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Capitolo 18

Distese innevate sulla città, colline di macchine sovrastate da uno spessore compatto, cumuli a ridosso degli angoli delle strade, davanti ai portoni di casa, alle serrande dei negozi.

Si era svegliata così T., città operaia che non si ferma mai nemmeno di notte. Già dalle prime luci dell’alba tutto aveva preso a luccicare; i piccoli cristalli di neve riflettevano i primi raggi trasformando un posto sempre in movimento nello scenario di una favola per bambini.

Con le coperte tirate fin sopra la testa, rannicchiata per il freddo, Marta si svegliò pian piano. Sorrideva, un po’ stordita, confusa, incerta se erano sogni misti a ricordi o se era tutta una bugia che la sua mente le raccontava per farle vivere un giorno in più in serenità. Andò coi ricordi ad una serata diversa dalle altre, le sovvennero i tavoli, la gente stipata nel locale, due occhi verdi vicinissimi ai suoi e il profumo della neve che scendeva. Le scappò una risata, un po’ imbarazzata nell’oscurità della sua stanza. Scese dal letto a piedi nudi per aprire la persiana. Non vedeva l’ora di guardare fuori e cercare di indovinare dove fossero finite le strade, le auto, i cassonetti, la vita di ieri. Appena le imposte furono avvolte su se stesse, una luce di buono invase la stanza, una pace infinita si posò sui letti, avvolse gli armadi e quando anche i vetri furono spalancati, un’aria di freddo secco le sfiorò il viso. Socchiuse gli occhi ed inspirò profondamente, per far entrare in sè energia, pulito, speranza.

«Ehi ma chi ha acceso la luce, voglio dormire ancora cinque minuti.»

«Su guarda fuori, non ci crederai mai!» fece Marta strappando il piumone sotto cui sua sorella aveva bofonchiato.

«Ma no fa freddo! Ma… è neve?!» fece incredula volando verso la finestra e mettendo la testa fuori. «Che bello, ce n’è abbastanza per non andare a scuola!»

«Che delusione, sempre a pensare ad uno stratagemma per saltare la scuola. Se fosse una materia, avresti pieni voti senza dover studiare.»

«Che ci posso fare, ho capacità di cui mi sorprendo io stessa.»

«Su ritorna sotto le coperte e respira forte. Senti questo profumo di neve? Lo senti? Ti ricordi quando andavamo in montagna e facevamo quelle passeggiate nel bosco? Te le ricordi?»

«Sì, me le ricordo anche se non molto.» replicò sbadigliando.

«E ti ricordi quando papà ci indicava uno scoiattolo e noi per non perdercelo iniziavamo a gridare che non lo vedevamo, e poi quello scappava via veloce? Ah che bei momenti. E poi tornavamo alla baita e la mamma ci dava la cioccolata calda? Bei tempi quelli. E ti ricordi…» si voltò verso il letto della sorella, ma la trovò sprofondata nel sonno, con la bocca semichiusa. “Dormi tu che puoi.” pensò Marta e controllò di aver messo la sveglia per andare all’università.

Rimase ancora un po’ a fissare il soffitto di camera sua, il lampadario di stoffa rosa con le frange, a seguire le cuciture, a pensare quanto bella stava diventando la sua vita. Dopo tutto gli alti e i bassi sono normali. C’è poco da fare: una vita perfetta fatta solo di periodi belli non è possibile e lo sapeva. Lo accettava. Aveva dovuto passare attraverso momenti impensabili in cui il mondo ti crolla addosso in un secondo, un fulmine a ciel sereno in cui nulla era sospettato o vagamente insinuato. Ma lo aveva superato, era stata dura, si era buttata giù e si era quasi data per persa, ma alla fine aveva ricomposto i pezzi alla bell’e meglio. Per cui, ora, pensava che finalmente fosse ritornata sulla carreggiata delle cose positive. Che fosse di nuovo il suo turno di ricevere sorrisi dalla vita. E sognando ad occhi aperti, si addormentò.

 

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