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Capitolo 3

Attorno al tavolo della cucina quattro paia di occhi si guar-davano, si scambiavano messaggi. Quattro persone, tra una forchettata e l’altra di bavette alla panna e prosciutto crudo, si scambiavano informazioni, commenti, facevano domande sulla giornata appena trascorsa. Il marito di Teresa era tornato a casa dopo una lunga e faticosa giornata di lavoro (era impiegato in un’azienda di import-export, settore contabilità) perché, da qualche settimana, si combatteva per far quadrare i conti, tagliare le spese superflue e trovare una soluzione per mandare avanti l’attività. Il nemico contro cui tutti facevano i conti sembrava ingigantirsi ogni giorno di più. I soci dell’azienda, una S.r.l. attiva sul territorio da quasi ottanta anni (era sorta tra la prima e la seconda guerra mondiale), erano preoccupati per i tempi a venire, seriamente preoccupati. Le ditte non pagavano sempre i loro conti, se pagavano lo facevano in tempi lunghi, in modo dilazionato, chiedendo interessi al minimo: il fallimento sembrava alle porte, grandi porte di legno massiccio, dell’ufficio della direzione centrale, porte che si sarebbero spalancate e, nel cono di luce che si sarebbe proiettato nell’angusto corridoio, sarebbe passato un impiegato con una lunga lista di nomi nella mano sinistra e un blocchetto nella destra. Mentre le ante si richiudevano con un rumore tonfo, l’impiegato con falcata decisa e la fronte imperlata di sudore si sarebbe diretto al suo computer. Avrebbe aperto il file dove erano salvati i format standard delle lettere, avrebbe scorso i vari tipi fino a trovare quello che stava cercando licenziamento.docx. Una ad una le lettere sarebbero state compilate, stampate e inviate e decine di famiglie si sarebbero trovate di lì a un paio di mesi in mezzo ad una strada. Il marito di Teresa non parlava mai di questo suo incubo ricorrente. Lui no, non poteva far preoccupare così la sua famiglia, fintanto che c’era un bar-lume di speranza non avrebbe detto nulla. Non raccontava cosa accadeva davvero al lavoro, non ce la faceva. Allora riempiva i silenzi con storielle comiche sui suoi colleghi, i pettegolezzi e qualche novità di seconda mano come il matrimonio di quel collega avvenuto ormai un paio di mesi prima, il viaggio di nozze con tutti i particolari del soggiorno, le corna di quell’altro che non si accorgeva di quanto la moglie fosse infedele, ecc. ecc.
La signora Teresa invece parlava con meno difficoltà del suo lavoro. Era da sempre una donna schietta, pratica e alla mano; se c’era qualcosa da dire la diceva, non faceva giri di parole. Anche col marito era diretta perchè per lei la sincerità era tutto, era la base dell’esistenza, della vita di coppia e dell’educazione che ogni giorno impartiva alle sue figlie. I ca-pelli castani leggermente mossi, di un tono più scuri di quelli di Marta, erano stati raccolti in uno chignon morbido per permetterle di svolgere i lavori di casa con più praticità ma un ciuffo ribelle le cadeva lungo il contorno del viso, dandole un’aria sbarazzina e morbida. Non che fosse una donna particolarmente severa, nulla a che vedere con le mamme soldato, ma la sua schiettezza poteva esser confusa con un senso dell’autorità che non le apparteneva. Quel ciuffo mosso la ingentiliva ecco.
«Caro, settimana prossima c’è da pagare il bollo dell’auto. Per restare nel bilancio familiare pensavo che..»
«Ma su dai Teresa, stiamo cenando!» sbottò il marito alzando gli occhi dalle bavette e tuffandosi con smorfia risentita nelle notizie di cronaca.
«Ma caro..» disse, cercando di riprendere il discorso che considerava di vitale importanza. «..con la crisi dobbiamo tro-varci preparati e non spendere un soldo più del necessario.» concluse depositando il piatto ormai vuoto nell’acquaio. Con la stessa ovvietà chiese chi di loro volesse l’insalata e si accinse a condirla in una terrina di vetro.
«A me senza aceto per carità!» si affrettò subito a ricordare Marta.
«A me invece tanto mamma!» si accodò la figlia minore.
Con meticolosità Teresa tirò fuori la verdura dal frigo già lavata il giorno prima, prese la terrina, l’olio e l’aceto, il sale e una ciotola più piccola per la porzione di Marta. Mescolava l’insalata con occhi assenti. Era stanca ma doveva organizzare il giorno seguente, il bucato, la cena, la posta per inviare una lettera. E poi cos’altro? Le sfuggiva qualcosa ma non avrebbe saputo dire di che si trattava.
«Ecco la tua ciotola e tu invece prenditi quello che ti serve.»
La televisione gracchiava notizie su notizie, una più scura dell’altra. Un marito che aveva accoltellato la moglie perché credeva che lo tradisse, una vecchia uccisa in casa per un pu-gno di banconote, una palazzina caduta a causa di una fuga di gas: due morti e alcuni feriti, anche dei bambini molto piccoli.
«Oh santo cielo, ma guarda se queste cose possono accadere ancora al giorno d’oggi!» esclamò Teresa portando le mani alla bocca e guardando il marito. L’uomo le rispose alzando le spalle e socchiudendo gli occhi come a dire “Eh sì, succede ancora”. Le loro conversazioni ultimamente non erano brillanti o intense come un tempo. Era un periodo di stasi, ognuno concentrato su se stesso, le proprie preoccupazioni e la ricerca di soluzioni per risolverle.
«Bene, bimbe avete vestiti da lavare? Tu Marta, hai disfatto la valigia?»
«Sì, quello che dovevo l’ho messo nel cesto di vimini, in camera.» Marta e i suoi occhi nocciola guardavano la madre dal basso della propria sedia. Teresa che in piedi con i palmi della mani appoggiati sul tavolo si girava e andava nella zona notte, con gli stessi occhi e solo quella maturità in più che li rendeva vissuti.
«Ohi ma che cos’ha la mamma? Non ti sembra un po’ stra-na?- chiese di soppiatto alla sorella minore girandosi verso di lei.
«La mamma non ha niente» sbottò il padre che non era an-cora sordo. «E’ solo stanca. Lavora e voi non l’aiutate mai in casa.»
«Sì ha ragione il papà, non fai nulla per aiutarla» e canzo-nando la sorella, la figlia minore si alzò e andò in camera.
Marta restò seduta al suo posto, con la forchetta che pun-zecchiava una foglia di lattuga qui, una foglia là ma con poca convinzione. Alzò gli occhi dalla terrina e guardò il padre di sottecchi, come per scrutare la sua espressione e carpire qual-cosa, qualunque cosa. Ma per tutta risposta vide un uomo in-vecchiato, con una ruga nuova sulla fronte spesso corrucciata, occhi assenti, fissi sul televisore senza che afferrassero le im-magini che passavano una dopo l’altra, i baffi con striature di grigio. La cosa che più la preoccupò furono gli occhi: assenti. Totalmente persi, altrove. Eppure sembrava vivo, partecipe perché si accorgeva delle conversazioni fatte sottovoce, ma allo stesso tempo era da un’altra parte. Stava pensando ad altro, Marta di questo ne era sicura ma ammirava il padre, capace di sdoppiarsi e riuscire ad essere chissà dove ma anche lì con loro.
Finì la sua ciotola di verdura, sparecchiò gli altri due posti già vuoti ed uscì dalla stanza.
«Mi passi il sale per favore?» chiese il padre ma solo allora si accorse che in cucina era rimasto da solo.

***

Driin driin.
«E’ il tuo telefono Marta! Possibile che tu non riesca a riconoscere la tua suoneria, banale e anticonformista come la definisci tu?»
«Oh sì, è il mio» Marta prese il cellulare dal letto su cui l’aveva dimenticato e, alla lettura di “Carla” lampeggiante sul display, pigiò la cornetta verde: «Ciao tesoro! Sei ancora di-spersa in quei boschi abbandonati e dimenticati da Dio?»
«No Carla, no..» rispose con voce titubante Marta.
«Bene, allora stasera si esce!» urlò trionfante Carla all’altro capo del telefono.
«Ma lo sai che non esco durante la settimana, domani devo studiare, catalogare le piante che ho trovato e rimettermi in pari con chimica. Lo devo assolutamente dare settimana prossima, non posso farmi bocciare ancora una volta!»
«Ma dai che lo passi di sicuro! Se anche stavolta canni, bè, fatti il prof!»
«Ma Carla, è una Prof!»
«Allora un pensierino l’avresti fatto se fosse stato un uomo giovane e nel pieno delle forze eh, furbacchiona! A parte gli scherzi dai tesoro, ti devo assolutamente vedere prima che ti si cambino i connotati e ti circondi di gatti!»
Ancora una volta Marta era titubante. L’esame sarebbe stato il lunedì successivo, le mancavano molte pagine da studiare, e lo doveva passare. Doveva accantonare quelle formule matematiche che non volevano entrarle in testa, che saltavano davanti ai suoi occhi, si rincorrevano e finivano per evaporare come neve al sole. Era un esame importante. L’esame che la separava dalla laurea che rimandava già da un po’. Troppa poca concentrazione nell’ultimo periodo e una grande pressione sentimentale le avevano tolto le forze per dedicarsi all’obiettivo primario: il pezzo di carta.
«Senti Marta, solo un paio d’ore, a mezzanotte sei sotto le tue coperte, stretta al tuo comesichiama di pezza e domani ti alzi presto e studi! Più facile di così?»
«Mi dispiace ma proprio non posso. E’ un esame troppo importante, non me la sento proprio. Mi dispiace…»
«Vabbé, sembra che non ci sia nulla che io possa dire o fare per convincerti. Se cambi idea sai dove trovarmi.»

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