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Capitolo 8

Dopo una doccia calda e lunga nella Iacuzzi, rimedio piuttosto efficace per sentire un po’ di calore in una vita spesso arida e pronta ad avvolgerti in abbracci di fredda indifferenza, Sebastian era tornato in soggiorno con addosso un accappatoio bianco spugnoso. In mano teneva una sigaretta e attraverso il velo leggero di fumo che da essa saliva guardava fuori dalla vetrata che dava sulla terrazza. Ritto in piedi ogni tanto si voltava verso un tavolino di cristallo dove aveva appoggiato un posacenere, senza mai smettere di seguire il corso dei suoi pensieri. Nel buio della notte gli sfilavano davanti le tappe più importanti della sua storia con Giada, il primo incontro sotto i portici di via del Corso sotto una pioggia battente, la prima volta assieme, il tocco della sua mano sulla pelle liscia e profumata di lei, le loro mani che si stringevano, la loro vacanza a Parigi, le crisi che li avevano allontanati ma che poi li avevano fatti avvicinare ancora più di prima, gli alti e i bassi della vita che come una roulette russa colpisce quando meno ci si fa caso, la morte del padre di lei che indubbiamente le aveva straziato il cuore facendo diventare Sebastian la figura maschile di riferimento, la laurea, l’ingresso nel mondo del lavoro, le liti, il lasciarsi per poi riprendersi. Tra una cosa e l’altra il loro rapporto era durato circa dieci anni e dopo tutto quello attraverso cui erano passati, Giada aveva proposto di andare a vivere assieme, in un super attico sopra piazza del Popolo, centro della città. Ma lei aveva solo proposto o in realtà aveva deciso? Deciso anche per lui? A lui era stata posta la domanda “Vuoi che andiamo a vivere assieme” o, come in realtà era accaduto, gli era stato imposto “Andiamo a vivere assieme!”? E se era stata una decisione altrui che influiva anche sulla sua vita, perchè non aveva detto nulla, limitandosi a un generico e poco emozionato “Va bene”? E perchè subire una decisione? Avrebbe potuto fermare tutto e tutti e far sentire la propria opinione, esprimersi, aprire il cuore e ammettere che non se la sentiva, che per lui era un passo troppo grande. Invece era rimasto ammutolito, travolto dall’eccitazione dei suoi genitori e dalla madre di lei al suono della bella notizia. Muto, senza parole, senza fiato per riprendersi da quella che per lui era una bomba sganciata da un aereo in piena guerra. Nella testa solo il desiderio di riuscire a scappare e andarsi a nascondere. Non riusciva a darsi una spiegazione, in fondo voleva bene a Giada, gli faceva tenerezza guardarla mentre dormiva con il viso leggermente corrucciato ma si rendeva anche conto che ora il semplice pensiero del profumo di lei, del profilo del corpo di lei adagiato sotto il lenzuolo leggero, non gli provoca alcun brivido sotto l’epidermide. Spense la sigaretta ormai consumata e guardò il salotto arredato proprio come lei aveva voluto: il divano bianco, la pianta nell’angolo, un paio di tavolini tra le poltrone, il televisore, la cristalliera, il piano bar. Tutto era stato scelto da lei, comprese ovviamente le tende e il lampadario, per non parlare del tappeto persiano intrecciato a mano. Erano due anni ormai che vivevano assieme in un appartamento che dominava il centro città e Sebastian si sentiva ospite in casa d’altri. Quel luogo non gli apparteneva ma, invece di prendere una decisione ferma e risoluta, stava fermo nelle sue abitudini, spaventato di saltare e vivere la vita come avrebbe davvero voluto. La forza dell’abitudine, gran brutta bestia.

Nel silenzio l’orologio ticchettava debolmente alla parete e segnava ormai le undici. Sebastian si decise finalmente ad andare a vestirsi senza alcuna fretta, per una volta Gianni avrebbe aspettato.

 

La preparazione era stata calma, la scelta dei vestiti fatta con cura. Sulla sedia della camera aveva già disposto la giacca nera e i pantaloni dello stesso colore che avrebbe indossato il giorno dopo al lavoro, la camicia celeste ancora sulla stampella era stata appesa alla chiave dell’armadio. Nella penombra della stanza, rischiarata solo da una piccola abat-jour accesa sul comodino di Giada, aveva scelto una polo a righe larghe nere e bianche, un paio di jeans chiari e si era specchiato nella porta dell’armadio. Si girò solo per prendere il proprio orologio dal cassetto del suo comodino e solo allora vide che Giada stava tutta rannicchiata su un fianco dandogli la schiena. Sembrava così piccola e indifesa in quella posizione fetale, quasi a proteggersi dai pericoli del mondo, come se dovesse pensarci lei stessa e nessuno attorno le desse una mano. Sola e abbandonata. Dalla morte del padre era indubbiamente cambiata, aveva scoperto delle fragilità del suo carattere che non sapeva di avere, aveva fatto i conti con la vita, una parte dei conti, perchè c’è anche il saldo finale che ti presenta prima o poi. Agganciando l’orologio al polso si voltò ed uscì in corridoio. Socchiuse la porta della camera e si appoggiò allo stipite. Scrollò le spalle per scacciare i pensieri e finito di prepararsi andò a prendere la sua macchina. Sapeva di dover far qualcosa ma quella non era la sera adatta.

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