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Capitolo 5

La camera era in penombra, ad illuminarla c’era solo la lampada snodabile appostata sulla scrivania. I libri di chimica biologica erano aperti e le pagine venivano sfogliate avanti e indietro con fare stizzito mentre una mano ticchettava sul tavolo. Fuori la notte era buia e come fosse un manto calava sulla città, rendendo tutto più bello e tranquillo, pure il traffico diventava più silenzioso e si innalzava al rango di opera d’arte composta da luci posizionate sulle strade e sui cavalcavia, quasi come un ornamento. Le tenebre scivolavano sui condomini, sulle fabbriche disseminate oltre la ferrovia, sulla fiera e sui musei, inghiottendo tutto senza fare distinzioni. La cattedrale era illuminata da fili di lampadine affisse dai tecnici del comune per la notte bianca che si sarebbe tenuta nel week end, rischiarando il quartiere residenziale con un’atmosfera quasi natalizia.

A quel tavolo con le gambe sotto al sedere, Marta tentava di imparare, immagazzinare, ricordare. Su un foglio di un block notes utilizzato soprattutto per scarabocchi durante le noiose lezioni del professor Gigli, illustre decano dell’università dall’età indefinita ma quasi certamente risalente alla fondazione della facoltà di biologia, uomo che con la sua parlata stanca e biascicata avrebbe potuto rendere noiosa qualsiasi cosa e addormentare chiunque, persino un orso appena uscito dal letargo, scribacchiava formula, numeri, equazioni e quant’altro. Era certo più divertente riempire quei fogli con disegnini e frasi stupide mentre il professor Gigli cominciava con la sua nenia. Era un vecchio dall’aria distinta, con papillon e bastone con la testa di un cane, sguardo perso e distante chilometri dall’aula sovraffollata in cui, non certo per interesse o sostegno ma solo per ottenere la riduzione del programma d’esame, gli studenti si stipavano per poter apporre la propria firma sghemba sul foglio delle presenze dell’ora di chimica biologica. Un’agonia a cui tutti si sottoponevano pur di ricavarne qualche vantaggio.

Erano ormai le nove e quaranta e oltre alle formule base dell’acqua e del carbonio era certa di non sapere altro. Guardava il cellulare e la sveglia sul comodino accanto alla testata del letto con maggiore intensità man mano che la lancetta dei secondi terminava il suo giro e andava ad aggiungere minuti alla sfera del tempo. Si mordicchiò il labbro inferiore per tentare di concentrarsi sul da farsi e tracciare una linea immaginaria tra azioni e conseguenze. Nulla da fare. Il suo cervello era più incline all’impulsività del momento, alla decisione vibrante sotto la pelle che al ragionamento, all’uso della razionalità. Con uno scatto che fece cadere la sedia all’indietro, cosa per cui gli inquilini del piano di sotto si sarebbero lamentati il mattino seguente come erano soliti fare da quando si erano trasferiti lì qualche anno addietro, benché fossero essi stessi rumorosi e tra mobili spostati nel cuore della notte, tacchi sbattuti sul pavimento senza alcun riguardo a qualsiasi ora del giorno, trovassero nei loro vicino al piano di sotto persone che avevano altrettanto da ridire, e forse con ragione maggiore delle loro lamentele date all’aria giusto per farsi notare alla riunione di condominio.

Senza dar peso alla bustina che lampeggiava sullo schermo del suo Nokia, aprì la finestra dei messaggi e ne inviò uno in fretta a Carla, sperando che non fosse già uscita ma, come suo solito, stesse ancora davanti allo specchio del bagno per mettere a posto i ricci ribelli. La risposta arrivò immediata: il disegno di un telefono, che significava che le avrebbe telefonato di lì a poco. In men che non si dica l’apparecchio in entrata prese vita e inondò l’aria con i suoi driiin, presto messi a tacere da una pronta Marta che alzava il ricevitore.

«Sapevo che avresti cambiato idea!»

«Semmai lo speravi.»

«Entrambe le cose. Bene, allora a questo punto tirati ma fai in fretta. Alle dieci devi essere sotto casa mia altrimenti non facciamo a tempo per l’aperitivo e sai che il cameriere stacca di lì a poco e non voglio perdermi quella visione paradisiaca. Ah, che pezzo di…»

«Sì ok, ok, ho capito, ho capito. Sotto casa tua.. alle dieci.. oddio sono già in ritardo!»

E si lasciarono così, una tornava davanti allo specchio per l’ultimo round nella lotta contro i ricci e l’altra correva disperata per tentare di rendersi presentabile in un quarto d’ora scarso.

Marta aveva appena finito di parlare con la sua amica che un esserino all’interno del suo cervello iniziò a picchiare con un piccolo bastone sulla porta della corteccia cerebrale. E batti e batti..

«Oh cavolo!» esclamò Marta colpendosi la fronte con il palmo della mano. «Ho dimenticato il portafoglio alla baita. Con la patente!»

«Ihihhih, solo a te può succedere una cosa simile!» sghignazzò la sorella di gusto, staccando per un attimo gli occhi dallo schermo del notebook.

«Devo richiamare Carla… ehm sì signora, buonasera.» deglutì a fatica, la madre della sua amica non era una donna molto cortese.

«Mi dispiace disturbarla a quest’ora.. sì sono Marta.. no signora, non era mia intenz..- le sue scuse rimasero a volteggiare tra i fili del telefono, la signora M. non le dava molto spazio per esprimersi e la mise al suo posto metaforico, tra brontolii e frasi infuriate.

«Buonasera anche a lei.. Ehi ciao, scusa Carla, sono desolata ma non potevo fare a meno di chiamare.- biascicò con tono sconsolato. -Sono senza patente!-

«Che cosa, tu? Ah, questa poi è buona! Te l’ha confiscata qualche carabiniere?

«Ma no cosa stai dicendo, ho solo dimenticato il portafoglio alla baita con tutti i documenti e anche i soldi. Per fortuna che scesa dal treno un tizio mi ha pagato il biglietto dell’autobus o me la sarei fatta tutta a piedi, sotto il cielo minaccioso di pioggia e-

«E com’era sto tipo?

«Uhm.. non lo so. Ho visto a dire il vero solo la mano.. non ho fatto a tempo a guardarlo in faccia per ringraziarlo come si deve.» bofonchiò.

«Eh? Tu sei strana forte! Non ricordi niente, nessun particolare? Un neo, qualcosa che lo identifichi tra migliaia di persone?»

«Sì credo di sì.. aveva un braccialetto d’argento con un ciondolo a forma di scarabeo. Spuntava da sotto il polsino della camicia. In un primo momento non ci avevo fatto caso ma ora che mi ci fai pensare..» guardò verso la finestra e come se un proiettore stesse trasmettendo un film, vide una mano da uomo, giovane con una leggera peluria castana, degli spiccioli trattenuti tra l’indice e il pollice destri, un polsino a righe bianche e celesti e quel piccolo bagliore su cui si posarono i suoi occhi sbalorditi. Fu un attimo, una frazione di secondo in cui quel piccolo ciondolo di argento fece capolino e poi tornò nell’oblio quando l’uomo si fu voltato.

«Ehi ci sei ancora?»

Risvegliata da quel flashback, Marta tornò in sé.

«Senti allora ti passo a prendere io, stessa ora ma sotto casa tua. Fai in fretta e vieni tirata!!»

***

Si sa, i momenti davanti allo specchio sono per una ragazza un diletto e allo stesso tempo un incubo. L’immagine riflessa fa pensare, insinua dubbi e dà quasi mai risposte sincere. C’è chi si scruta centimetro per centimetro, si fissa, ispeziona ogni angolo temendo il sopraggiungere della vecchia, di veder spuntare qualche nuova ruga, qualche zampa di gallina attorno agli occhi che, invece di sottolineare la maturità di una persona, danno oggigiorno l’idea di vecchio, putrido, finito, sconfitto. Da dimenticare, non considerare, da lasciare in un angolo, da non curarsi. Per altri invece è lo strumento tramite cui stanare i chili di troppo, quei rotolini che si appoggiano sui fianchi, cingono l’addome in una stretta mortale e mollacciosa, oppure quelle riserve di grasso sotto le braccia o sotto il mento, o avviluppate come serpi lungo le cosce. Lo specchio diventa un nemico crudele che ci dice che non andiamo bene e per un sistema contorto che ci ammala il cervello, quell’immagine si imprime nella mente e vediamo solo quella, nonostante diete, digiuni, sforzi in palestra e sedute dall’estetista. Quella visione distorta si approfitta della debolezza e si va a nascondere in un posto recondito e smesso della mente, come quel vestito che tanto vorremmo indossare ma in cui non riusciamo più a infilarci come anni prima. Lo specchio. Una lastra riflettente, liscia, suadente e tentatrice, usata nel modo sbagliato, dimentichi del motivo per cui è stato inventato: raddrizzare vestiti, fare nodi alle cravatte, avvistare pelucchi bianchi su giacche o maglie nere e verificare che le calze indossate siano dello stesso colore.

Essendo poi donna, Marta aveva bisogno di risposte immediate e che confermassero le sue pretese: apparire carina, curata, con quel nonsoche che rende le persone interessanti, ben disposte alla conversazione ma mai volgari. Per questo l’anta dell’armadio su cui stava avvitato lo specchio veniva continuamente tenuta sott’occhio al minimo movimento, ogni angolazione di gonne e pantaloni passavano sotto lo sguardo vigile e attento, con la subitanea formulazione di dubbi, critiche, decisioni che portavano gli indumenti ad essere gettati su uno dei due letti della camera, a seconda che rientrassero tra i da-rivedere e gli inindossabili. Quando mai una donna è soddisfatta di ciò che indossa se prima non ha ricevuto il consenso di almeno un parente stretto o amica di fiducia? Se poi si potesse riunire una seduta condominiale e mettere ai voti, certamente la sicurezza sarebbe maggiore: si avrebbe la certezza che è meglio vestirsi come si vuole in cinque minuti che perder tempo sperando di piacere a tutti.

Le pile si accatastavano sui materassi e se non fosse stato per sua sorella che le fece notare una leggera pioggerellina che picchiettava sui vetri della finestra, probabilmente non si sarebbe mai decisa. Indossò così un paio di pantaloni neri sopra a calze sottili che velavano appena le gambe e una maglia di cotone multicolore, sui colori della terra d’Africa, dipinta di marrone, arancioni e rossi accesi. Un paio di accessori per illuminarle il viso e il trucco base per dare profondità allo sguardo e far concentrare l’attenzione sugli occhi intensi. Prese il labello e ne aprì la confezione rotonda, passò delicatamente l’anulare sulla superficie rosea e appiccicosa e poi sulle labbra.

Smack.

«Ma che fai le prove per baciare qualcuno?»

«No sorellina, lo faccio solo per stendere meglio il labello. Che stupida che sei a volte.»

«E tu no? Hai forse chiesto a mamma e a papà se puoi uscire durante la settimana?-

«Faccio l’università, io. Non devo alzarmi alle sette domattina e farmi portare a scuola.»

«Certo ma non sono io quella che rimanda la laurea da secoli perché non riesce a dare uno stupido esame.»

«Cosa? E’ questo che pensi? E comunque carina ti assicuro che non è uno stupido esame, è molto complicato, difficile e imprevedibile!»

«Sì sì, se così fosse te ne staresti rinchiusa in camera tutti i santi giorni invece di fissare la pagina di facebook di Filippo e il cellulare!»

«Ma cosa vai farneticando! Tu sei tutta scema, tu e la tua amica Corinne, sempre lì a spettegolare, a spillare soldi alla mamma per fare shopping, come se non fossero abbastanza tutti quelli che spende per mandarti a danza. E non ti accorgi neppure che qui si fa fatica ad arrivare a fine mese! Sì cara mia e non ti rendi nemmeno conto che c’è aria di tempesta ma sei così incentrata su te stessa per riuscire a vedere i lampi e le occhiatacce che si lanciano quei due!»

«Ma…ma cosa vai dicendo. Loro si amano, sono contenti del loro matrimonio e…»

«E se smettono di parlarsi e di intendersi, è la fine del matrimonio e l’inizio del calvario della separazione.»

Il viso corrucciato, gli occhi celesti abbassati a fissare gli intrecci del tappeto della loro stanza, la mani intrecciate dietro la schiena. Sophia era rimasta con la testa svuotata, le parole morte in gola incapaci di risalire in superficie, strozzate da un timore fino ad allora insospettabile. I suoi genitori potevano separarsi, decidere di porre fine all’esistenza congiunta che avevano deciso di rallegrare dando alla luce due marmocchiette che avevano desiderato, accudito, cresciuto e tanto amato. Essi avevano dipinto le pareti di una casa vuota coi colori della comprensione e della serenità, cucinato amore e fantasia quando le piccole facevano i capricci all’ora del pranzo e con le loro manine paffute, sbattevano sul piattino facendo schizzare le pappe tutto in giro; avevano asciugato lacrime, disinfettato ginocchia sbucciate, ricucito pupazzi e raccontato fiabe per farle addormentare; avevano avuto una spiegazione per tutto, soprattutto per le cose più tristi che avevano attraversato la loro vita facendo sgorgare dai grandi occhi lacrime copiose e salate.

Ed ora tutto quel tepore che riscaldava anche le notti più fredde e cupe dell’inverno, poteva finire e lasciare che due figlie si spartissero i rispettivi genitori, per stare chi con la madre e chi col padre. Sophia, come covando un brutto presentimento, alzò gli occhi e li puntò feroci verso la sorella, come fossero pugnali, aghi di acciaio e gridò esasperata:

«E’ tutta colpa tua!- e uscì di casa sbattendo la porta. Uscì così com’era vestita, in pantofole e abbigliamento comodo e un mollettone tra i capelli. Marta si girò per tentare di dire qualcosa di confortante, per difendersi, trovare le parole per tranquillizzarla ma nulla disse e nulla fece. Andò in camera dei suoi dove la madre stava sistemando la biancheria e l’avvertì che Sophia era uscita.

«Non l’ha detto chiaramente ma credo sia andata al piano di sotto dalla signora Cecilia… per via del canarino…-

«Ah va bene.- non distolse lo sguardo dalle lenzuola e dagli asciugamani gettati sul letto in attesa di essere piegati e poi riposti.

«Ehm senti mamma…»

«Dimmi.» fece con noncuranza.

«Vado a fare un giro con Carla… torno presto ok?»

«Ma non dovevi studiare?» fece la donna con gli occhi supplichevoli.

«Sì ma non riesco a concentrarmi, ho bisogno di svago anch’io.»

Lei annuì, lo sguardo di nuovo a federe e lenzuola.

Marta la vide stanca come non l’aveva mai vista, invecchiata di colpo, come se le avesse spezzato il cuore. Le guardò il viso con più attenzione e le parve che la ruga sulla fronte non fosse più sola ma che una serie di ragnatele si insinuassero sul suo viso e lo crepassero in più punti come un vaso pronto ad andare in frantumi. Iniziò a chiedersi se fosse davvero colpa sua, se il terremoto che allungava i suoi tentacoli tra le mura della sua famiglia fosse una conseguenza delle sue azioni e dei suoi insuccessi universitari. Si voltò e quasi con un sussurro, uscì a sua volta di casa.

***

La Smart rossa attendeva parcheggiata davanti al cancello automatico del palazzo. Nonostante il cartello Passaggio carrabile facesse bella mostra di sè, la piccola autovettura aveva scelto quello spazio per appostarsi. La notte era fredda e un velo di umidità si infilava sotto la pelle attraverso l’impermeabile. Dai comignoli, bui profili nella notte, non si levava più il fumo grigio dei caminetti tipico del periodo invernale che a Marta ricordava tanto il Natale. Chissà perchè tutto la portava con la mente a dicembre, alle sue giornate che sapevano di ghiaccio sulle strade, agli imprevisti che per colpa di un freddo siberiano che faceva colare a picco la colonnina di mercurio erano all’ordine del giorno come gradini scivolosi e cancelli automatici bloccati. Si ricordò di una mattina di tanti anni fa. Doveva avere all’incirca sei o sette anni mentre sua sorella era in procinto di andare alla scuola materna. Era un tempo diverso, fatto da colori caldi e fotografie ingiallite, in cui tutto sembrava grande ed eterno, immortale e austero come un tempio di granito. Se la ricorda ancora quella mattina, di una domenica ormai passata, lo scalpiccio dei passi lungo il corridoio, la luce che entra insistente dalla finestra appena spalancata. Dal suo lettino vede un cielo terso e brillante che le fa distogliere gli occhi appena svegliati e per istinto si ficca sotto le coperte. Poi mani sapienti e premurose le levano la coperta e le lenzuola di dosso, la sollevano e mentre lei cerca riparo con le manine, la portano alla finestra. Dal balcone della sua camera vede un paesaggio nuovo, fresco e a quella vista non protesta più per tornare al calduccio e riprendere il corso dei sogni. L’aria sa di buono e di pulito come se tante lenzuola fossero appese al sole dopo il bucato, il prato non c’è più, la strada nemmeno, le automobili si intravedono appena. Era arrivata la neve. Di corsa il papà, perchè era stato lui ad intrufolarsi nella cameretta per farle quella sorpresa, la porta di corsa nella camera matrimoniale dove la finestra è già spalancata e una mamma con una pargoletta di due anni e mezzo la accoglie a braccia aperte e le stampa un bacio in fronte. Stanno lì tutti e quattro, a ridere e giocare, sotto coperte di lana, respirando il profumo di un amore e un affetto che poteva colmare pance affamate e rischiarare cieli tempestosi, così lontani da quella stanza rischiarata dal luccichio della neve.

Respirò intensamente e battè con le dita al finestrino della Smart. Salendo chiese:

«Senti anche tu aria da neve?»

***

Un piccolo bolide rosso sfrecciava per la città, imboccava la tangenziale sud lasciandosi alle spalle la città per dirigersi verso la prima periferia dove un noto dirigente locale aveva acquistato un bar e l’aveva trasformato nell’attrazione principale per i giovani, soprattutto universitari che vi si riunivano il mercoledì sera e nei week end. Il Gramellini era su due piani, ricavato unendo il bar antecedente ad un paio di appartamenti che occupavano il piano superiore. Rimesso a nuovo, tappezzato con stampe anni 80, un jukebox di ultima generazione serbante le migliori hit del momento e, all’entrata pronto ad accogliere i clienti, un bancone ad ellisse ultimava l’arredamento al piano terreno. Una scala, una ad entrambi i lati della stanza, conduceva al piano superiore che ospitava un piccolo palco sul fondo dove spesso si esibivano band di revival o da dove esplodeva la musica dei set dei dj più in voga. Le luci erano per lo più soffuse e colorate, principalmente faretti collocati con maestria nel controsoffitto, perfetti per creare forme e illusioni; lungo le pareti c’erano divanetti di pelle e tavolini di metallo lucente che riflettevano il soffitto aumentando la sensazione di luminosità dell’ambiente. Per finire al centro si apriva una pista da ballo con due cubi ai lati dove cubiste professioniste si susseguivano nelle serate cult, quelle con i dj dal nome improbabile masticato nell’ambiente dai proseliti della musica house.

Il mercoledì sera per entrare si faceva fatica. All’entrata, una porta con pannelli neri, si ergeva in completo sempre nero un uomo della sicurezza con le mani una sopra l’altra e petto infuori. Vicino all’omone una ragazza con labbra luccicanti e lunghi capelli lisci ribelli, si affaccendava attorno ad una lista di nomi per far entrare prima chi aveva riservato uno dei pochi tavoli disponibili. La coda era tanta, i ragazzi e le ragazze stavano ammassati in una fila delimitata da entrambi i lati da transenne, riparati da eventuali piogge da un tendone violaceo. In molti provavano a superare gli altri e, tirando a indovinare il nome di qualche pr o fingendo di aver avuto un accordo per esser messi in lista per poi essere barbaramente dimenticati, si avvicinavano alla ragazza dai capelli lunghi e lisci, non trattenendosi dal fare commenti sulle gambe nude, appena coperte da una minigonna troppo corta. Appena ella sfogliava i fogli della cartellina ed escludeva la loro presenza dalle righe battute a computer, si girava l’omone e con uno sguardo molto eloquente li faceva sloggiare appena iniziavano a protestare o sostavano nei paraggi più del dovuto.

In quella calca Marta e Carla aspettavano, l’una con paziente rassegnazione, l’altra pigiando i tasti del cellulare in cerca del contatto giusto a cui rivolgersi per entrare al Gramellini il prima possibile, in tempo per ammirare il suo cameriere preferito, un fusto da un metro e novanta con due occhi azzurro intenso.

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