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Capitolo 15

Piantare gli occhi su qualcuno. Letteralmente. Fissarlo, lanciargli occhiatine, inviargli messaggi con ogni centimetro del proprio corpo, messaggi sottili, di quelli che insinuano il dubbio nel cervello, ti costringono a pensare, a scervellarti, non ti lasciano in pace perché quando non hai nulla da fare, come quando stai aspettando l’autobus o bighelloni per la città, in macchina nel traffico, o ti sei appena svegliato e stai imbambolato davanti alla scodella della colazione ancora mezzo addormentato, quei gesti, quegli sguardi, ti tornano davanti agli occhi e inizi a ragionarci su, un po’ per noia, un po’ per curiosità. Emergere nei pensieri di qualcuno è il primo passo, è come piantare un seme nel terreno e una volta che ha attecchito, il più è fatto. Il seme c’è e devi solo dargli un po’ di attenzione ogni tanto, quel che basta perché inizia a germogliare e a crescere e crescere, fino a farlo dipendere totalmente dalle tue cure. Quello è il livello più alto, l’ultimo stadio, la dipendenza che porta all’azione. Quando smetterai di prenderti cura di quella pianta che tu stesso hai seminato e fatto crescere rigogliosa, sarà la pianta a venire in cerca di te.

Era cominciato tutto proprio così: un gran desiderio di avere qualcuno e, dall’altro lato, una gran curiosità.

Peccato che quel qualcuno fosse impegnato. Occupato, fuori dalla portata, già preso, non disponibile, esaurito, distributore fuori servizio. Ma si sa, quando non si può avere qualcosa, quella cosa inizia a ricoprirsi di un velo prezioso, aumenta di importanza, la si desidera ancora di più. Chi se ne frega se è di qualcun altro, lo voglio e me lo prendo. Con tutti i mezzi a mia disposizione, arrivando a giocare sporco.

 

Una schiena nuda, pelle di un rosa sbiadito contro la luce soffusa della luna che entrava dalle tapparelle semi aperte. Capelli castani sciolti su spalle fragili, mossi, lunghi che nascondevano un viso ed una bocca chini sull’incavo della clavicola, intenta ad assaggiare un sapore mai provato prima. Il ragazzo le cingeva la vita, mentre la ragazza gli sbottonava la camicia e la gettava per terra.

La camera al secondo piano di una villa fuori città, una casa di campagna per il relax di chi contava nella vita cittadina, stava assistendo a quanto di più sconveniente ci può essere in due persone che si avvicinano seminude nel bel mezzo di una festa di compleanno.

 

«Oh scusate, ho sbagliato stanza.» fece Marta nel vedere una coppia intenta a sbaciucchiarsi, e non solo, nella stanza degli ospiti. Arrossita stava per uscire e chiudersi la porta alle spalle quando un «Marta?» misto tra l’incredulo e il colpevole le fece alzare lo sguardo.

 

Il mondo crolla sotto i piedi come solo il mondo sa fare. Non c’è lo scricchiolio che ti avvisa della tragedia che sta per compiersi. Il pavimento si stacca improvvisamente dai muri e la gravità ti seppellisce tre metri sotto terra.

Quando tutto crolla l’istinto ci dice di trovarci un riparo. Per cercare un riparo iniziamo a correre. E Marta corre. Corre fino a non avere più fiato. Corre a nascondersi. Nel buio, dove non vede nulla, nemmeno la punta delle sue scarpe, nel buio che tutto copre, tutto nasconde, tutto zittisce.

 

Una schiena bianca impressa nella mente, talmente luminosa da accecare.

 

Il nero del buio in cui tentare di spegnere quella schiena.

 

Tradimento. Luce e buio.

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