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Archive for the ‘Spezzone’ Category

Le tue vesti strappate, la pelle esposta, fragile sotto le sferzate, si lacera e da essa stillano gocce rosse come rubini. Non abbassa mai lo sguardo, Fiera guarda negli occhi il suo nemico per imprimere nella propria mente il volto di colui che sarà sconfitto.

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La musica è già nell’aria e nel buio della sera, sbirciando dalle finestre, si intravedono le prime luci, imperturbabili, come se nulla fosse mai accaduto, come se fossero state sempre là.

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Scende che quasi non la vedi.

Chiudi gli occhi e la senti che rimbalza sul tappeto di foglie steso ai suoi piedi.

Lo inzuppa nel grigio di un novembre con la nebbia al collo.

L’autunno è qua.

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Mi schiaffeggiava con il suo tepore ma non me la prendevo. Restavo in attesa della prossima raffica perché era l’unico modo per resistere al caldo afoso di quei giorni. Giorni tormentati anche dal clima politico e sociale. Un pomeriggio in spiaggia, sotto il sole d’agosto, era una delle poche libertà che ancora ci restavano. Davanti alla furia del mare e del vento eravamo tutti uguali.

Ma lo saremo stati ancora per poco.

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-Esprimi un desiderio. E’ la notte delle stelle cadenti. Se non ci provi oggi, quando avrai un’altra occasione?

-Non saprei. E’ così buio, ci sono pochi lumini lassù.

Appoggiò il mento sulle mani e alzò lo sguardo verso il manto celeste. La notte pareva spenta. Come se il Dio dell’oscurità avesse tolto la corrente elettrica del firmamento.

Guardava e aspettava. Pareva tutto inutile, persino sperare le costava fatica.

Non vedeva via d’uscita. Questa volta proprio no.

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Ho visto nero. E poi più nulla.

Mi girava la testa.

La peggior sbornia della mia vita mi aveva lasciata letteralmente al tappeto. Non capivo se ero supina o prona, se ero capitombolata del tutto fortuitamente sul mio letto o se avevo fatto del pavimento il mio giaciglio.

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Il paesaggio scorreva con noncuranza sotto i miei occhi spenti. La luce del pomeriggio mi scaldava il viso rivolto oltre il finestrino, oltre i campi e le case davanti a cui l’auto filava via.

Sprofondata sul sedile tanto quanto lo ero nei miei pensieri, il resto non contava, il tempo non era che una unità di misura a cui una parte di me si sottraeva con facilità. Una sola immagine occupava la mia visuale, un solo momento veniva proiettato avanti e indietro al rallentatore. Gli stessi fotogrammi all’infinito come se ad una più attenta analisi avrei dovuto e potuto capire sin dall’inizio.

O forse no?

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Vedo immagini di te come in un loop continuo. Come serro le palpebre, l’oscurità che si crea diventa tela del tuo viso.

Contorni sbiaditi, azzurri spenti, che il ricordo si affievola come i panni al passar dei lavaggi.

Si infeltriscono fino a confondersi e a diventar bugie persino per me, che avevo giurato che di quegli occhi non mi sarei mai potuta scordare.

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Seppur avesse gli orli delle orecchie stropicciati, quel libro, sbucciato in più punti dal tempo e dall’uso, era qualcosa a cui tornava sempre con piacere perché riaccendeva in lui i ricordi quasi offuscati della propria infanzia.

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Con il silenzio nelle orecchie vago tra queste foglie sospese dal vento che corre sfrenato tra gli alberi del parco.

Muto uno scivolo raccoglie nel suo grembo stelle rosse e gialle.

Sotto questo grigio che minaccia di voltarsi in pioggia, rivolgo a te il mio umile pensiero, con la vana speranza di aver vissuto e dato momenti di onesta sincerità.

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