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Capitolo 2

«Sono a casa! Oh bel micione sei qui». Il persiano di cinque anni, pelo bianco e occhi azzurri, si era diretto alla porta dell’appartamento, piano attico, non appena aveva udito, dal suo angolo vicino al caminetto, la chiave girare nella toppa. Alla seconda mandata era già davanti alla porta blindata, seduto composto con le zampe avvolte dalla folta coda e sguardo all’insù.

«Su fai il bravo Oreste, dammi un secondo per cambiarmi e poi ti do la pappa.»

Mentre la padrona di casa si cambiava gli abiti nella camera da letto, il felino gironzolava su e giù per il salotto, si avvicinava alla tenda della porta a vetri che dava sul balcone e, sinuoso, scostava col muso un lembo per guardare fuori come se anche lui ammirasse il buio della sera con la quiete che portava alla città.

Un rumore familiare e il gatto si voltò e volò verso la sua ciotola.

«Eccoti qui le tue crocchette. Non fare l’ingordo e mangia piano!» con una risata la donna, ancora china sul micione, guardava l’affamato che si nutriva con voracità. Era proprio ingordo. Non era neppure sicura che fosse solo un gatto. No, decisamente no. Aveva quel qualcosa in più che talvolta fa dire alle persone la fatidica frase “E’ come uno di famiglia, si comporta proprio come una persona!”. Ne era sicura, lo percepiva quando, rientrata dal lavoro o dalle spese, lo trovava in attesa davanti alla porta, con quegli occhioni che parlavano e mandavano messaggi ben precisi: “Sono tanto bellino e buono, mi merito la mia pappa!”, oppure quando le si accoccolava vicino mentre stava sdraiata sul lettino in terrazza a prender sole e lui usciva di casa e andava a sdraiarsi all’ombra da lei creata, così, giusto per farsi compagnia. Era sì un animale catalogato da molti come un approfittatore, nulla di comparabile al fedele cane, ma sapeva ripagare per le attenzioni ricevute.

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