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Capitolo 17

Aveva ancora il sapore del suo labello alla fragola sulle labbra, il suo odore nelle narici, la sua immagine davanti agli occhi. Sfiorò con l’indice la bocca, come se stesse sfiorando quella di lei. Quando l’avrebbe potuta rivedere? Quando avrebbe potuto di nuovo stringere a sé quel corpo e sentirne il calore? Non aveva intenzione di far passare troppo tempo, sentiva di non poter resistere a lungo senza la sua compagnia. Si era sentito vivo, qualcosa dentro di lui si era acceso, stava bene con lei, gli faceva dimenticare il resto del mondo, lo scorrere delle ore, non gli faceva nemmeno sentire la fama o il freddo. Si nutriva dei suoi sorrisi, dei suoi capelli mossi, degli occhi verdi vivi e luminosi, della sua voce dolce e solare. Voleva rivederla. Magari anche dopo il lavoro poteva passare a salutarla con una scusa o anche senza, dicendole semplicemente che voleva fare quattro passi con lei ed avventurarsi in quella terra straniera.

Immerso nei suoi pensieri, inserì la chiave nella toppa e la girò cercando di fare meno rumore possibile. Di notte tutti i rumori si amplificano e anche quel clang che fecero le chiavi sbattendo le une con le altre, gli sembrò fin troppo forte. Come mise un piede all’interno dell’appartamento una sagoma bianca, quasi eterea, gli andò incontro come un fantasma silenzioso.

Trasalì per lo spavento ma fortunatamente non urlò.

Miao, gli fece Oreste guardandolo fisso con gli occhi trasformati in due palline da ping pong, bianche e sferiche. Era seduto sulle zampe posteriori, con la coda bianca e folta attorcigliata attorno a sé.

Mirko gli si avvicinò e gli diede una grattatina dietro le orecchie.

«Hai ragione, me ne sono dimenticato. Razione doppia per farmi perdonare, va bene?» gli sussurrò all’orecchio. Accese la luce del corridoio e andò in cucina a prendere le scatolette riservate al gatto: bocconcini di pollo con verdure. Agitando la confezione di latta a mo’ di richiamo, andò in salotto, diretto alla ciotola gialla del micio. Dopo avervi svuotato il contenuto si girò e per poco non gridò. Stavolta si era spaventato sul serio. Stavolta non era colpa del gatto.

Avvolta in una vestaglia di flanella, ricamata finemente, lei era lì, sul divano che lo fissava. Fissava lui, fissava l’orologio. Quasi le tre del mattino. I capelli arruffati lungo le spalle, gli occhi arrabbiati e delusi. Quegli occhi, una volta così vivaci, ora erano spenti, erano come malati, malati di routine, di abitudini che ormai non corrispondevano più alle persone che erano diventati. Le labbra serrate, le guance tese, come se stesse trattenendo a fatica parole, lacrime, disperazione.

«Dove sei stato fino a quest’ora?» chiese con tono severo.

«Dovresti essere a letto.» le rispose lui distogliendo lo sguardo, fingendo di essere attratto da qualcosa di particolare.

«Dovresti esserci anche tu e da un bel pezzo.» sbottò lei, ferita per essere trattata come un’estranea.

Egli non rispose. Continuò a guardare il pelo lungo e morbido di Oreste.

«Non puoi continuare a trattarmi così.» riprese lei con voce rotta. E nel silenzio della notte, le lacrime iniziarono a scendere sul suo volto reso pallido dalla luce della notte.

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