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Capitolo 20

8.20 ante meridiane.

«Mh, che freddo. Brrr. Che ore sono?»

«E’ ora che ti sbrighi, non dovevi andare all’università?»

«Oddio, sono le otto e venti. Ma perchè la sveglia non ha suonato?»

«L’ho spenta prima quando mi sono alzata per andare in bagno.»

«Cosa? Ma non vai a scuola?»

«A quanto pare no, nessuno è venuto a svegliarmi.»

«Come non detto. Io vado.» Marta agguantò, dal servo vicino al suo letto, un paio di jeans e un maglione. «Torna a dormire. Ciao ciao.» e diede un bacio sulla fronte della sorella minore.

“Come rischiare di rallentare la corsa verso la laurea: fare tardi la sera, non svegliarsi al mattino, saltare il colloquio con il professor Gigli. Non è proprio da me.”

Corse in bagno e di fronte all’immagine riflessa nello specchio iniziò a sorridere. Aprì il rubinetto dell’acqua calda e lasciò che il getto caldo le coccolasse le mani intorpidite. Man mano che il torpore le si infondeva nelle dita e nei palmi, ripensava ad occhi socchiusi alla sera precedente. Anzi a poche ora prima, di quella stessa mattina, a due occhi verdi, alla neve, al labello; era stato tutto perfetto, tutto casuale e per questo perfetto nei suoi ingranaggi.

Aprì gli occhi ed esclamò ad alta voce: «Se non va così, in che altro modo può andare?» e sorridendo di una felicità porpora come le sue guance, in fretta si lavò ed uscì di casa.

 

***

 

“Sempre la stessa storia: sono in ritardo! Speriamo che il professor Gigli avesse qualche altro colloquio così posso sperare di trovarlo nel suo ufficio. Sennò… sennò devo aspettare settimana prossima e così non risolvo i miei dubbi, non passo l’appello, non inizio la tesi, non mi laureo.” Pensava tra sé fino a quando il suo pensiero esplose in un’esclamazione frutto dell’amarezza: «Perfetto. Non mi laureo!». Stava appesa davanti alle porte dell’uscita dell’autobus, pronta a schizzare fuori non appena si fossero aperte alla sua fermata. Passate le due curve schiacciò il campanello e si mise in posizione come ai blocchi di partenza.

Di lì a poco si ritrovò immersa nell’aria fredda, circondata da una folla di studenti che come lei andava all’università. Si fece largo tra giacconi, zaini, borse a tracolla e schizzò nell’imponente edificio, diretta al primo piano. Da lontano vide una chioma di capelli bruni sopra un cappotto rosso che armeggiava con la chiave dell’ufficio del professore.

«Aspetti dottoressa, aspetti!» chiamò da lontano Marta alla volta della figura femminile. «Mi scusi dottoressa, avevo appuntamento col professore, è forse già andato via?» arrivò in prossimità della donna quasi col fiatone, più per il timore di aver sfumato la sua occasione di avvinarsi alla laurea che per i gradini fatti di corsa.

«No, a dire il vero oggi non è venuto, ha lasciato detto a me. Lei è?» chiese scrutando Marta con gli occhi castani.

«Rossi, Marta Rossi. Avevo fissato l’appuntamento col professore perché non riesco a passare l’esame e volevo avere qualche consiglio o rischio di non laurearmi.» fece Marta abbassando leggermente il tono di voce per lo sconforto.

«Sì ricordo. Bene lei è fortunata, è in ritardo ma io non riesco a chiudere la porta a chiave per cui torniamo dentro e vediamo di risolvere il suo problema.» fece l’assistente con un sorriso. Abbassò la maniglia della porta e con la mano sinistra, da cui troneggiava un anello di fidanzamento con diamante, la invitò ad entrare.

«Si accomodi e mi dica cosa non le è chiaro. Intanto cerco i suoi elaborati, così in base agli errori che è solita fare, vedrò di spiegarle i punti che non capisce. Mi dica soltanto se ha partecipato all’ultimo appello.» fece l’assistente aprendo un armadietto con lucchetto da cui estrasse alcuni pacchi di esami.

«Sì ho tentato anche lo scorso appello ma continuo ad essere bocciata.»

«Rossi, Rossi, eccola qua. Bene ecco vede, lei fa un errore molto comune.» e iniziò a spiegare a Marta gli errori, i trucchi per non confondersi e a rispondere ai suoi dubbi.

Era un’assistente giovane, bella, capelli lunghi, scuri come gli occhi, intensa espressione nello sguardo, e un profumo di mandorla a darle un’aria esotica, rafforzata dalla carnagione olivastra.

Era sicura nel tono di voce e nei gesti, si vedeva che aveva coscienza di sé e del suo valore. Marta la guardava con ammirazione mentre con una penna biro le mostrava delle formule su un foglio di stampante.

«E dopo questo passaggio deve stare attenta alla consegna del testo perché da lì può trarre aiuto ed evitare errori inutili. Bene, per oggi è tutto quello che possa fare per lei. Vuole che fissiamo un altro appuntamento per diciamo lunedì? Domani ormai è venerdì per cui direi che lunedì le spiego le ultime cose e mi potrà usare per un ripasso generale prima dell’appello di mercoledì.» un sorriso smagliante la illuminò in volto. Con le mani dalle dita affusolate, estrasse dalla Louis Vuitton una agenda rossa e una penna nera.

«Mi dica lei, a che ora? Io sono libera tutta la mattina, a patto che sia puntuale.» lo disse sorridendo, senza malizia.

«Anche alle nove, prometto che sarò puntuale. Grazie infinite, davvero. Ho alcuni dubbi di cui ho preso nota nel libro, lo porterò con me. Grazie ancora.» prese il foglio con la piccola lezione e se lo mise in borsa. A lunghe falcate uscì dallo studio e si avviò giù per le scale.

Era rimasta colpita dalla premura della dottoressa, così disponibile e preparata. Soprattutto preparata, competente e molto brava nello spiegare. Sarebbe potuta diventare un’ottima insegnante, magari un giorno avrebbe preso il posto del professor Gigli, ormai vecchio e stanco. Si perdeva ogni tanto in lungaggini che non portavano a nulla di concreto, nulla che la aiutasse a capire la materia.

Arrivata in fondo alla gradinata, decise di andare a prendersi un caffè nella facoltà di economia. Davanti al bancone posto sulla sinistra dell’entrata, una marea di paste alla crema e cioccolata e fette di torta la convinsero a prenderne una. Pagò alla cassa il macchiato e un bignè dalla glassa rosa e con lo scontrino andò al bancone. Una ragazza poco più grande di lei, vestita con una divisa bianca e rosa, prese la sua ordinazione e le chiese quale dolcetto preferisse. Poco dopo arrivò anche il caffè.

Con fare da equilibrista portò il tutto su un tavolino nell’angolo del piccolo bar, l’unico libero a quell’ora della mattina. Si sedette, si tolse il giaccone e restò per un po’ a guardare gli studenti e i professori, riuniti in gruppetti più o meno consistenti, che parlavano concitati, chi ridendo e organizzando il week end, chi confrontandosi sugli esiti degli esami o gli appunti presi a lezione.

Le mancava davvero poco per finire l’università. Dopo non avrebbe più varcato quelle porte pesanti, non sarebbe più stata inondata dal vociare insistente della sala mensa o sovrastata dal silenzio tombale dell’aula studio. Non ci sarebbero più stati mercoledì di festa e giovedì di lezione allo stato zombie, cose che solo il fisico di chi è giovane riesce a sopportare senza la minima conseguenza. Un ciclo della vita si sarebbe concluso per lasciare posto alle incertezze di un futuro che non riusciva nemmeno ad immaginare

Sorseggiò il caffè ad occhi socchiusi, assaporando l’aroma della miscela fino in fondo, compreso quel leggero retrogusto amaro che il liquido le lasciò in bocca, subito rimpiazzato dal sapore della crema. Finita la pausa che si era concessa, guardò l’orologio e corse a prendere l’autobus.

 

 

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