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Archive for the ‘Spezzone’ Category

Si ergeva sulla sommità con la facciata bianca e il campanile dal tetto acuminato accanto.

Sovrastava il panorama e il suono delle campane riempiva la vallata nelle giornate di festa.

Una leggera foschia la cullava durante l’inverno mentre le folate del vento del nord ne accarezzavano la pareti.

Un simbolo di unità, di costanza e di speranza in una terra sferzata dal dolore e dalla malattia.

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Spirava dal mare. Sostenuto e freddo.

Inspirai la salsedine a pieni polmoni. Bastò un attimo per ritrovarmi in un’altra epoca, un altro mondo, una vita fa.

Un altro me, una lei che lei lo sarebbe stata ancora.

Mi perdevo a fissare le gocce d’acqua che si asciugavano sulla sua pelle scottata dal sole. Mi perdevo tra le ciglia scure dei suoi occhi chiusi per ripararsi dal dolore della luce del mezzogiorno. Mi persi. In quel mare, sotto quel cielo, accanto a lei.

Mondi ora ci dividono.

Distanze ci separano.

Vite che non ci appartengono più.

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In un giorno di sole di fine estate, che scalda ancora la pelle, sotto un cielo azzurro striato di nuvole dal bianco vivace, ritrovava a poco a poco la serenità di un tempo.

Non avrebbe dimenticato; avrebbe messo via quel doloroso pensiero, insistente quanto il frinire delle cavallette nelle sere al mare; l’avrebbe riposto sul fondo del baule della coscienza, tra vestiti e guanti dimessi.

L’avrebbe lasciato lì mentre lei sarebbe andata avanti, verso un nuovo futuro.

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Adams, il coraggio e la perseveranza sono magici talismani contro i quali gli ostacoli nulla possono; il coraggio non è forse la paura che tarda un minuto di troppo ad arrivare?

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Levò lo sguardo.

Il pino marittimo troneggiava sulla cupola del piccolo colle, la folta chioma incoronata da filamenti di nubi rosacee tendenti all’arancio, che tagliavano il cielo dell’aurora.

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T’ho guardato fin dove mi concedeva la vista; ti sei fermato curvo sotto il peso dei tuoi pensieri e dopo un istante in cui l’orgoglio ha tremato, hai proseguito scomparendo dietro la curva; lasciando dietro di te interrogativi a cui non risponderai mai.

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Resta solo un lembo di luce, sovrastato da nubi di lanuggine opaca, sulle nostre teste arruffate.

Non sospira il vento, quieto riposa in grotte lontane, su rotte perdute in mezzo al mare.

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Saliva dolce come zucchero filato, come se  ad essere appannati fossero gli occhi.

Velava i pini e gli abeti davanti a me, fino a scolorirli del loro sgargiante sempreverde.

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Sembrava volesse dirigere il traffico con quel braccio teso e la mano aperta davanti a sé. Con un gesto sconsolato e quasi sconfitto portò la stessa mano al volto, quasi fosse una carezza mentre con l’altro braccio si teneva stretto lo stomaco, come se i vestiti volessero scappare via.

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Li fissava dall’alto senza probabilmente vederli davvero, loro così concentrati sulle proprie vite incastrate nel traffico delle cinque della sera. Erano diretti verso le loro case fuori città o, ancora più lontane, nei dintorni della campagna. Seduta sul deambulatore, nella terrazza lunga e stretta che dava sullo smog, con il volto segnato da una fitta rete di rughe piegate le une sulle altre, le mani rugose intrecciate e gli occhietti spalancati per carpire le figure e i movimenti, non pensava a qualcosa di specifico ma si lasciava cullare dal rombo dei motori, dalle frenate improvvise e dai saltuari accenni dei clacson. Sospesa sulla vita altrui che fluiva nell’ora di punta, attendeva, inconsapevole dello scandire delle ore.

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