva i discorsi, si infiltrava tra le parole con delicatezza, come una mano di donna dalle unghie scarlatte che scivola su un braccio con tocco leggero. Ma sicuro e senza alcuna intenzione di farsi respingere.

Il brusio era intenso, tanto che non si sentì il rumore delle poltroncine che venivano spostate. Si sedettero e subito una cameriera con camicia bianca e gonna nera corse a prendere le loro ordinazioni: un martini, due apérol e uno sheridan. Nel frattempo era arrivato anche Bobo, così chiamato perchè assomigliava nella stazza al calciatore dell’Inter, un po’ meno per quel che riguardava le donne: i gusti erano decisamente opposti, l’uno una moretta in miniatura, l’altro una spilungona bionda cotonata. D’un tratto le luci dei riflettori furono convogliate al centro del sipario a formare un cerchio da cui spuntò un presentatore in frac che, munito di un microfono a filo, annunciò la stella della serata: «Ed ecco a voi l’incantevole e affascinante, Marlène! Fatele un applauso.» e rivolgendosi a lei: «Prego Madame.» e uscì di scena. La donna con tono suadente che proveniva dalle corde vocali ammaestrate, cominciò a cantare, attirando su di sé in modo quasi ipnotico l’attenzione dei presenti.

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Capitolo 8

Dopo una doccia calda e lunga nella Iacuzzi, rimedio piuttosto efficace per sentire un po’ di calore in una vita spesso arida e pronta ad avvolgerti in abbracci di fredda indifferenza, Sebastian era tornato in soggiorno con addosso un accappatoio bianco spugnoso. In mano teneva una sigaretta e attraverso il velo leggero di fumo che da essa saliva guardava fuori dalla vetrata che dava sulla terrazza. Ritto in piedi ogni tanto si voltava verso un tavolino di cristallo dove aveva appoggiato un posacenere, senza mai smettere di seguire il corso dei suoi pensieri. Nel buio della notte gli sfilavano davanti le tappe più importanti della sua storia con Giada, il primo incontro sotto i portici di via del Corso sotto una pioggia battente, la prima volta assieme, il tocco della sua mano sulla pelle liscia e profumata di lei, le loro mani che si stringevano, la loro vacanza a Parigi, le crisi che li avevano allontanati ma che poi li avevano fatti avvicinare ancora più di prima, gli alti e i bassi della vita che come una roulette russa colpisce quando meno ci si fa caso, la morte del padre di lei che indubbiamente le aveva straziato il cuore facendo diventare Sebastian la figura maschile di riferimento, la laurea, l’ingresso nel mondo del lavoro, le liti, il lasciarsi per poi riprendersi. Tra una cosa e l’altra il loro rapporto era durato circa dieci anni e dopo tutto quello attraverso cui erano passati, Giada aveva proposto di andare a vivere assieme, in un super attico sopra piazza del Popolo, centro della città. Ma lei aveva solo proposto o in realtà aveva deciso? Deciso anche per lui? A lui era stata posta la domanda “Vuoi che andiamo a vivere assieme” o, come in realtà era accaduto, gli era stato imposto “Andiamo a vivere assieme!”? E se era stata una decisione altrui che influiva anche sulla sua vita, perchè non aveva detto nulla, limitandosi a un generico e poco emozionato “Va bene”? E perchè subire una decisione? Avrebbe potuto fermare tutto e tutti e far sentire la propria opinione, esprimersi, aprire il cuore e ammettere che non se la sentiva, che per lui era un passo troppo grande. Invece era rimasto ammutolito, travolto dall’eccitazione dei suoi genitori e dalla madre di lei al suono della bella notizia. Muto, senza parole, senza fiato per riprendersi da quella che per lui era una bomba sganciata da un aereo in piena guerra. Nella testa solo il desiderio di riuscire a scappare e andarsi a nascondere. Non riusciva a darsi una spiegazione, in fondo voleva bene a Giada, gli faceva tenerezza guardarla mentre dormiva con il viso leggermente corrucciato ma si rendeva anche conto che ora il semplice pensiero del profumo di lei, del profilo del corpo di lei adagiato sotto il lenzuolo leggero, non gli provoca alcun brivido sotto l’epidermide. Spense la sigaretta ormai consumata e guardò il salotto arredato proprio come lei aveva voluto: il divano bianco, la pianta nell’angolo, un paio di tavolini tra le poltrone, il televisore, la cristalliera, il piano bar. Tutto era stato scelto da lei, comprese ovviamente le tende e il lampadario, per non parlare del tappeto persiano intrecciato a mano. Erano due anni ormai che vivevano assieme in un appartamento che dominava il centro città e Sebastian si sentiva ospite in casa d’altri. Quel luogo non gli apparteneva ma, invece di prendere una decisione ferma e risoluta, stava fermo nelle sue abitudini, spaventato di saltare e vivere la vita come avrebbe davvero voluto. La forza dell’abitudine, gran brutta bestia.

Nel silenzio l’orologio ticchettava debolmente alla parete e segnava ormai le undici. Sebastian si decise finalmente ad andare a vestirsi senza alcuna fretta, per una volta Gianni avrebbe aspettato.

 

La preparazione era stata calma, la scelta dei vestiti fatta con cura. Sulla sedia della camera aveva già disposto la giacca nera e i pantaloni dello stesso colore che avrebbe indossato il giorno dopo al lavoro, la camicia celeste ancora sulla stampella era stata appesa alla chiave dell’armadio. Nella penombra della stanza, rischiarata solo da una piccola abat-jour accesa sul comodino di Giada, aveva scelto una polo a righe larghe nere e bianche, un paio di jeans chiari e si era specchiato nella porta dell’armadio. Si girò solo per prendere il proprio orologio dal cassetto del suo comodino e solo allora vide che Giada stava tutta rannicchiata su un fianco dandogli la schiena. Sembrava così piccola e indifesa in quella posizione fetale, quasi a proteggersi dai pericoli del mondo, come se dovesse pensarci lei stessa e nessuno attorno le desse una mano. Sola e abbandonata. Dalla morte del padre era indubbiamente cambiata, aveva scoperto delle fragilità del suo carattere che non sapeva di avere, aveva fatto i conti con la vita, una parte dei conti, perchè c’è anche il saldo finale che ti presenta prima o poi. Agganciando l’orologio al polso si voltò ed uscì in corridoio. Socchiuse la porta della camera e si appoggiò allo stipite. Scrollò le spalle per scacciare i pensieri e finito di prepararsi andò a prendere la sua macchina. Sapeva di dover far qualcosa ma quella non era la sera adatta.

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Capitolo 7

-Oh ecco! Era ora che qualcuno si degnasse di rispondermi! Vieni, abbiamo un pass!- gridò raggiante Carla trascinando la sua amica all’inizio della fila, tra spintoni e proteste di quelli che veniva superati.

-Allora adesso vediamo un po’… Ehi tu!- fece rivolgendosi alla ragazza dai lunghi capelli che teneva in mano la cartellina con le liste.

-Lista?- sbuffò annoiata quella con la penna in mano pronta a segnare il numero di persone che sarebbero entrate grazie a questo o a quel PR.

-Love4. Siamo solo noi due. Mi hanno detto che abbiamo l’omaggio.-

-Sì sì.- rispose distrattamente scribacchiando qualcosa sui fogli della cartellina. -Jo, falle passare.-

L’omone col vestito scuro si avvicinò alla cordicella rossa e la tolse dall’asta di metallo a cui era appesa e fece cenno loro di entrare al Gramellini. Quasi spinte dalla folla alle loro spalle che continuava a premere nel disperato tentativo di guadagnarsi l’entrata, fecero il loro ingresso nel discopub.

 

-Allora, a chi è che hai chiesto per entrare?- domandò Marta mentre i suoi occhi si abituavano alle mille luci colorate del pianterreno. Andarono subito verso il bancone del bar a cambiare gli omaggi donna con il biglietto che sarebbe servito loro per uscire a fine serata.

-Un certo Patrick, non lo conosco. Ho solo il suo numero in rubrica per evenienze di questo genere.- si affrettò a spiegare Carla cercando un posto sicuro nella sua pochette dove mettere l’exit.

«E quando l’hai visto?-

«Un po’ di tempo fa qui al Gramellini. Ti ricordi il compleanno della Tonini? Un paio di mesi fa, avevamo fatto tavolo.-

«Non ricordo. Ma sicura che c’ero anch’io?- fece dubbiosa Marta mentre andavano alla ricerca di un divanetto dove sedersi prima che cominciasse la musica, quella vera, quella che travolge e costringe il corpo a ballare, con il ritmo che entra dentro le ossa e i muscoli e li guida in danze scatenate.

-Oh quello è libero, sediamoci lì prima che ce lo freghino! Ma continua, dimmi di più di quella festa perchè non mi ricordo proprio!-

Carla si morse il labbro inferiore poi pensò “Al diavolo!” e con un sorriso di circostanza spiegò che il compleanno si era tenuto quella sera, in cui.. Bè, non serviva ricordarle altro. Fissò Marta negli occhi, scovandovi un’ombra tendente più alla rassegnazione che alla tristezza. Due mesi erano passati ma non avrebbe saputo dire cosa c’era nel cuore della sua amica. La conosceva da poco ma si erano subito trovate in sintonia. Marta era calma e più introversa, Carla invece era un vulcano, con un istinto protettivo nei confronti di chi le andava a genio e decisamente una stronza verso chi le faceva qualche torto. E per fortuna, Marta rientrava nella prima categoria. E perchè? Perchè all’esame del Prof. Togni l’aveva aiutata passandole degli appunti che Carla aveva perso, o meglio che non aveva mai avuto perchè a lezione non ci andava molto spesso il giovedì mattina. D’altronde la sua vita sociale del mercoledì sera le toglieva le forze e il riposo era necessario per mantenersi sana e produttiva. A discapito delle lezioni del giorno dopo, ovviamente.

Marta si guardò attorno come se stesse cercando qualcuno. Carla cercò di capire chi o cosa aveva intercettato il suo sguardo ma non vi riuscì. In compenso da una porta scura con la scritta Privato, uscì il metro e novanta dagli occhi azzurro intenso. Spalancò la bocca per l’emozione e seguì il paio di jeans che si allontanavano verso il bancone del bar, focalizzando la sua attenzione su un didietro da urlo, a dir poco fantastico.

-Sembra fatto di marmo.» sussurrò in estasi.

Marta la guardò disgustata. Di uomini ne aveva fin sopra i capelli ma sentire i commenti carnali e poco dignitosi nei loro confronti che la sua spavalda amica rivolgeva loro, le sosteneva il morale, come se fosse la punizione che meritavano.

-Su, vammi a prendere una coca cola. Sono sicura che non vedi l’ora di ordinarmene una!- disse ridendo, certa che la sua amica non se lo sarebbe fatto ripetere due volte. Carla, persa nei muscoli della braccia del cameriere, guizzanti per lo sforzo fatto nel trasportare una cassetta di birre dal retro bottega fino al bancone, captò a malapena le parole ma non attese altre istruzioni e si fiondò dal belloccio.

 

La musica stava aumentando di volume. Il Gramellini era ormai pieno e la mezzanotte era da poco scoccata. Se fosse stata Cenerentola a quel punto Marta si sarebbe ricoperta di stracci e il viso le si sarebbe cosparso di fuliggine e cenere. In piedi vicino al guardaroba, con la borsetta tra le mani, spiava la folla che ballava al centro della sala, un gruppo di persone piuttosto rumoroso ad un tavolo e le luci che fluttuavano nell’aria. Carla si era persa in una conversazione col barista, frammentata e lunga, d’altronde doveva lavorare e ogni due parole si allontanava da lei per andare a servire qualcuno. Chissà di cosa potevano parlare in quel modo. Ma la sua amica non sembrava perdersi d’animo, ogni volta che lui tornava da lei (perchè tornava invece di liquidarla) sfoggiava smaglianti sorrisi e si toccava i capelli scuri e folti. Il linguaggio del corpo di lei era inequivocabile: era interessata e cercava di farglielo capire. Gli occhi sgranati e fissi sui movimenti di lui, i sorrisi continui e impercettibili e quella mano che sfiorava quasi per caso quella di lui, dicevano più di mille parole.

«Bene ce l’ho fatta!» cercò di urlare a Marta non appena tornò dalla sua amica.

«A fare cosa?»

«Ad avere un appuntamento!» fece raggiante Carla portando l’amica verso le scale.

«Ora possiamo andare di sopra a divertirci, qui ormai ho concluso! Lui finisce di lavorare tra poco e se ne torna a casa. Usciamo venerdì, non riesco quasi a crederci!» sempre più entusiasta cercava di farsi strada su per i gradini intasati di persone con bicchieri in mano pericolosamente pieni fino all’orlo.

«E la mia coca cola?»

«Oh, credo di averla finita io. Te ne prendo un’altra più tardi, ora non c’è fretta.» concluse Carla.

«Sì ma, io avevo sete..» sussurrò Marta avvolta tra la gente del piano superiore, stipata come non mai davanti al dj del momento.

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Capitolo 6

«E dai scendi, non farmi aspettare, fa un freddo cane qui!»

Il portone automatico si aprì con suono metallico e fu sbattuto subito dopo contro gli infissi di ferro senza cautela alcuna. Un paio di scarpe con la suola di gomma avanzarono veloci lungo il vialetto fino a raggiungere il secondo citofono a cui, per fortuna, non dovette suonare di nuovo. Il portoncino blindato era socchiuso e bastò spingerlo perchè si aprisse del tutto. Anche questa volta si sentì un tonfo riecheggiare nell’aria, amplificato nell’androne.

Dal sesto piano dell’appartamento del Dottor Valenti non si godeva di una vista particolare, la vera vista era all’interno, dove un arredamento sfarzoso copriva le pareti e addobbava ogni angolo a disposizione con quadri, sculture, mobili antichi, vasi cinesi, divani di pelle scura e tavolini di cristallo. Stéfan entrò nel corridoio dell’ingresso illuminato da una lampada a stelo di arte moderna. Calpestò il cono di luce proiettato sul linoleum scuro e si ritrovò nel salone. Prese posto su una poltrona che si trovava accanto alla finestra e scostò con due dita un lembo della tenda. Fuori non pioveva ancora ma il vento cominciava ad alzarsi. Si mise comodo e appoggiò i piedi su un tavolino di legno. Era stufo, stufo marcio di sentir le pene d’amore del suo amico. Era stanco, non aveva più consigli da fornire, ormai gli erano rimaste solo frasi di circostanza trite e ritrite.

«Vedo che fai come se fossi a casa tua.»

«Ohi, ne hai messo di tempo. Se non ti sbrighi è inutile che ci andiamo per arrivare quando tutto è finito.»

«Ma la festa non inizia senza di me Stéfan, te lo sei dimenticato? Io, sono il re!» urlò concitato Filippo prendendo un borsello di Gucci e i Ray Ban dalle lenti sfumate.

«Mi mancano solo le chiavi.. le chiavi.. ah eccole!» uscirono dall’appartamento, Filippo chiuse a doppia mandata la porta blindata e insieme scesero fino nell’androne.

«Allora la tua Mini dov’è?»

«Stéfan Stéfan, la BMW vorrai dire.» e strizzò un occhio facendo un largo sorriso soddisfatto. Era riuscito a farsi regalare quel bolide scuro dal padre come non-premio per la non-laurea a cui mancavano ancora cinque esami. L’aveva ottenuta perché aveva dibattuto che sarebbe stato un incentivo allo studio, all’impegno, al sacrificio necessari per ottenere il pezzo di carta. Al padre, noto ingegnere, famoso anche negli Stati Uniti dove veniva spesso chiamato per la realizzazione di palazzi prestigiosi e grattacieli sempre più alti, non era sembrata una cattiva idea dare al figlio maschio un aiutino per raggiungere il suo obiettivo e così gli aveva staccato un assegno di un paio di migliaia di euro e glielo aveva consegnato senza quasi guardarlo in faccia. Per lui era più semplice parlare con i soldi, sistemare i problemi e ancora dare soddisfazioni alla sua famiglia. Non per niente sua madre se n’era già andata da tempo, stufa di essere messa in secondo piano, dopo il lavoro, dopo il golf e dopo le sue segretarie mezze svestite di vent’anni più giovani di lei. Se n’era andata ma i figli erano rimasti al padre e ora che si era trovato una fidanzata dell’età del figlio, era questa la donna da sfamare a suon di carte di credito, bancomat, assegni.

Uscirono dal garage sotterraneo sgommando, lasciando sull’asfalto un segno nero e fumo bianco a perdersi nell’aria notturna. La pioggia sottile di aprile cominciò a cadere lenta e sparsa, punteggiando il parabrezza di luci intermittenti al passaggio sotto ai lampioni. Presero la tangenziale nord. Erano quasi le undici e il traffico era solo un vago ricordo di un’altra giornata di lavoro di metà settimana, le code erano lontane nella memoria di chi era costretto ad attraversare la città e non aveva altro modo se non imboccando la SP14. Un vero incubo ad occhi aperti, tra camion e auto che finivano inevitabilmente per incolonnarsi nelle due corsie.

Nella calma del buio sorpassarono un’utilitaria e Stéfan, tirando fuori un pacchetto di Vogue, chiese con interesse:

«E Marta, l’hai più sentita?» e si accese la sigaretta.

«Attento a non bruciarmi i sedili, sono di pelle!» e con stizza aprì di un tocco il finestrino del passeggero. La verità era che quell’argomento non gli andava. Marta era tabù. Marta era il tipo di conversazione che avrebbe oscurato quella serata, se una notte di buio pesto poteva diventare più cupa. Con un sorriso da spaccone sul volto asserì:

-No ma sono certo che questa serata sarà una delle migliori, più divertenti! Sarà facile trovarne una, anzi due, con cui spassarmela!- e strizzò l’occhio com’era sua abitudine.

-Oh oh oh!! Allora stasera si va a caccia!- e continuò la lenta consumazione della sua Vogue, seguita ogni tanto dal volteggiare del fumo che saliva dalla sigaretta. Il rosso incandescente della cenere era l’unico puntino che rischiarava l’interno della BMW, indicando a malapena i profili dei volti intenti ad osservare l’asfalto della tangenziale.

Stéfan era perplesso. Conosceva Marta da quando Filippo aveva deciso di presentargliela, due mesi dopo che stavano insieme. Cosa alquanto strana per il suo amico aver deciso di fissarsi con una ragazza invece di fare il solito cambio settimanale. Si era convinto che ormai, dopo due anni che la loro relazione proseguiva, Filippo ne fosse cotto e stracotto. D’altronde era la prima volta in dieci anni che lo conosceva, da un malaugurato giorno in cui erano stati entrambi costretti dai rispettivi genitori ad iscriversi al liceo classico e quindi a sgobbare per ottenere almeno la sufficienza in lingue morte e sepolte, che lo aveva visto preso, che si era fermato su quella ragazza, carina sì, ma non particolarmente bella o accattivante a parer suo. Eppure qualcosa in Marta aveva fatto centro e Filippo si era intestardito per farla cadere ai suoi piedi, forse perché era l’unica che non sembrava sortire effetto alcuno dal suo fascino di viziato figlio di papà. A lei non era importato nulla della sua macchina, dei suoi orologi, delle sue vacanze in Grecia o ad Ibiza all’insegna del divertimento, a lei quelle cose non importavano. Ma lui si era accanito con l’idea di farla capitolare e aveva giocato tutte le sue carte, anche le più nascoste. Ed ora eccolo lì, tranquillo alla guida del suo nuovo gioiellino, che dichiarava di essere pronto per una nottata di follie. E Marta dov’era finita? Non la sentiva da due settimane da quando.. Ed era forse deciso a lasciarsela alle spalle così? Senza tentare di riportarla a sé? Lo guardò di sfuggita esalando l’ultima boccata di fumo e gli sembrò di scorgere una vena seria attraversare il volto del suo amico e compagno di mille avventure. In quel momento Filippo si girò verso di lui e gli strizzò l’occhio ammiccando alle ragazze che avrebbero incontrato nel locale. Stéfan alzò le spalle e gettò la sigaretta ormai finita fuori dal finestrino. Le ultime braci brillarono per un istante nel buio fino a spegnersi del tutto sull’asfalto umido.

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Capitolo 5

La camera era in penombra, ad illuminarla c’era solo la lampada snodabile appostata sulla scrivania. I libri di chimica biologica erano aperti e le pagine venivano sfogliate avanti e indietro con fare stizzito mentre una mano ticchettava sul tavolo. Fuori la notte era buia e come fosse un manto calava sulla città, rendendo tutto più bello e tranquillo, pure il traffico diventava più silenzioso e si innalzava al rango di opera d’arte composta da luci posizionate sulle strade e sui cavalcavia, quasi come un ornamento. Le tenebre scivolavano sui condomini, sulle fabbriche disseminate oltre la ferrovia, sulla fiera e sui musei, inghiottendo tutto senza fare distinzioni. La cattedrale era illuminata da fili di lampadine affisse dai tecnici del comune per la notte bianca che si sarebbe tenuta nel week end, rischiarando il quartiere residenziale con un’atmosfera quasi natalizia.

A quel tavolo con le gambe sotto al sedere, Marta tentava di imparare, immagazzinare, ricordare. Su un foglio di un block notes utilizzato soprattutto per scarabocchi durante le noiose lezioni del professor Gigli, illustre decano dell’università dall’età indefinita ma quasi certamente risalente alla fondazione della facoltà di biologia, uomo che con la sua parlata stanca e biascicata avrebbe potuto rendere noiosa qualsiasi cosa e addormentare chiunque, persino un orso appena uscito dal letargo, scribacchiava formula, numeri, equazioni e quant’altro. Era certo più divertente riempire quei fogli con disegnini e frasi stupide mentre il professor Gigli cominciava con la sua nenia. Era un vecchio dall’aria distinta, con papillon e bastone con la testa di un cane, sguardo perso e distante chilometri dall’aula sovraffollata in cui, non certo per interesse o sostegno ma solo per ottenere la riduzione del programma d’esame, gli studenti si stipavano per poter apporre la propria firma sghemba sul foglio delle presenze dell’ora di chimica biologica. Un’agonia a cui tutti si sottoponevano pur di ricavarne qualche vantaggio.

Erano ormai le nove e quaranta e oltre alle formule base dell’acqua e del carbonio era certa di non sapere altro. Guardava il cellulare e la sveglia sul comodino accanto alla testata del letto con maggiore intensità man mano che la lancetta dei secondi terminava il suo giro e andava ad aggiungere minuti alla sfera del tempo. Si mordicchiò il labbro inferiore per tentare di concentrarsi sul da farsi e tracciare una linea immaginaria tra azioni e conseguenze. Nulla da fare. Il suo cervello era più incline all’impulsività del momento, alla decisione vibrante sotto la pelle che al ragionamento, all’uso della razionalità. Con uno scatto che fece cadere la sedia all’indietro, cosa per cui gli inquilini del piano di sotto si sarebbero lamentati il mattino seguente come erano soliti fare da quando si erano trasferiti lì qualche anno addietro, benché fossero essi stessi rumorosi e tra mobili spostati nel cuore della notte, tacchi sbattuti sul pavimento senza alcun riguardo a qualsiasi ora del giorno, trovassero nei loro vicino al piano di sotto persone che avevano altrettanto da ridire, e forse con ragione maggiore delle loro lamentele date all’aria giusto per farsi notare alla riunione di condominio.

Senza dar peso alla bustina che lampeggiava sullo schermo del suo Nokia, aprì la finestra dei messaggi e ne inviò uno in fretta a Carla, sperando che non fosse già uscita ma, come suo solito, stesse ancora davanti allo specchio del bagno per mettere a posto i ricci ribelli. La risposta arrivò immediata: il disegno di un telefono, che significava che le avrebbe telefonato di lì a poco. In men che non si dica l’apparecchio in entrata prese vita e inondò l’aria con i suoi driiin, presto messi a tacere da una pronta Marta che alzava il ricevitore.

«Sapevo che avresti cambiato idea!»

«Semmai lo speravi.»

«Entrambe le cose. Bene, allora a questo punto tirati ma fai in fretta. Alle dieci devi essere sotto casa mia altrimenti non facciamo a tempo per l’aperitivo e sai che il cameriere stacca di lì a poco e non voglio perdermi quella visione paradisiaca. Ah, che pezzo di…»

«Sì ok, ok, ho capito, ho capito. Sotto casa tua.. alle dieci.. oddio sono già in ritardo!»

E si lasciarono così, una tornava davanti allo specchio per l’ultimo round nella lotta contro i ricci e l’altra correva disperata per tentare di rendersi presentabile in un quarto d’ora scarso.

Marta aveva appena finito di parlare con la sua amica che un esserino all’interno del suo cervello iniziò a picchiare con un piccolo bastone sulla porta della corteccia cerebrale. E batti e batti..

«Oh cavolo!» esclamò Marta colpendosi la fronte con il palmo della mano. «Ho dimenticato il portafoglio alla baita. Con la patente!»

«Ihihhih, solo a te può succedere una cosa simile!» sghignazzò la sorella di gusto, staccando per un attimo gli occhi dallo schermo del notebook.

«Devo richiamare Carla… ehm sì signora, buonasera.» deglutì a fatica, la madre della sua amica non era una donna molto cortese.

«Mi dispiace disturbarla a quest’ora.. sì sono Marta.. no signora, non era mia intenz..- le sue scuse rimasero a volteggiare tra i fili del telefono, la signora M. non le dava molto spazio per esprimersi e la mise al suo posto metaforico, tra brontolii e frasi infuriate.

«Buonasera anche a lei.. Ehi ciao, scusa Carla, sono desolata ma non potevo fare a meno di chiamare.- biascicò con tono sconsolato. -Sono senza patente!-

«Che cosa, tu? Ah, questa poi è buona! Te l’ha confiscata qualche carabiniere?

«Ma no cosa stai dicendo, ho solo dimenticato il portafoglio alla baita con tutti i documenti e anche i soldi. Per fortuna che scesa dal treno un tizio mi ha pagato il biglietto dell’autobus o me la sarei fatta tutta a piedi, sotto il cielo minaccioso di pioggia e-

«E com’era sto tipo?

«Uhm.. non lo so. Ho visto a dire il vero solo la mano.. non ho fatto a tempo a guardarlo in faccia per ringraziarlo come si deve.» bofonchiò.

«Eh? Tu sei strana forte! Non ricordi niente, nessun particolare? Un neo, qualcosa che lo identifichi tra migliaia di persone?»

«Sì credo di sì.. aveva un braccialetto d’argento con un ciondolo a forma di scarabeo. Spuntava da sotto il polsino della camicia. In un primo momento non ci avevo fatto caso ma ora che mi ci fai pensare..» guardò verso la finestra e come se un proiettore stesse trasmettendo un film, vide una mano da uomo, giovane con una leggera peluria castana, degli spiccioli trattenuti tra l’indice e il pollice destri, un polsino a righe bianche e celesti e quel piccolo bagliore su cui si posarono i suoi occhi sbalorditi. Fu un attimo, una frazione di secondo in cui quel piccolo ciondolo di argento fece capolino e poi tornò nell’oblio quando l’uomo si fu voltato.

«Ehi ci sei ancora?»

Risvegliata da quel flashback, Marta tornò in sé.

«Senti allora ti passo a prendere io, stessa ora ma sotto casa tua. Fai in fretta e vieni tirata!!»

***

Si sa, i momenti davanti allo specchio sono per una ragazza un diletto e allo stesso tempo un incubo. L’immagine riflessa fa pensare, insinua dubbi e dà quasi mai risposte sincere. C’è chi si scruta centimetro per centimetro, si fissa, ispeziona ogni angolo temendo il sopraggiungere della vecchia, di veder spuntare qualche nuova ruga, qualche zampa di gallina attorno agli occhi che, invece di sottolineare la maturità di una persona, danno oggigiorno l’idea di vecchio, putrido, finito, sconfitto. Da dimenticare, non considerare, da lasciare in un angolo, da non curarsi. Per altri invece è lo strumento tramite cui stanare i chili di troppo, quei rotolini che si appoggiano sui fianchi, cingono l’addome in una stretta mortale e mollacciosa, oppure quelle riserve di grasso sotto le braccia o sotto il mento, o avviluppate come serpi lungo le cosce. Lo specchio diventa un nemico crudele che ci dice che non andiamo bene e per un sistema contorto che ci ammala il cervello, quell’immagine si imprime nella mente e vediamo solo quella, nonostante diete, digiuni, sforzi in palestra e sedute dall’estetista. Quella visione distorta si approfitta della debolezza e si va a nascondere in un posto recondito e smesso della mente, come quel vestito che tanto vorremmo indossare ma in cui non riusciamo più a infilarci come anni prima. Lo specchio. Una lastra riflettente, liscia, suadente e tentatrice, usata nel modo sbagliato, dimentichi del motivo per cui è stato inventato: raddrizzare vestiti, fare nodi alle cravatte, avvistare pelucchi bianchi su giacche o maglie nere e verificare che le calze indossate siano dello stesso colore.

Essendo poi donna, Marta aveva bisogno di risposte immediate e che confermassero le sue pretese: apparire carina, curata, con quel nonsoche che rende le persone interessanti, ben disposte alla conversazione ma mai volgari. Per questo l’anta dell’armadio su cui stava avvitato lo specchio veniva continuamente tenuta sott’occhio al minimo movimento, ogni angolazione di gonne e pantaloni passavano sotto lo sguardo vigile e attento, con la subitanea formulazione di dubbi, critiche, decisioni che portavano gli indumenti ad essere gettati su uno dei due letti della camera, a seconda che rientrassero tra i da-rivedere e gli inindossabili. Quando mai una donna è soddisfatta di ciò che indossa se prima non ha ricevuto il consenso di almeno un parente stretto o amica di fiducia? Se poi si potesse riunire una seduta condominiale e mettere ai voti, certamente la sicurezza sarebbe maggiore: si avrebbe la certezza che è meglio vestirsi come si vuole in cinque minuti che perder tempo sperando di piacere a tutti.

Le pile si accatastavano sui materassi e se non fosse stato per sua sorella che le fece notare una leggera pioggerellina che picchiettava sui vetri della finestra, probabilmente non si sarebbe mai decisa. Indossò così un paio di pantaloni neri sopra a calze sottili che velavano appena le gambe e una maglia di cotone multicolore, sui colori della terra d’Africa, dipinta di marrone, arancioni e rossi accesi. Un paio di accessori per illuminarle il viso e il trucco base per dare profondità allo sguardo e far concentrare l’attenzione sugli occhi intensi. Prese il labello e ne aprì la confezione rotonda, passò delicatamente l’anulare sulla superficie rosea e appiccicosa e poi sulle labbra.

Smack.

«Ma che fai le prove per baciare qualcuno?»

«No sorellina, lo faccio solo per stendere meglio il labello. Che stupida che sei a volte.»

«E tu no? Hai forse chiesto a mamma e a papà se puoi uscire durante la settimana?-

«Faccio l’università, io. Non devo alzarmi alle sette domattina e farmi portare a scuola.»

«Certo ma non sono io quella che rimanda la laurea da secoli perché non riesce a dare uno stupido esame.»

«Cosa? E’ questo che pensi? E comunque carina ti assicuro che non è uno stupido esame, è molto complicato, difficile e imprevedibile!»

«Sì sì, se così fosse te ne staresti rinchiusa in camera tutti i santi giorni invece di fissare la pagina di facebook di Filippo e il cellulare!»

«Ma cosa vai farneticando! Tu sei tutta scema, tu e la tua amica Corinne, sempre lì a spettegolare, a spillare soldi alla mamma per fare shopping, come se non fossero abbastanza tutti quelli che spende per mandarti a danza. E non ti accorgi neppure che qui si fa fatica ad arrivare a fine mese! Sì cara mia e non ti rendi nemmeno conto che c’è aria di tempesta ma sei così incentrata su te stessa per riuscire a vedere i lampi e le occhiatacce che si lanciano quei due!»

«Ma…ma cosa vai dicendo. Loro si amano, sono contenti del loro matrimonio e…»

«E se smettono di parlarsi e di intendersi, è la fine del matrimonio e l’inizio del calvario della separazione.»

Il viso corrucciato, gli occhi celesti abbassati a fissare gli intrecci del tappeto della loro stanza, la mani intrecciate dietro la schiena. Sophia era rimasta con la testa svuotata, le parole morte in gola incapaci di risalire in superficie, strozzate da un timore fino ad allora insospettabile. I suoi genitori potevano separarsi, decidere di porre fine all’esistenza congiunta che avevano deciso di rallegrare dando alla luce due marmocchiette che avevano desiderato, accudito, cresciuto e tanto amato. Essi avevano dipinto le pareti di una casa vuota coi colori della comprensione e della serenità, cucinato amore e fantasia quando le piccole facevano i capricci all’ora del pranzo e con le loro manine paffute, sbattevano sul piattino facendo schizzare le pappe tutto in giro; avevano asciugato lacrime, disinfettato ginocchia sbucciate, ricucito pupazzi e raccontato fiabe per farle addormentare; avevano avuto una spiegazione per tutto, soprattutto per le cose più tristi che avevano attraversato la loro vita facendo sgorgare dai grandi occhi lacrime copiose e salate.

Ed ora tutto quel tepore che riscaldava anche le notti più fredde e cupe dell’inverno, poteva finire e lasciare che due figlie si spartissero i rispettivi genitori, per stare chi con la madre e chi col padre. Sophia, come covando un brutto presentimento, alzò gli occhi e li puntò feroci verso la sorella, come fossero pugnali, aghi di acciaio e gridò esasperata:

«E’ tutta colpa tua!- e uscì di casa sbattendo la porta. Uscì così com’era vestita, in pantofole e abbigliamento comodo e un mollettone tra i capelli. Marta si girò per tentare di dire qualcosa di confortante, per difendersi, trovare le parole per tranquillizzarla ma nulla disse e nulla fece. Andò in camera dei suoi dove la madre stava sistemando la biancheria e l’avvertì che Sophia era uscita.

«Non l’ha detto chiaramente ma credo sia andata al piano di sotto dalla signora Cecilia… per via del canarino…-

«Ah va bene.- non distolse lo sguardo dalle lenzuola e dagli asciugamani gettati sul letto in attesa di essere piegati e poi riposti.

«Ehm senti mamma…»

«Dimmi.» fece con noncuranza.

«Vado a fare un giro con Carla… torno presto ok?»

«Ma non dovevi studiare?» fece la donna con gli occhi supplichevoli.

«Sì ma non riesco a concentrarmi, ho bisogno di svago anch’io.»

Lei annuì, lo sguardo di nuovo a federe e lenzuola.

Marta la vide stanca come non l’aveva mai vista, invecchiata di colpo, come se le avesse spezzato il cuore. Le guardò il viso con più attenzione e le parve che la ruga sulla fronte non fosse più sola ma che una serie di ragnatele si insinuassero sul suo viso e lo crepassero in più punti come un vaso pronto ad andare in frantumi. Iniziò a chiedersi se fosse davvero colpa sua, se il terremoto che allungava i suoi tentacoli tra le mura della sua famiglia fosse una conseguenza delle sue azioni e dei suoi insuccessi universitari. Si voltò e quasi con un sussurro, uscì a sua volta di casa.

***

La Smart rossa attendeva parcheggiata davanti al cancello automatico del palazzo. Nonostante il cartello Passaggio carrabile facesse bella mostra di sè, la piccola autovettura aveva scelto quello spazio per appostarsi. La notte era fredda e un velo di umidità si infilava sotto la pelle attraverso l’impermeabile. Dai comignoli, bui profili nella notte, non si levava più il fumo grigio dei caminetti tipico del periodo invernale che a Marta ricordava tanto il Natale. Chissà perchè tutto la portava con la mente a dicembre, alle sue giornate che sapevano di ghiaccio sulle strade, agli imprevisti che per colpa di un freddo siberiano che faceva colare a picco la colonnina di mercurio erano all’ordine del giorno come gradini scivolosi e cancelli automatici bloccati. Si ricordò di una mattina di tanti anni fa. Doveva avere all’incirca sei o sette anni mentre sua sorella era in procinto di andare alla scuola materna. Era un tempo diverso, fatto da colori caldi e fotografie ingiallite, in cui tutto sembrava grande ed eterno, immortale e austero come un tempio di granito. Se la ricorda ancora quella mattina, di una domenica ormai passata, lo scalpiccio dei passi lungo il corridoio, la luce che entra insistente dalla finestra appena spalancata. Dal suo lettino vede un cielo terso e brillante che le fa distogliere gli occhi appena svegliati e per istinto si ficca sotto le coperte. Poi mani sapienti e premurose le levano la coperta e le lenzuola di dosso, la sollevano e mentre lei cerca riparo con le manine, la portano alla finestra. Dal balcone della sua camera vede un paesaggio nuovo, fresco e a quella vista non protesta più per tornare al calduccio e riprendere il corso dei sogni. L’aria sa di buono e di pulito come se tante lenzuola fossero appese al sole dopo il bucato, il prato non c’è più, la strada nemmeno, le automobili si intravedono appena. Era arrivata la neve. Di corsa il papà, perchè era stato lui ad intrufolarsi nella cameretta per farle quella sorpresa, la porta di corsa nella camera matrimoniale dove la finestra è già spalancata e una mamma con una pargoletta di due anni e mezzo la accoglie a braccia aperte e le stampa un bacio in fronte. Stanno lì tutti e quattro, a ridere e giocare, sotto coperte di lana, respirando il profumo di un amore e un affetto che poteva colmare pance affamate e rischiarare cieli tempestosi, così lontani da quella stanza rischiarata dal luccichio della neve.

Respirò intensamente e battè con le dita al finestrino della Smart. Salendo chiese:

«Senti anche tu aria da neve?»

***

Un piccolo bolide rosso sfrecciava per la città, imboccava la tangenziale sud lasciandosi alle spalle la città per dirigersi verso la prima periferia dove un noto dirigente locale aveva acquistato un bar e l’aveva trasformato nell’attrazione principale per i giovani, soprattutto universitari che vi si riunivano il mercoledì sera e nei week end. Il Gramellini era su due piani, ricavato unendo il bar antecedente ad un paio di appartamenti che occupavano il piano superiore. Rimesso a nuovo, tappezzato con stampe anni 80, un jukebox di ultima generazione serbante le migliori hit del momento e, all’entrata pronto ad accogliere i clienti, un bancone ad ellisse ultimava l’arredamento al piano terreno. Una scala, una ad entrambi i lati della stanza, conduceva al piano superiore che ospitava un piccolo palco sul fondo dove spesso si esibivano band di revival o da dove esplodeva la musica dei set dei dj più in voga. Le luci erano per lo più soffuse e colorate, principalmente faretti collocati con maestria nel controsoffitto, perfetti per creare forme e illusioni; lungo le pareti c’erano divanetti di pelle e tavolini di metallo lucente che riflettevano il soffitto aumentando la sensazione di luminosità dell’ambiente. Per finire al centro si apriva una pista da ballo con due cubi ai lati dove cubiste professioniste si susseguivano nelle serate cult, quelle con i dj dal nome improbabile masticato nell’ambiente dai proseliti della musica house.

Il mercoledì sera per entrare si faceva fatica. All’entrata, una porta con pannelli neri, si ergeva in completo sempre nero un uomo della sicurezza con le mani una sopra l’altra e petto infuori. Vicino all’omone una ragazza con labbra luccicanti e lunghi capelli lisci ribelli, si affaccendava attorno ad una lista di nomi per far entrare prima chi aveva riservato uno dei pochi tavoli disponibili. La coda era tanta, i ragazzi e le ragazze stavano ammassati in una fila delimitata da entrambi i lati da transenne, riparati da eventuali piogge da un tendone violaceo. In molti provavano a superare gli altri e, tirando a indovinare il nome di qualche pr o fingendo di aver avuto un accordo per esser messi in lista per poi essere barbaramente dimenticati, si avvicinavano alla ragazza dai capelli lunghi e lisci, non trattenendosi dal fare commenti sulle gambe nude, appena coperte da una minigonna troppo corta. Appena ella sfogliava i fogli della cartellina ed escludeva la loro presenza dalle righe battute a computer, si girava l’omone e con uno sguardo molto eloquente li faceva sloggiare appena iniziavano a protestare o sostavano nei paraggi più del dovuto.

In quella calca Marta e Carla aspettavano, l’una con paziente rassegnazione, l’altra pigiando i tasti del cellulare in cerca del contatto giusto a cui rivolgersi per entrare al Gramellini il prima possibile, in tempo per ammirare il suo cameriere preferito, un fusto da un metro e novanta con due occhi azzurro intenso.

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Capitolo 4

Nella stessa città un altro telefono squillava, un cordless veniva sollevato e una mano si poggiava sul microfono, quasi a voler attutire il suono della voce.

«Ehi amico, come va? Tutto bene con la donna dei tuoi sogni?»

«Shhh! Parla piano! A dire il vero abbiamo litigato e non ci siamo ancora chiariti.» Sebastian si sedette sul bracciolo del divano guardando fuori in veranda mentre un gattone dal pelo folto e bianco candido si strusciava contro le sue gambe.

«Ma perché parli così piano scusa?»

«Oh Gianni, è andata a dormire perché dice di aver mal di testa e così non voglio far casino. Già le cose vanno male ultimamente, non voglio scatenare un altro round.- sussurrò con un filo di voce Sebastian poggiando gli occhi verdi sul gatto che continuava imperterrito con la sua tecnica di rabbonimento.

«Bè stasera vai di sicuro in bianco, tanto vale uscire. Alle undici e trenta da Gramelli e non far tardi, stasera ti faccio divertire io!»

«No Gianni, non se ne parla, io lavoro domani, al contrario di qualcuno qui!-

«No niente scuse, tu hai bisogno di farti desiderare, di trattarla male e farle sentire la tua mancanza. Credi a me, quando torni stanotte il mal di testa le sarà passato eccome!» una risatina sommessa concluse una chiamata che non ammetteva repliche.

Rimasto solo, Sebastian guardò il gatto che, ritto sull’attenti nei pressi della ciotola, lo guardava fisso con gli occhi sbarrati.

«Ma sì, che mi costa uscire?» e andò verso il bagno, lasciando il gatto senza cena.

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Capitolo 3

Attorno al tavolo della cucina quattro paia di occhi si guar-davano, si scambiavano messaggi. Quattro persone, tra una forchettata e l’altra di bavette alla panna e prosciutto crudo, si scambiavano informazioni, commenti, facevano domande sulla giornata appena trascorsa. Il marito di Teresa era tornato a casa dopo una lunga e faticosa giornata di lavoro (era impiegato in un’azienda di import-export, settore contabilità) perché, da qualche settimana, si combatteva per far quadrare i conti, tagliare le spese superflue e trovare una soluzione per mandare avanti l’attività. Il nemico contro cui tutti facevano i conti sembrava ingigantirsi ogni giorno di più. I soci dell’azienda, una S.r.l. attiva sul territorio da quasi ottanta anni (era sorta tra la prima e la seconda guerra mondiale), erano preoccupati per i tempi a venire, seriamente preoccupati. Le ditte non pagavano sempre i loro conti, se pagavano lo facevano in tempi lunghi, in modo dilazionato, chiedendo interessi al minimo: il fallimento sembrava alle porte, grandi porte di legno massiccio, dell’ufficio della direzione centrale, porte che si sarebbero spalancate e, nel cono di luce che si sarebbe proiettato nell’angusto corridoio, sarebbe passato un impiegato con una lunga lista di nomi nella mano sinistra e un blocchetto nella destra. Mentre le ante si richiudevano con un rumore tonfo, l’impiegato con falcata decisa e la fronte imperlata di sudore si sarebbe diretto al suo computer. Avrebbe aperto il file dove erano salvati i format standard delle lettere, avrebbe scorso i vari tipi fino a trovare quello che stava cercando licenziamento.docx. Una ad una le lettere sarebbero state compilate, stampate e inviate e decine di famiglie si sarebbero trovate di lì a un paio di mesi in mezzo ad una strada. Il marito di Teresa non parlava mai di questo suo incubo ricorrente. Lui no, non poteva far preoccupare così la sua famiglia, fintanto che c’era un bar-lume di speranza non avrebbe detto nulla. Non raccontava cosa accadeva davvero al lavoro, non ce la faceva. Allora riempiva i silenzi con storielle comiche sui suoi colleghi, i pettegolezzi e qualche novità di seconda mano come il matrimonio di quel collega avvenuto ormai un paio di mesi prima, il viaggio di nozze con tutti i particolari del soggiorno, le corna di quell’altro che non si accorgeva di quanto la moglie fosse infedele, ecc. ecc.
La signora Teresa invece parlava con meno difficoltà del suo lavoro. Era da sempre una donna schietta, pratica e alla mano; se c’era qualcosa da dire la diceva, non faceva giri di parole. Anche col marito era diretta perchè per lei la sincerità era tutto, era la base dell’esistenza, della vita di coppia e dell’educazione che ogni giorno impartiva alle sue figlie. I ca-pelli castani leggermente mossi, di un tono più scuri di quelli di Marta, erano stati raccolti in uno chignon morbido per permetterle di svolgere i lavori di casa con più praticità ma un ciuffo ribelle le cadeva lungo il contorno del viso, dandole un’aria sbarazzina e morbida. Non che fosse una donna particolarmente severa, nulla a che vedere con le mamme soldato, ma la sua schiettezza poteva esser confusa con un senso dell’autorità che non le apparteneva. Quel ciuffo mosso la ingentiliva ecco.
«Caro, settimana prossima c’è da pagare il bollo dell’auto. Per restare nel bilancio familiare pensavo che..»
«Ma su dai Teresa, stiamo cenando!» sbottò il marito alzando gli occhi dalle bavette e tuffandosi con smorfia risentita nelle notizie di cronaca.
«Ma caro..» disse, cercando di riprendere il discorso che considerava di vitale importanza. «..con la crisi dobbiamo tro-varci preparati e non spendere un soldo più del necessario.» concluse depositando il piatto ormai vuoto nell’acquaio. Con la stessa ovvietà chiese chi di loro volesse l’insalata e si accinse a condirla in una terrina di vetro.
«A me senza aceto per carità!» si affrettò subito a ricordare Marta.
«A me invece tanto mamma!» si accodò la figlia minore.
Con meticolosità Teresa tirò fuori la verdura dal frigo già lavata il giorno prima, prese la terrina, l’olio e l’aceto, il sale e una ciotola più piccola per la porzione di Marta. Mescolava l’insalata con occhi assenti. Era stanca ma doveva organizzare il giorno seguente, il bucato, la cena, la posta per inviare una lettera. E poi cos’altro? Le sfuggiva qualcosa ma non avrebbe saputo dire di che si trattava.
«Ecco la tua ciotola e tu invece prenditi quello che ti serve.»
La televisione gracchiava notizie su notizie, una più scura dell’altra. Un marito che aveva accoltellato la moglie perché credeva che lo tradisse, una vecchia uccisa in casa per un pu-gno di banconote, una palazzina caduta a causa di una fuga di gas: due morti e alcuni feriti, anche dei bambini molto piccoli.
«Oh santo cielo, ma guarda se queste cose possono accadere ancora al giorno d’oggi!» esclamò Teresa portando le mani alla bocca e guardando il marito. L’uomo le rispose alzando le spalle e socchiudendo gli occhi come a dire “Eh sì, succede ancora”. Le loro conversazioni ultimamente non erano brillanti o intense come un tempo. Era un periodo di stasi, ognuno concentrato su se stesso, le proprie preoccupazioni e la ricerca di soluzioni per risolverle.
«Bene, bimbe avete vestiti da lavare? Tu Marta, hai disfatto la valigia?»
«Sì, quello che dovevo l’ho messo nel cesto di vimini, in camera.» Marta e i suoi occhi nocciola guardavano la madre dal basso della propria sedia. Teresa che in piedi con i palmi della mani appoggiati sul tavolo si girava e andava nella zona notte, con gli stessi occhi e solo quella maturità in più che li rendeva vissuti.
«Ohi ma che cos’ha la mamma? Non ti sembra un po’ stra-na?- chiese di soppiatto alla sorella minore girandosi verso di lei.
«La mamma non ha niente» sbottò il padre che non era an-cora sordo. «E’ solo stanca. Lavora e voi non l’aiutate mai in casa.»
«Sì ha ragione il papà, non fai nulla per aiutarla» e canzo-nando la sorella, la figlia minore si alzò e andò in camera.
Marta restò seduta al suo posto, con la forchetta che pun-zecchiava una foglia di lattuga qui, una foglia là ma con poca convinzione. Alzò gli occhi dalla terrina e guardò il padre di sottecchi, come per scrutare la sua espressione e carpire qual-cosa, qualunque cosa. Ma per tutta risposta vide un uomo in-vecchiato, con una ruga nuova sulla fronte spesso corrucciata, occhi assenti, fissi sul televisore senza che afferrassero le im-magini che passavano una dopo l’altra, i baffi con striature di grigio. La cosa che più la preoccupò furono gli occhi: assenti. Totalmente persi, altrove. Eppure sembrava vivo, partecipe perché si accorgeva delle conversazioni fatte sottovoce, ma allo stesso tempo era da un’altra parte. Stava pensando ad altro, Marta di questo ne era sicura ma ammirava il padre, capace di sdoppiarsi e riuscire ad essere chissà dove ma anche lì con loro.
Finì la sua ciotola di verdura, sparecchiò gli altri due posti già vuoti ed uscì dalla stanza.
«Mi passi il sale per favore?» chiese il padre ma solo allora si accorse che in cucina era rimasto da solo.

***

Driin driin.
«E’ il tuo telefono Marta! Possibile che tu non riesca a riconoscere la tua suoneria, banale e anticonformista come la definisci tu?»
«Oh sì, è il mio» Marta prese il cellulare dal letto su cui l’aveva dimenticato e, alla lettura di “Carla” lampeggiante sul display, pigiò la cornetta verde: «Ciao tesoro! Sei ancora di-spersa in quei boschi abbandonati e dimenticati da Dio?»
«No Carla, no..» rispose con voce titubante Marta.
«Bene, allora stasera si esce!» urlò trionfante Carla all’altro capo del telefono.
«Ma lo sai che non esco durante la settimana, domani devo studiare, catalogare le piante che ho trovato e rimettermi in pari con chimica. Lo devo assolutamente dare settimana prossima, non posso farmi bocciare ancora una volta!»
«Ma dai che lo passi di sicuro! Se anche stavolta canni, bè, fatti il prof!»
«Ma Carla, è una Prof!»
«Allora un pensierino l’avresti fatto se fosse stato un uomo giovane e nel pieno delle forze eh, furbacchiona! A parte gli scherzi dai tesoro, ti devo assolutamente vedere prima che ti si cambino i connotati e ti circondi di gatti!»
Ancora una volta Marta era titubante. L’esame sarebbe stato il lunedì successivo, le mancavano molte pagine da studiare, e lo doveva passare. Doveva accantonare quelle formule matematiche che non volevano entrarle in testa, che saltavano davanti ai suoi occhi, si rincorrevano e finivano per evaporare come neve al sole. Era un esame importante. L’esame che la separava dalla laurea che rimandava già da un po’. Troppa poca concentrazione nell’ultimo periodo e una grande pressione sentimentale le avevano tolto le forze per dedicarsi all’obiettivo primario: il pezzo di carta.
«Senti Marta, solo un paio d’ore, a mezzanotte sei sotto le tue coperte, stretta al tuo comesichiama di pezza e domani ti alzi presto e studi! Più facile di così?»
«Mi dispiace ma proprio non posso. E’ un esame troppo importante, non me la sento proprio. Mi dispiace…»
«Vabbé, sembra che non ci sia nulla che io possa dire o fare per convincerti. Se cambi idea sai dove trovarmi.»

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Capitolo 2

«Sono a casa! Oh bel micione sei qui». Il persiano di cinque anni, pelo bianco e occhi azzurri, si era diretto alla porta dell’appartamento, piano attico, non appena aveva udito, dal suo angolo vicino al caminetto, la chiave girare nella toppa. Alla seconda mandata era già davanti alla porta blindata, seduto composto con le zampe avvolte dalla folta coda e sguardo all’insù.

«Su fai il bravo Oreste, dammi un secondo per cambiarmi e poi ti do la pappa.»

Mentre la padrona di casa si cambiava gli abiti nella camera da letto, il felino gironzolava su e giù per il salotto, si avvicinava alla tenda della porta a vetri che dava sul balcone e, sinuoso, scostava col muso un lembo per guardare fuori come se anche lui ammirasse il buio della sera con la quiete che portava alla città.

Un rumore familiare e il gatto si voltò e volò verso la sua ciotola.

«Eccoti qui le tue crocchette. Non fare l’ingordo e mangia piano!» con una risata la donna, ancora china sul micione, guardava l’affamato che si nutriva con voracità. Era proprio ingordo. Non era neppure sicura che fosse solo un gatto. No, decisamente no. Aveva quel qualcosa in più che talvolta fa dire alle persone la fatidica frase “E’ come uno di famiglia, si comporta proprio come una persona!”. Ne era sicura, lo percepiva quando, rientrata dal lavoro o dalle spese, lo trovava in attesa davanti alla porta, con quegli occhioni che parlavano e mandavano messaggi ben precisi: “Sono tanto bellino e buono, mi merito la mia pappa!”, oppure quando le si accoccolava vicino mentre stava sdraiata sul lettino in terrazza a prender sole e lui usciva di casa e andava a sdraiarsi all’ombra da lei creata, così, giusto per farsi compagnia. Era sì un animale catalogato da molti come un approfittatore, nulla di comparabile al fedele cane, ma sapeva ripagare per le attenzioni ricevute.

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