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Capitolo 9

Filippo guidava con sicurezza e spavalderia, ogni tanto insultando qualche utilitaria che incontrava sul suo tragitto. Uno stronzo-ma-chi-ti-ha-dato-la-patente qui, un ma-tornatene-a-casa là e sorpassava il malcapitato conducente, pigiando sull’acceleratore, anche più del necessario.

«Ehi, la vecchina ti ha fatto il dito. Ciao vecchina!» fece Stéfan agitando la mano in direzione del viso rugoso dell’anziana donna che si allontanava sempre più, inghiottita dalla notte.

«Quanto manca?» chiese noncurante Filippo accelerando.

«Un quarto d’ora. Ma per me puoi anche andare piano amico mio, alla festa non ci voglio arrivare col carro funebre!»

«Il solito fifone. Lo dici solo perché vorresti avere tu tra le mani questo volante di pelle e sotto al piede un pedale capace di mandare un impulso tale al motore che sobbalzi appena lo tocchi. Tu non sai apprezzare questo gioiellino quanto meriterebbe.»

La BMW filava nel buio umido di una pioggia sottile che pian piano smise lasciando sull’asfalto scie lucide di pozzanghere.

«Ecco, è la seconda uscita, quella per lo stadio.» disse Stéfan allungando l’indice in direzione di una macchina davanti a loro che andava nella stessa direzione.

«Poi alla rotonda prendi le indicazioni per il museo civico e poi da lì ti dico dove andare.»

«Speriamo che Caldelli abbia fatto bene il suo dovere di PR, non vorrei arrivare in un posto pieno di cessi. L’ultima volta mi si è avvicinata una grassona con gli occhiali. Ha cercato di abbordarmi ti rendi conto?! Quell’elefante, quella chiappona! Senti com’è andata: ero al bar che sorseggiavo il mio mojito, guardavo la pista e avevo adocchiato un paio di gallinelle seminude, che facevano al caso mio, che si scatenavano. Poi sento qualcuno che mi tocca il braccio con delicatezza, ma in modo deciso e credevo che fosse una cappuccetto rosso da trasformare in zoccola e farle scoprire i segreti del sesso, e invece mi vedo quel coso! Mi è andato addirittura di traverso un sorso.»

«Filippo, a dire il vero si voleva lamentare con te perché le avevi appena pestato un piede.»

«Oh bè, gliel’avrò pestato avendo percepito che era una cessa di dimensioni colossali! »

E si misero a ridere, ricordando la ragazza che, con un sorriso smagliante e il fumo che le usciva dalle orecchie, cercava di avvicinarsi all’orecchio di Filippo per sgridarlo e pretendere le sue scuse. Tentativi inutili perché ogni volta che protendeva la testa verso quella di lui, egli retrocedeva con una smorfia di disgusto fino a quando aveva deciso di andare dalle due ragazze che aveva puntato poco prima. Non sia mai che avesse perso l’occasione di approcciarle e ottenere un bacio, una palpatina, un numero di telefono.

«E non hai visto la faccia che aveva stampata dopo sul viso, quando ti ha visto ballare tra quelle due amiche, ti strusciavi a loro come se non ci fosse più spazio nella stanza. Se ti avesse visto Marta non so che..»

«Taci!»

Filippo era nervoso. Si sentiva in colpa forse? O era solo infastidito perché era stato scoperto, smascherato, perché il diavolo fa le pentole ma non i coperchi? Era irritato, ma con se stesso o con chi aveva fatto la spia? E altra questione importante, chi era stato a tradirlo? Chi tra i suoi amici di scorribande aveva potuto fargli questo? Stéfan no, non c’era nemmeno da chiederlo, non lo avrebbe mai pugnalato alle spalle, lui era salvo. Erano come fratelli, troppe avventure disavventure passate insieme, troppe emozioni condivise, tra dolori e gioie. Come lui non avrebbe tradito Stéfan, per alcun motivo al mondo, allo stesso modo Stéfan non avrebbe tradito lui. E che dire di Caldelli? No, troppo simile a lui e comunque non conosceva Marta. Al massimo poteva averla vista di sfuggita una volta in università ma nulla più. Interesse a spifferare quello che era successo? Nessuno. Altri del suo giro, Pinozzi, Bobo, Giuseppe, Toni? Non lo credeva possibile. Fargli un dispetto non avrebbe avuto senso, agire per invidia nemmeno. Marta era una ragazza normale, non il tipo che loro si giravano a guardare, tra fischi e frasi fatte e un po’ colorite.

Gli ultimi minuti di viaggio continuarono nel silenzio più assoluto. L’unico rumore che si percepiva era quello dei pneumatici da neve sull’asfalto bagnato. Poi un bip del cellulare di Filippo, segno che qualcuno gli aveva mandato un messaggio. Si spostò col busto oltre il volante e afferrò il telefonino, armeggiò coi tasti e con un cenno fece capire a Stéfan che era ora di dargli le indicazioni per arrivare al locale.

 

«Ecco è proprio lì sulla sinistra. Puoi parcheggiare davanti, dove ci sono i sassi.» Stéfan quasi sussurrò, stranito per il comportamento brusco di Filippo. Che cosa ne poteva sapere lui che non erano ammesse nemmeno le battute più innocenti su Marta? In fondo non aveva detto nulla di male. L’aveva detta così, tanto per ridere, e invece il suo amico, il suo fratello, si era oscurato. Più scuro della notte buia. Scese dall’auto scura e guardò la volta celeste sconsolato. La notte era impenetrabile, una trapunta che non faceva filtrare nemmeno una stella. E così era il suo compagno di avventure. Affermava spesso che lui era l’unico di cui si fidava, che tra amici veri come loro una donna non si sarebbe mai messa in mezza al punto da dividerli, che potevano raccontarsi tutto e parlare apertamente. Ma c’era qualcosa che ancora non lasciava trapelare, c’erano dei meandri del suo cuore in cui non permetteva a nessuno di entrare. Ogni volta era come sbattere contro una porta blindata chiusa a doppia mandata.

Ad accoglierli arrivò dopo poco il rosso Caldelli. La sua zazzera scomposta color fuoco lo annunciava da lontano. Era un tipo originale, ricordava tanto l’Inghilterra, con ray ban da vista dalla montatura nera e severa e le lentiggini sul naso. Mingherline le gambe fasciate in pantaloni di costosa fattura, per lo più scozzesi. A lunghe falcate fu da loro e gesticolando indicò un’entrata sul retro da cui i vipz, come preferiva chiamare quelli che contavano nella gioventù cittadina, avevano il privilegio di fluire senza aspettare, far code, prender freddo. Difatti la serata non era delle più tenere come Stéfan constatò immerso nei suoi pensieri. Caldelli e Filippo si avviarono e Stéfan dietro, a tre passi di distanza. Diede una breve occhiata alla fila di persone, per lo più ragazzi e ragazze dai venticinque in su, un gruppetto staccato sul fondo attorno alla quarantina e un gatto che annusava un lampione. Tutti, meno il gatto, erano in trepida attesa, composti, un po’ naif, universitari, giovani laureati, la media borghesia che usciva per divertirsi. Nulla in confronto allo schiamazzo che riempiva l’estenuante attesa al Gramelli, dove il mercoledì le matricole scalpitavano per entrare come giovani tori, costretti in piccoli spazi che sbuffano, sbattono gli zoccoli nervosi sulla terra sollevandola in leggere volute polverose fino a caricare.

Varcarono la soglia e furono avvolti da un getto di aria fredda proveniente dai condizionatori collegati al riciclo del fumo. L’atmosfera signorile e di alto livello li accompagnò ad un tavolo riservato a loro nome, poco distante da un palco, chiuso all’occhio degli ospiti da un sipario di velluto bordeaux scuro. Tavolini rotondi con gambe di metallo nero fumo, attorniati da poltroncine imbottite e altrettanto scure, erano disposti in diagonali all’interno di una piccola arena a cui si accedeva tramite un paio di gradini al centro dell’arco che separava la zona dal bar. Sul lato opposto all’uscita laterale stavano le cucine, di fronte ad esse eleganti toilette.

Il Blue Jazz era da urlo, all’ultima moda, per persone raffinate, per chi voleva fare vita mondana con stile e gusto. Durante la sera era un ristorante per cene intime o d’affari, con prenotazioni già prese per almeno un mese, ma dopo le ore ventidue si dava il via a spettacoli con donne voluttuose dalla voce calda e profonda, ovatta su un mondo troppo avanzato e freddo. Quella sera il blues riempiva i discorsi, si infiltrava tra le parole con delicatezza, come una mano di donna dalle unghie scarlatte che scivola su un braccio con tocco leggero. Ma sicuro e senza alcuna intenzione di farsi respingere.

Il brusio era intenso, tanto che non si sentì il rumore delle poltroncine che venivano spostate. Si sedettero e subito una cameriera con camicia bianca e gonna nera corse a prendere le loro ordinazioni: un martini, due apérol e uno sheridan. Nel frattempo era arrivato anche Bobo, così chiamato perchè assomigliava nella stazza al calciatore dell’Inter, un po’ meno per quel che riguardava le donne: i gusti erano decisamente opposti, l’uno una moretta in miniatura, l’altro una spilungona bionda cotonata. D’un tratto le luci dei riflettori furono convogliate al centro del sipario a formare un cerchio da cui spuntò un presentatore in frac che, munito di un microfono a filo, annunciò la stella della serata: «Ed ecco a voi l’incantevole e affascinante, Marlène! Fatele un applauso.» e rivolgendosi a lei: «Prego Madame.» e uscì di scena. La donna con tono suadente che proveniva dalle corde vocali ammaestrate, cominciò a cantare, attirando su di sé in modo quasi ipnotico l’attenzione dei presenti.

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