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Capitolo 11

La cantante aveva appena terminato il suo giro di canzoni e dopo una richiesta di bis della famosa Summertime, fece un inchino e ancheggiando sinuosa nel vestito nero ricoperto di paillettes, uscì dal palco e si ritirò nel camerino dietro le quinte. Al suo posto fu il turno di un prestigiatore illusionista muto, forse per finta chissà, che allietava la clientela con numeri di magia mista a puro inganno. Il trucco c’è ma non si vede.

Sorseggiando il suo apérol Filippo fissava qualcuno dall’altra parte della sala. Stéfan era perplesso. C’era qualcosa sotto di cui non era stato avvertito e decise di scoprire cosa fosse.

«Ehi, ti vedo molto attento. Cosa cerchi?» disse protendendosi verso la poltroncina dove stava seduto il suo amico.

«Non sono affari tuoi.» tagliò corto Filippo. Poi appoggiò il bicchiere semi vuoto sul tavolino e si alzò.

«E ora dove vai?»

Ma Filippo non rispose.

Gli altri della compagnia erano immersi in una conversazione calcistica sugli ultimi successi dell’Inter e le sventure del povero Catania per il quale Caldelli, discendente di una nota famiglia siciliana, si incendiava e difendeva a qualsiasi costo.

«Ti dico che era fuori gioco! Quello lì l’hanno preso perché nessuno lo voleva. Non può giocare così uno e pretendere di essere pure pagato.» faceva Bobo sbattendo pericolosamente la mano sul tavolino. Un bicchiere di apérol, quello di Stéfan che aveva toccato a malapena, vide parte del liquido rossastro oscillare e come un’onda frangersi sul bordo. Il che convinse Stéfan a tenerlo in mano e a sorseggiarne un po’.

«So cosa stai insinuando!» fece il Rosso spingendo gli occhiali in su con l’indice, segno che stava andando all’attacco. «Ho capito perfettamente. Intendi dire che il C.T. è stato comprato! Non te lo permetto, la mafia non centra.»

«Ma dai, al massimo uno si compra l’arbitro, mica l’allenatore!» irruppe Stéfan risvegliato da quell’ipotesi divertente e Bobo gli diede corda, spingendo il gomito di Caldelli che finì per ficcarsi l’indice in un occhio.

 

«Buonasera. Credevo che i fiori sbocciassero col sole, ma nessuno deve avermi detto che quelli più belli si aprono solo la sera.» fece Filippo ad una bionda dai capelli corti che gli dava le spalle. La donna, incuriosita al suono di quelle parole, si voltò e abbozzò un sorriso divertito.

«E io non sapevo che esistessero ancora romantici in questa città. Piacere io sono..»

«Silvia.» e la ragazza fermò la mano con cui voleva presentarsi a mezz’aria. «Non spaventarti, è che ti ho vista altre volte, anche se non ricordo dove, e ho sentito che ti chiamavano così. Ho forse sbagliato?»

Occhi negli occhi. Uno sguardo magnetico dentro ad uno sguardo sbalordito. Silvia era rimasta impressionata. Non se l’aspettava, oltretutto lei non l’aveva mai notato. Né all’università, né in palestra, né al bar del centro dove di solito andava, né in quel posto dove era una abituée.

«Ora tocca a me sapere come ti chiami.» e allungò la mano verso Filippo che la prese e ne sfiorò il dorso in un bacia mano perfetto.

«Filippo.» e lo disse in un modo così carico di emozione e con una tale intensità nello sguardo, guardandola dritta nelle pupille che Silvia si sentì scuotere dalla testa ai piedi. Un brivido lungo la spina dorsale. Era un ragazzo che ci sapeva fare, non c’erano dubbi.

«Ti va di fare due chiacchere? Ti offrirei volentieri qualcosa ma credo che dovrò rapirti dalle tue amiche.» invitandola a seguirlo verso il palco con i privé, sotto lo sguardo delle amiche stupefatte, un po’ spaccone che se la ridevano e tra di loro spettegolavano. Era un bel tipo, alto, moro, carnagione scura e denti bianchissimi. Sembrava già essere andato al mare, magari in un’isola dall’altra parte del mondo e per questo invidiavano la loro Silvia e si rammaricavano per non essere al suo posto.

«Cosa prendi?» le chiese quando si furono appartati dietro ad una delle tende bordeaux in cima al palco riservato.

«Un martini con un’oliva. Secco.» gli si sedette accanto incrociando una gamba sotto al sedere di modo che la gonna, già mini, si ritrasse ancora di più mostrando gambe lunghe e toniche sotto a calze leggere con una riga posteriore. I tacchi, vertiginosi, davano un tocco tra il vamp e il trash.

«Allora, dimmi un po’, cosa ti ha spinto a conoscermi?» fece lei, totalmente a suo agio, lieta di poter essere la protagonista della discussione.

«Da quando ti ho visto la prima volta, mi sono incantato a guardarti. Cercavo il tuo sguardo ma eravamo troppo lontani e non ero sicuro che lo ricambiassi. Poi ogni volta che uscivo e ti incrociavo, ho iniziato a pensare che fosse segno del destino e che fosse giunto il momento di fare qualcosa, di agire.»

I suoi occhi si distrassero e scivolarono lentamente lungo la scollatura. Trattenuta a fatica, una terza abbondante, sotto ad una camicetta di seta bianca tirata quasi che fosse di una taglia più piccola, aveva attirato la sua attenzione. La bionda se ne accorse e fissandolo negli occhi nocciola, si slacciò il bottone dorato di modo che la scollatura si facesse più profonda, senza vergogna, giusto un pizzico di malizia. Sapeva che se l’aveva chiamata con sé, se l’aveva scelta, era perché aveva già deciso cosa sarebbe successo tra loro. Non serviva conquistarlo, lui quella sera, voleva lei e gliel’aveva fatto intendere in modo inequivocabile portandola al privé da dove nessuno poteva vederli.

Dal canto suo Filippo aveva fatto i suoi conti. La donna davanti a lui, poco meno di trent’anni, si stava rivelando una preda facile. L’ennesima, che avrebbe aggiunto alle precedenti. Nessuno sforzo da parte sua di essere galante ancora un po’, non ce n’era bisogno. Le si fece più vicino, fino a ritrovarsi a un palmo di naso, inspirò profondamente il suo profumo di albicocca e appoggiò la mano sulla coscia di lei, mentre con la destra le prese il viso quel tanto che bastava per baciarla.

Dell’interno del privè, illuminato solo da una abat-jour frangiata e chiuso da una tenda scura disposta su tutti i lati, si potevano intravedere solo ombre che si fondevano in un tutt’uno e poi si dividevano di nuovo. Non era dato sapere cosa succedesse tra le sue pareti di stoffa.

Nel frattempo tra baci sul collo e parole sussurrate all’orecchio, le allusioni avevano ormai lasciato il posto alla via diretta.

Nel mentre una cameriera si affacciò alla tenda indicando l’orologio che aveva sul polso. Il tempo di prenotazione era scaduto, dovevano cercarsi un altro posto.

 

 

«Sì e poi corre come una femminuccia. L’avete visto al derby di settimana scorsa? Una vergogna, non sa giocare!» esplose Bobo in un impeto di fuoco.

«Ti dico assolutamente il contrario. E’ un portento, ha stile e..»

«Ehi ragazzi, ma è Filippo quello laggiù?» li interruppe Stéfan indicando un ragazzo con una giacca nera che teneva per mano una spilungona con i capelli corti e una minigonna.

«Sembra di sì.» fece il Rosso spingendo in su gli occhiali con l’indice.

«Sembra che dovrai tornare a casa con qualcun altro, eh Stéfan?» ridacchiò Bobo.

«Sì..» ricevette come risposta. «E mi prenoto già un posto sul tuo X5!»

«E fai bene, se ne avessi trovate due stasera ti avrei dovuto lasciare a piedi pure io. Sembra che il nostro Filippo sia tornato quello di un tempo.»

«Sembra anche a me.»

«Ragazzi, non perdetevi in domande di cui avete già le risposte. Piuttosto, sono arrivate quelle del classico Aristotele. Direi che è ora di iniziare la festa!»

Il Rosso si era già alzato in piedi, aveva finito il suo apérol e si stava incamminando verso un gruppetto di ragazze dall’aria di buona famiglia, vestite alla moda, che di lì a poco si sarebbero trasformate in donne.

«Ha ragione il Rosso. Su andiamo prima che ce le rubi tutte!» rise Bobo alla sua stessa battuta e accennando una partenza dai blocchi si mise all’inseguimento di Caldelli. Come gli fu vicino gli posò il braccio sulla spalla e con la mano sinistra gli strofinò i capelli ramati, quasi che fosse una lampada araba.

«Sì, come no!» gli fece di rimando Stéfan. Era un po’ pensieroso. Il suo migliore amico, il suo fratello, se l’era letteralmente squagliata senza avvisarlo. Tra fratelli come loro, per i quali le parole non servivano, ci si scambiava quantomeno un’occhiata complice. Quella volta nulla. Stéfan si rese conto che Filippo era cambiato. Stava tirando fuori un lato del suo carattere che non gli aveva mai mostrato prima. Che forse nemmeno lui conosceva. O forse era semplicemente preda degli eventi e si era evoluto in un amico diverso, più chiuso, più complicato, non più il lineare e costante Filippo.

Con camminata lenta al suono di Dream a little, dream of me scaturita dalla splendida voce di Marlène che, nel frattempo, era tornata sul palco a riscaldare con le sue note l’aria fresca del Blue Jazz, arrivò alle spalle dei suoi compagni di avventura che approcciavano con le studentesse dell’Aristotele. Erano in cinque, una di carnagione olivastra con profondi occhi scuri e gambe da gazzella, una mulatta con forme decisamente latino americane e un sorriso timido, due bionde, una con gli occhi azzurri e una con gli occhi castani e infine una castana con riflessi ramati e occhi verdi e luminosi che lo rapirono, portandolo in un’altra dimensione. Soffermandosi su quest’ultima, Stéfan ritenne decisamente opportuno accantonare i pensieri e divertirsi. “Credo che per stasera Filippo non abbia bisogno dell’angelo custode indagatore.” E si mise a fare il gallo del gruppo.

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