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Capitolo 13

«Ti dispiace se fumo?» estrasse una sigaretta dal pacchetto di Malboro light e la tenne con le dita, sospesa nel buio.

«Uhm, fai come vuoi ma stai attenta alla cenere. I sedili sono di pelle.»

«Come non detto. Bene farò molta attenzione.» Sfilò l’accendino e lo avvicinò alle labbra, inspirò a fondo e la cenere prese vita, un colore rosso come la lava dell’Etna, della durata di un attimo. Le spirali di fumo volteggiavano, salivano e uscivano rapite dall’aria fredda della notte. Un silenzio quasi spettrale era sceso nell’abitacolo. Il rumore del Blue Jazz, la sua musica avvolgente e calda avevano lasciato il posto al buio e al vuoto. L’attrazione di quei due corpi erano l’unico motivo per cui si trovavano entrambi sulla stessa auto. Niente in comune, niente di cui parlare, non c’erano interessi da condividere, curiosità da scoprire. Alcuna intenzione di conoscere, immergersi nella conoscenza di un altro essere umano, di entrare a fondo nell’anima dell’altro e scoprire mondi nuovi.

«Allora sentiamo un po’, cosa fai nella vita?»

«Sto guidando.» fece lui con aria fredda.

«Bene così ti riposi per dopo.» fece la ragazza, accendendosi un’altra sigaretta. Silvia guardava fuori dal finestrino, gambe accavallate, che spuntavano da sotto un cappotto nero di lana cotta, mani tranquille, occhi accesi quanto la Luna.

Arrivarono nei pressi del duomo. Il semaforo del Corso era verde, rosso per le auto provenienti dalla Fiera, via Ippolito Nievo.

«Inizia a scaldarti, che manca poco al divertimento.» fece Filippo voltandosi a fissare negli occhi Silvia, riuscendo, chissà come, a far arrossire quella ragazza-donna ormai smaliziata, senza alcun rispetto per se stessa, immagine di una sé ormai svanita, persa, dimenticata negli abissi di una società votata all’apparenza, al successo, alla popolarità, sia nel bene che nel male, comunque e a qualunque costo.

Ancora dieci minuti tra palazzi ed edifici antichi, alti fino al cielo, per giungere finalmente al condominio dove Filippo viveva con la sua famiglia, al quarto piano di un palazzo signorile, dalle ampie metrature, finiture di pregio. Accostò la BMW nera al marciapiede del suo stabile e si protese verso l’orecchio di Silvia:

«Ed ora divertiamoci.»

Si baciarono di quei baci umidi e affamati.

Col telecomando aprì il cancello automatico e l’auto scivolò verso il parcheggio sotterraneo, inghiottita dal nero del peccato.

 

 

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