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Archive for the ‘Uncategorized’ Category

imageLe giornate dovrebbero cominciare con un tramonto che mozzi il fiato

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Al contrario di alcune persone, io tante cose mi sono imposta di ricordarle. I “torti” soprattutto. Tenevo un diario in cui raccontavo tutto. Tutto on line, tutto con pseudonimi. Tutto per avere fatti precisi da raccontare, frasi da riferire e trovare nell’interlocutore un appoggio “Non sei pazza, hai ragione, si è comportato male”. Perché abituata a sentirti chiedere “Ma tu cosa hai fatto?” .. tipica frase di genitori di noi nati nel secolo scorso.
Altre cose le sto dimenticando.
Dimentico casa mia.
Dimentico quel passato.
Tant’é che non mi rendo conto di averlo vissuto io.
Ma non è come se mi fossi liberata di quel passato. No. E’ come se non avessi un passato, come se un’amnesia si fosse impossesata di me ma gli effetti si vedessero. Quelli non sono evaporati assieme ai brutti ricordi.
No, le conseguenze restano nel tipo di persona che sono oggi. Come le conseguenze di un incidente.
Ma l’assicurazione a cui riscuotere i danni dov’è? Qual è il numero di polizza?
C’è un numero verde? Il premio è stato pagato per riscuotere il risarcimento del danno?
Ecco, non sono un disastro di persona, sono una persona incidentata.

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Le possibilità, che la vita ti dà, si contano sulle dita di una mano. Sono semi trasportati da un vento improvviso. Devi afferrarle stando in punta dei piedi, perché la vita non te le posa su un davanzale. Devi poi piantarle in un vaso, con la terra adatta, e decidere di innaffiarle quando e quanto basta per farle fiorire. Le devi accarezzare e devi parlare loro, cercando le parole giuste per farle crescere forti e sane.

Ma non sempre trovi i discorsi adatti, mentre le confidenze non trovano spazio subito, spesso si creano malintesi e false illusioni. Poi passi alle bugie, perché vuoi dimostrare che sei forte, non vuoi che nel loro intimo facciano uno spazio per te, anche se in realtà vorresti addirittura una stanza, non un misero angolino.

Non vuoi far capire che hai a cuore la loro crescita, che vorresti fosse pure veloce, al contrario cerchi di dimostrare che lasci tutto al caso, che se crescono ti farà piacere ma che, se non dovesse accadere, tu non ci hai investito nulla di importante. Nulla di importante come il tuo cuore che ti manda scariche elettriche per ricordarti che ci è dentro fino al collo.

Così, un bel giorno, sotto una coltre di paura e arrendevolezza, smetti di curarle, di dar loro luce, di sussurrare loro [e, dunque, di attendere che ti rispondano] perché temi di non riuscire a reprimere quello che batte dentro di te. Racconti l’ultima bugia, circa un domani in cui, forse, magari, vi rivedrete ma che dentro il tuo debole essere senti che non è scritto.

E cominciano i silenzi. Dapprima durano ore e poi mutano in giorni, in cui vorresti che sentissero la tua mancanza e venissero da te, a cercare nei tuoi occhi la luce per allungarsi e sbocciare. Ma tutto ciò che trovi ad ogni risveglio, ad ogni angolo di tempo che passa, è solo la tua delusione e la tua amarezza, che si posano sotto la lingua lasciandoti un sapore di fango ogni volta che deglutisci. Perché la terra è il punto in cui guardi ogni volta che fai un passo, sapendo che da lì nulla spunterà né fiorirà.

Per te ci saranno solo spine e dita che, su quelle spine, si pungeranno tingendosi di rosso, dita che non potranno fare a meno di farsi graffiare, di distruggere anche la più infima illusione pur di accertarsi che quella rosa non è mai stata per loro.

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Noi non preghiamo per Parigi. Noi siamo pronti a lottare per Roma, Londra e per tutte le città del mondo.

La Pace non è in vendita.

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Credevo che non mi importasse nulla;

credevo di essere inaspettatamente forte e di averlo superato;

credevo di essere andata oltre con facilità;

invece non è così.

Mi basta guardare un film, ascoltare certi discorsi della gente e guardare le foto in cui ci sei tu perché una lacrima spunti, si formi il groppo in gola e cominci a singhiozzare.

Non me l’aspettavo: è questa la verità.

Non avrei mai creduto possibile, e tantomeno l’avevo lontanamente preventivato, che un giorno di marzo, in una giornata di sole ancora fredda, avrei assistito all’ultimo tuo viaggio.

Quanto sono stati forti tutti; quante lacrime ho così ingoiato e chiuso nel cassetto. Le stesse lacrime che, per un nonnulla, sgorgano appena qualcosa non va. Come se fossero arginate da una diga che fa fatica a trattenerle. Basta un sasso gettato tra le sue acque perché fuoriescano impazzite.

Andiamo tutti avanti. Ma sentire la distruzione nella voce dei tuoi genitori il giorno del mio compleanno, che a loro ricordava tanto il tuo che avresti dovuto festeggiare un mese esatto prima, mi ha gettato nello sconforto. Ora so, attraverso di loro, cosa s’intende con l’espressione “distrutto dal dolore”. Perdere un figlio uccide una parte di chi l’ha messo al mondo anche se era un figlio ormai cresciuto, con una propria casa, una propria famiglia. Ma resta sempre un figlio.

Manchi tanto, manchi anche se non me ne rendo conto.

Ti penso spesso, praticamente ogni giorno. E penso che ogni giorno che passa, mi avvicino al giorno in cui ci incontreremo di nuovo. Non è un giorno sprecato, è un giorno che mi riporta a te.

E intanto come vivrò quest’attesa? Come ho sempre vissuto. Le tragedie non cambiano le persone. Non fanno fare gesti verso gli altri per esprimere i propri sentimenti prima che sia troppo tardi. No. Non accade questo. Non mi dà il coraggio di dire alle persone a cui tengo, che ho paura di perderle. Le tragedie mi chiudono dentro a chiave. Barricano le mie finestre e alzano muraglie. Non mi fanno muovere. Non ho nemmeno il coraggio di dare una pacca sulla spalla. O di sorridere alle persone. Non sorrido mai. Se mi guardassi da fuori, mi spaventerei. Prenderesti pure tu un bello spavento. La tua tragedia non ha cambiato nulla. Non mi ha cambiata. Non mi fa aprire bocca e trovare il coraggio di parlare. Mi fa solo venire voglia di scappare via. Nascondermi in un angolo e attendere nel buio la fine di tutto.

E in quel buio, spero che sia tu la luce che verrà a portarmi via.

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E’ giunta l’ora del secondo caffè, di quell’aroma scuro e profondo come la notte che ti avvolge nel suo abbraccio umido e soffocante. La giornata non presagisce nulla di fresco anzi, l’aria è rovente già dalle nove del mattino portando la triste scelta di chiudere finestre e abbassare persiane, tirare tende e lasciare fuori quella luce che tutto l’inverno rimpiangerò fino alla depressione, salvandomi solo pensando che la neve è un buon compromesso per il mio animo fotografico (sempre che si limiti ad una spolveratina nel week end quando l’uso dell’auto non è indispensabile e il ghiaccio non fa paura), e per arrivare a Natale c’è sempre un prezzo da pagare.

Distesa supina, su un letto che rimarrà sfatto a tempo indeterminato, immagino come riempire la giornata, confermando a me stessa che non è il caso di preoccuparsi per la piega dei capelli miseramente svanita la sera prima, che tanto, mossi stile zingara, con questo caldo, è meglio che averli lisci e grondare di sudore per l’uso del phon. Terminate le considerazioni di carattere pratico, non posso fare a meno di tornare alla mente dove non dovrei, chiedendomi come si faccia a togliere un pensiero dalla testa, come sia possibile sradicare le radici di una fantasia. Poi mi rendo conto che dal dì della semina è passato ormai un mese e poco più e forse il mio cuore, a sentirmelo dire, si alleggerisce un po’, si consola e cerca di battere in modo più regolare, senza attacchi di ansia che lo stritolano facendomi mancare il fiato. E il mood diventa quello della sconfitta, del “tanto è sempre così”, del “non mi merito niente”, del “cosa mi potevo aspettare di diverso”. Cala una tristezza sui miei occhi che non sorridono mai e gli angoli della mia bocca si piegano verso il basso come una rosa troppo pesante su di uno stelo sottile e fragile, come se reclinasse la testa in segno di resa.

Mi arrendo anch’io, ad un futuro che non è come me l’aspettavo, che non rispecchia i sogni e le aspettative, che non riconosco come mio. E’ come se il mio orologio fosse ripartito dopo essere stato rotto per anni, come se fossi stata ibernata per un decennio e più e ora, scongelata forse ma non del tutto, mi ritrovo in una realtà che non mi appartiene, che non corrisponde ai miei dati anagrafici. La sensazione di aver perso qualcosa si insinua sotto la pelle, l’opposta sensazione che forse ho l’occasione di recuperare parte di quel che mi era stato negato che girovaga nelle vene ma mi mette anche paura perché non capisco più se, recuperare, sia esso stesso perdere tempo per fare quello che dovrei fare ora.

 

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Sì, provo un interesse nei tuoi confronti. Perché credi che una ragazza cerchi un ragazzo? Per farsi fare le treccine ai capelli? Non credo proprio. E perché non te lo posso dire apertamente, sinceramente, liberamente? Perché non sta bene, non si fa, non si dice?

Sono stufa di imbavagliare il cuore. Si passa la vita a interpretare le frasi altrui, a mediare le proprie, a cercare di farle uscire modificate, codificate; si scelgono accuratamente i termini da pronunciare, messaggiare, inviare; si trascorre la maggior parte del tempo a nascondere i sentimenti dietro sostantivi ambigui, capaci di celare quello che proviamo veramente, aggettivi, verbi, avverbi, sinonimi usati come la rete da circo dell’acrobata, per arrestare eventuali cadute: si butta lì una parola polivalente, sperando che l’altro capisca tutto il discorso che c’è dietro ma, nel caso in cui non lo apprezzasse o storcesse il naso, con la possibilità di battere in ritirata e mentire, con noncuranza, sostenendo che c’è stata incomprensione, perché in realtà intendevano tutt’altro.

Ci dimostriamo superiori, aperti, amici di tutti, ci convinciamo, per convincere gli altri, che prendiamo la vita con filosofia, easy, senza paranoie, così come viene, e che non ci importi nulla di ciò che potrebbe pensare chi ci sta di fronte, quando in realtà costruiamo trincee per paura di essere feriti; viviamo cercando di affondare il prossimo come se fossimo sul punto di affogare, quando invece basterebbe stringerci un po’ per fare posto sulla zattera della vita.

E così ci massacriamo, passiamo più tempo a cercare di distruggere gli altri, tutti potenziali cecchini della nostra felicità, invece di renderci conto che se tutti i cannoni sparassero fiori saremmo tutti più contenti, ciascuno di noi riuscirebbe a raggiungere un pezzetto di cielo, potrebbero esistere giorni in cui gli unici a piangere sarebbero i lattanti che pretendono la poppata.

Guardati attorno: tutti fingono. Fingono di crederti un grande, di condividere ciò che pensi, come lo pensi e il perché lo pensi, ma nessuno avrà il coraggio di dirti quando stai per fare un errore, o per avvertirti che stai per cadere: ti lascerà inciampare oppure cercherà di arrestare la tua corsa verso il traguardo che ti sei prescelto, i tuoi desideri, le cose che fai ascoltando l’istinto, la spontaneità, le tue sensazioni, se non è cool, trend, o sensato o solo perché mosso dall’invidia cieca.

La gente muore tutti i giorni, può essere il padre di un conoscente, la madre di un amico, un tuo parente, un completo estraneo, uno di cui conosci solo il nome, una ragazza di cui conoscevi solo il volto. Se tutto moriamo, giovani vecchi e uomini dell’età di mezzo, perché dobbiamo reprimere ciò che sentiamo, farci la guerra in casa e guardarci con indifferenza?

Se esistesse un conto alla rovescia mondiale al cui termine tutti, contemporaneamente, fraternamente, per sempre, calassimo la maschera che ci siamo cuciti addosso, la vita sarebbe vita e varrebbe davvero la pena di essere vissuta.

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