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Posts Tagged ‘destino’

A volte i buoni inizi finiscono

peggio di quelli cattivi.

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Abbiamo tutti un passato incasinato.

La differenza è tra chi riesce a rimettere insieme i cocci

e chi passa tutta la vita a cercare qualcosa

che non è destinato a trovare.

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Ci sono musiche

che non puoi ascoltare con le orecchie;

ci sono persone

che sono colonne sonore;

ci sono occhi

che innescano il battito del cuore;

ci sono lacrime

che scendono al suono di un pianoforte malinconico

quando un destino beffardo

ti fa scivolare accanto chi ti toglie il fiato,

il tempo di un secondo,

in cui basterebbe allungare una mano per incontrarsi,

e invece i suoi occhi non ti cercano nemmeno.

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Se destino non vuole,

destino non concede.

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In paese c’era festa quel weekend. Come da qualche anno accadeva, anche quel giugno  era stata organizzata la fiera dei commercianti: stand di negozi, aziende locali, piccoli artigiani avrebbero invaso le vie principali del piccolo comune, intervallati da spazi in cui band di giovani emergenti potevano esibirsi in libertà. Ci sarebbe stato un sacco di gente in giro, tempo permettendo ovvio. La stagione infatti non era delle migliori, temperature al di sotto della media, acquazzoni autunnali, nuvole e grigio quasi costante da settimane.

Sperava davvero che il tempo facesse un’eccezione almeno quel weekend; aveva troppa voglia di farsi un giro in mezzo alla gente, di vedere visi, di sprofondare nel caos di voci e di rumori e magari di…. Magari incrociare quegli occhi che non riusciva a scordare.

Si ricordava ancora la prima volta che li aveva incrociati ben più di dieci anni addietro quando all’epoca della scuola superiore aveva un orario ridotto che le permetteva di raggiungere l’autostazione per tornare a casa con la corsa della mezza. E fu proprio là mentre in piedi sul marciapiede, nell’attesa della corriera, lo vide. Stava seduto (la sua corriera era già arrivata) nella seconda fila alla sinistra del corridoio. Era solo e guardava avanti a sé. Praticamente di lui vedeva solo il profilo e per lei non c’era niente di più perfetto di quel naso piccolo e aggraziato, di quella fronte dritta e non troppo alta, sotto a capelli biondi tenuti ritti col gel. Non c’erano dubbi: aveva trovato il suo tipo ideale. Come imbambolata lo guardava (o forse fissava?) nella speranza che si voltasse e la vedesse, perché se l’avesse vista avrebbe saputo che esisteva ed era già qualcosa. Lo guardava, probabilmente con un’espressione da pesce lesso stampata sul volto acneico, dove il fondotinta che non sapeva applicare (Dio perdoni l’ignoranza di una vanità non ancora sbocciata), creava zone scure in netto contrasto con il collo bianco come il latte, enfatizzando l’espressione da imbranata. Almeno l’apparecchio per i denti non l’aveva più, non che senza avesse maggiori chance di essere notata e ricordata.

Lo fissava ancora ma niente, lui guardava dritto avanti a sé. Ogni tanto lei distoglieva lo sguardo per rivolgerlo alle amiche che attendevano con lei sul marciapiede, fingendo di seguire i loro discorsi ma appena poteva tornava a puntare gli occhi sulla figura maschile. Stava per perdere le speranze quando finalmente la bionda testa fece mezzo giro e i loro occhi si incontrarono. Dentro di lei esplose il concerto di fine anno della Fenice, capeggiata dal maestro Muti che freneticamente dava il via alla marcia di Radetzky, mentre fuochi d’artificio volavano alti nel cielo e irradiavano il creato di mille colori e luci. Il suo cuore batteva all’impazzata, come quando la nazionale ti fa penare ai rigori per poi vincere il mondiale. Sul suo volto di bambina si aprì un sorriso a ventotto denti, i suoi occhi si illuminarono come il sole di luglio. L’adolescenza è un’età in cui i sentimenti fanno fatica a lasciarsi gestire e moderare. Ora, a distanza di tre lustri, avrebbe saputo dimostrare indifferenza, avrebbe imposto alle labbra di rimanere serrate e i suoi occhi si sarebbero posati in quelli di lui come per pura coincidenza, per puro caso e non per un calcolo matematico basato sulle probabilità.

Lui invece questa capacità di distacco e noncuranza l’aveva già assorbita. Sul suo viso non si era mosso un muscolo, né un nervo, nulla che lasciasse trasparire un’emozione, un pensiero qualsiasi. Probabilmente si era voltato perché si sentiva osservato (e come dargli torto?) ma subito aveva ripreso la posizione originaria. Non si sarebbe più girato.

Per lei non era un problema o una manifestazione di rifiuto ma una conquista: ora lui sapeva che lei esisteva. Il fatto che non avesse ricambiato il sorriso o che si fosse pietrificato con lo sguardo altrove, erano solo dettagli trascurabili. Beata gioventù che vive di illusioni.

Nei tempi a venire l’avrebbe visto ancora un paio di volte all’autostazione ma non ci sarebbero state evoluzioni. Nel frattempo la ragazzina aveva raccolto dalle amiche alcune informazioni su di lui: il nome, la scuola, l’età, alcune delle quali con gli anni si sarebbero rivelate errate ma son cose che capitano con le informazioni di seconda o terza mano. Ma poco importava. Col tempo si sarebbe scordata di lui fino a quando dieci anni dopo l’avrebbe intravisto in città, seduto ad una panca con degli amici, sotto un tendone intento a cenare (Rendiamo grazie al Signore per aver inventato le sagre autunnali con la loro alta concentrazione di gente). Certo lo vide di sfuggita e i loro occhi non si incrociarono, lui forse nemmeno si accorse che era passata a due metri da lui ma tanto le bastava per fantasticare e ritornare indietro con la memoria a quel giorno. Che cosa aveva alla fine di speciale? Non lo conosceva eppure le aveva dato l’impressione che fosse un ragazzo per bene, uno tranquillo, rispettoso, gentile ed educato. E per questo non se l’era mai scordato.

Finalmente il week era arrivato. Gli anni erano passati ma il ricordo di lui era sempre più vivo, dovuto anche al fatto che ora lavorava nel suo paese anche se non lo vedeva mai quando lei si addentrava per le vie a far compere; forse un paio di volte l’aveva visto da lontano, una volta mentre guidava e l’altra mentre era a piedi. Inutile dire come il batticuore la assalisse e diventasse incerta nella camminata, a stento riusciva a mettere un piede davanti all’altro senza andare storta. Ma almeno l’espressione del viso riusciva a controllarla dopo una decade di esercizio e training autoimposto.

Sarebbe uscita la sera, intanto la mattina decise di accompagnare la madre nelle commissioni quotidiane per cui, a bordo della piccola auto bianca, partirono. Il sole scottava (era ora che si facesse vivo!) e il lato del passeggero era il posto migliore per godere del tepore primaverile concesso dopo tanta pioggia (guidava la madre).  Primo semaforo verde: proseguirono dritte. Secondo semaforo verde: voltarono a sinistra. E fu lì che lo vide a bordo dell’auto da lavoro, anch’egli seduto al posto del passeggero. Quando si accorse dell’auto (con tutte le scritte esterne era facile riconoscerla) la ragazza si voltò ma non potè dire con certezza che lui avesse fatto altrettanto. Le pareva che allo stesso modo lui si fosse voltato verso l’auto in corsa ma è difficile che due passeggeri si vedano alla svolta ad un incrocio. D’altronde lui poteva benissimo essersi voltato di novanta gradi per parlare col conducente a cui stava facendo lezione eppure, quella sensazione di sguardi che si incrociano, è così menzognera? O la si prova perché i nostri sensi la percepiscono davvero? O è frutto di un’alterazione della realtà? Ma si è pur in grado di capire se una persona ci rivolge il saluto o se ci ha escluso; se qualcuno ci fissa ci batte un martelletto in testa come se lo sguardo picchiasse sulla scatola cranica. E perché allora non dovrebbe essere vera anche quella sensazione?

La sera uscì nella speranza di fare la prova del nove. Girovagò ma di lui nessuna traccia.

Forse non era ancora giunto il momento di incontrarsi davvero. D’altronde se per anni non l’aveva più visto ma solo incrociato di sfuggita, ci sarà stato un motivo o no?

Ma se il motivo fosse stato che non erano destinati a incontrarsi?

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