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Capitolo 10

L’aula era stracolma. Nonostante fosse un corso non obbligatorio, tutti quelli che potevano trovare un posto, su una sedia o addirittura sui gradini, vi entrava. A volte pur di passare dalla porta in vetro e legno, ci si spingeva, ci si urtava, senza chiedere permesso-fatemi-passare o scusa-mi-dispiace. La pesante porta oscillava in avanti e indietro sui cardini anche dopo l’inizio della lezione, focalizzando gli sguardi curiosi di chi era riuscito a trovare un angolo per seguire stando sufficientemente comodo. Ogni volta che veniva chiusa e stava per terminare lo sciabordio, e sembrava fosse l’ultima, subito si riapriva per far apparire qualche ritardatario che o era fortunato e un amico gli aveva tenuto il posto lottando con le unghie e coi denti o scuoteva la testa sconsolato e rinunciava. Solo allora, dopo più di un quarto d’ora, nell’ampia sala regnava un silenzio di tomba e il professor Gigli cominciava la sua lezione. Di lì ad un’ora e mezza, senza pause, senza un filo di respiro, il canuto vecchietto apriva bocca, sfogliava il suo manuale, cercava fogli nella cartellina consunta, si alzava per andare alla lavagna, afferrava il gesso bianco, lo posava, tentava di pulirsi le mani e poi lo riprendeva, lo fissava con precisione tra l’indice e il pollice e lo poggiava sulla lastra nera. Il ticchettio era seguito dal borbottare dell’insegnante, si girava e aggiungeva altro all’argomento, faceva esempi, si perdeva in considerazioni personali, ritornava sulla strada maestra, si voltava di nuovo. Pian piano al silenzio si sostituiva un brusio proveniente per lo più dalle scalinate più in fondo, quelle più alte dove ogni tanto volava anche qualche pallottola di carta. La noia era dilaniante.

Dal suo banco Marta teneva gli occhi aperti per miracolo, attendendo con impazienza il passaggio del foglio delle firme, unico motivo per cui circa cento studenti si riversavano alle nove del mattino nell’aula 08 del primo piano della facoltà. Ogni tanto fingeva di prendere qualche appunto su processi di sintesi clorofilliana, caratteristiche mediche delle piante, la distinzione con quelle velenose, le specie appartenenti ad una stessa famiglia; il più delle volte tracciava lunghe righe di penna blu sui fogli a quadretti, faceva cerchi, spirali, si improvvisava ritrattista e abbozzava pupazzi sproporzionati. La sua compagna di banco invece, occhialuta con una frangia lunga di capelli castano chiaro, seguiva con grande attenzione ogni minima sillaba del docente. Riportati sui suoi appunti erano pure gli sproloqui senza senso. A cosa le servissero Marta non lo avrebbe saputo dire, le faceva sorgere il dubbio che seguisse davvero e non scrivesse invece tutto a priori.

L’ora sembrava non finire più. Stufa e annoiata, pigiava i tasti del cellulare sotto al banco, presa dai suoi pensieri personali, dai progetti per il week end con il suo Filippo, la sorpresa che gli voleva preparare.

«Bene ragazzi, per oggi è tutto. Qualcuno mi riporti il foglio delle firme.» chiese il docente con un sorriso compiaciuto sul volto rugoso. Con mano altrettanto incartapecorita lo prese e se lo infilò nella cartellina con gli angoli mangiati, raccolse le sue cose con soddisfazione e ripose il tutto nella borsa di pelle.

«Vieni a bere un caffè con noi?»

«No Cecilia, ti ringrazio ma Filippo mi ha detto che è in università e così ci incontriamo.» fece Marta mettendo via le sue cose nella borsa a tracolla.

«Oh ma con questo Filippo le cose vanno davvero bene allora! Non l’avrei mai detto, con tutte quelle che ha sempre combinato a scuola.» disse la castana Cecilia togliendosi gli occhiali e cominciando a pulirli.

«Così si dice in giro. Con me non ha mai dato segno alcuno di essere.. essere quel tipo di ragazzo. E’ sempre molto premuroso, appena mi ammalo mi tempesta di telefonate, messaggi. Pensa che mi dice anche cosa mangiare, che medicine prendere. Un vero tesoro! Quando andiamo in giro poi, non guarda le altre nemmeno per farmi ingelosire.»

«Ci pensano le altre a guardarlo, sperando che si ricordi di loro e vada a trovarle come faceva un tempo! Ti ho mai raccontato che aveva l’agenda per gli appuntamenti?» la punzecchiò Cecilia.

«Ma dai, questa è troppo grossa per essere vera.» ribatté al limite delle risate.

«Sì dico davvero e inoltre..»

«Oh scusa,» la interruppe Marta «eccolo lì, devo andare! Ciao!» e corse incontro al suo Filippo.

 

«Ehi tu, fanciulla, dove ti ho già incontrata?»

«Oh non credo di averti già visto.»

«Bè allora è un valido motivo per conoscerci ora, non trovi? Ho giusto due minuti prima che arrivi la mia ragazza.» e strizzando l’occhio le cinse i fianchi con le sue mani calde e leggermente si curvò per baciarla. Che sapore intenso la percuoteva ogni volta che le loro labbra si incontravano, una scarica di colori e di sensazioni le scivolava lungo la schiena, come una cascata d’acqua che irrompe nel silenzio e rende tutto fresco e pulito. In quei momenti era donna e bambina, sicura di sè e allo stesso tempo protetta da uno scudo umano. Perfezione di equilibri, sintonia di bocche e battiti, pensieri azzerati, esseri catapultati in un altro dove, noncuranti di sguardi, persone, voci.

«Allora principessa, dove andiamo a pranzo?»

Le prese la mano con il suo sorriso più sincero e si incamminarono lungo il corridoio della facoltà.

«Ebbene, dove si va a mangiare? Ho una fame! Quel professore è proprio una noia. Non sa spiegare, non sa accendere la passione, non sa..»

«E io, riesco ad accendere almeno la tua passione?»

«Ma dai, che domande» e rise imbarazzata all’idea che altri potessero sentire i loro discorsi. «Certo che l’accendi, sì. Ma se non mi fai mangiare, avrai da lavorare per ottenere anche un misero fuocherello!» e corse davanti a lui, ben presto inseguita e catturata da mani forti che la strinsero ad un petto compatto dove un cuore batteva per lo sforzo e per il sentimento.

«Non hai idea di quanto tenga a te.» le sussurrò piano accarezzandole i capelli.

«Anch’io.»

«Bene e ora panino da Bruno! Che dici, ti va un bel paninazzo, puoi chiedere anche la cipolla se vuoi, per questa volta te la concedo. Tengo a te no?!»

«Sì, in un modo tutto tuo. E’ forse un tentativo per non dovermi baciare per la prossima mezz’ora?» fece lei divertita, decidendo di stare al gioco.

«Macché mezz’ora.. un giorno intero vorrai dire!»

«Brutto antipatico.» fece per divincolarsi dall’abbraccio ma lui la teneva stretta a sé e per tranquillizzarla la baciò.

Due mesi prima Marta non sapeva quanto l’espressione “in un modo tutto tuo” potesse essere azzeccata.

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