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L’edera era di un verde acceso. Nuove ramificazioni si allungavano come braccia intorno all’edificio. Così invadente il rampicante aveva raggiunto le grondaie del sotto tetto e alcuni ramoscelli pendevano dall’alto come stalattiti estive. Il rosso della pietra, in alcuni punti scrostato dal tempo, era quasi scomparso sotto la furia della natura. Alcune finestre non si vedevano già più sotto il fogliame, altre iniziavano a smarrirsi sotto di esso.

La porta di legno bianco del retro era semi aperta. La tirò con fatica verso di sé, accompagnata dal rumore tipico delle porte che non si usano da anni. Il pavimento era coperto da un sottile strato di polvere, spazzato via ogni tanto dal vento che entrava dalle fessure. Sulla sinistra il vecchio lavatoio, di fronte all’entrata un armadio fatiscente. Dalle finestre dell’entrata sul lato sud entrava la luce del tardo pomeriggio. Ovunque ragnatele, qualche foglia entrata per sbaglio e un odore di lontano. Sulla destra dell’ingresso c’erano le scale con la vecchia e impolverata moquette. Si era sempre chiesta di che colore fosse stata in origine. Forse verde o un rosso acceso? Ora era di un giallognolo, un ocra sbiadito. La balaustra era tutta forata dalle tarme. Quanto l’aveva fatta sognare quel corrimano di legno e quanto l’avevano spaventata quei gradini stretti e poco stabili! Da piccola forse era stata più coraggiosa perché ogni tanto le era capitato di salire al piano superiore ma ora che era lì, da sola, di fronte a quella scalinata ripida si sentiva titubante. Le cose cambiano e anche le persone. Lei si era riscoperta più riflessiva e attenta a calcolare le conseguenze delle sue azioni. Guardò la cima delle scale illuminate dalla finestra ancora salva dall’infestazione dell’edera. Si fece coraggio e calibrando il peso, salì pian piano, un passo alla volta, ogni tanto fermandosi se sentiva qualche scricchiolio. Una volta superata la paura e raggiunta la vetta, guardò giù dalla finestra del pianerottolo. Sterpaglie, erbacce, arbusti misti a ferri vecchi, ecco cosa vedeva là sotto. Scosse la testa. Un senso di malinconia e di sconsolatezza la pervasero. Nessuno aveva mai avuto intenzione di tenere quella casa, di mantenerla integra, decorosa. No, a nessuno importava. La stavano lasciando cadere su se stessa, a sbriciolarsi giorno per giorno, a disgregarsi, senza provare il minimo dispiacere.

Andò verso il bagno. Si ricordava la specchiera sopra al lavabo di ceramica. Sulla sinistra c’era un comò di legno verde con quattro cassetti. Il lampadario pendeva e con uno strano gioco di luci, disegnava forme nuove sulle assi del pavimento. Ora, al centro della stanza, si apriva un buco attraverso cui si poteva vedere la cucina. Era lì, come un baratro da cui si poteva arrivare all’altra parte del mondo. Altre assi stavano marcendo e in un angolo si era creata una voragine più circoscritta. La vasca coi piedi di ferro era in mezzo tra le due falle. Era questione di tempo e sarebbe volata al piano di sotto. Stava appoggiata allo stipite della porta. Rivedeva le bollicine della schiuma arrivare pericolosamente all’altezza del bordo smaltato e una mano adulta e rugosa che chiudeva di corsa i pomelli dell’acqua.

Cominciava a sentire le lacrime pungerle gli angoli degli occhi. Avrebbe voluto gridare che il declino delle cose è il declino delle persone. I ricordi per lei erano tutto, per gli altri non erano nulla.

Si voltò e guardò il lungo corridoio che si snodava davanti ai suoi occhi. Su di esso si aprivano le stanze che un tempo fungevano da camera da letto. Si disse che non valeva la pena andare a vedere il pietoso stato in cui, sicuramente, erano ridotte. Stava per imboccare le scale quando tornò sui suoi passi e andrò dritta all’ultima stanza. La porta era socchiusa. La corrente non era allacciata e dunque l’unica fonte di luce era quella che faceva capolino dagli scuri avvicinati. Alle pareti lembi di carta a losanghe si chiudevano su se stessi come foglie accartocciate d’autunno. Il letto non c’era più e al suo posto sul tappeto restavano i segni della gambe di legno. Sulla destra della porta c’era un vecchio tavolo impolverato e un cassettone aperto. Fece un passo per vedere meglio. Le gambe del tavolo avevano gli stessi intagli a forma di foglia su cui le sue dita di bambina scivolavano affascinate. Nulla era più quello di un tempo. Nulla. I quadri avevano lasciato le loro impronte alle pareti. Sopra alla scrivania rivedeva un campo di grano con tanti papaveri rossi che spiccavano come palle ardenti tra le spighe dorate. Sopra al comò vi era quello con il vaso cinese bianco e celeste e tanti crisantemi. Le veniva raccontata ogni volta la storia di quei fiori orientali, di cui ogni petalo era stata ridotto in striscioline sottili perché ognuna corrispondeva ad un giorno di vita. O qualcosa del genere, ora non avrebbe saputo dirlo con certezza.

A tentoni tornò al piano terreno. Si affacciò sulla cucina e alzando il naso al soffitto vide il buco del bagno. La credenza sulla parete di fondo aveva il vetro rotto, i piatti e le scodelle erano stati portati via. Restava solo il grande tavolo al centro. Le sedie non c’erano. Tutto era così desolato, freddo nonostante l’aria calda. La polvere, le ragnatele che adornavano come festoni a lutto le pareti, i pochi mobili rimasti, la luce fioca che entrava dalle finestre rotte, il pavimento consumato di mattonelle sbeccate, tutto sventolava bandiera bianca come un veliero ormai ridotto alla deriva. La sconfitta era palese, la rinuncia era l’unica strada da percorrere.

Si guardò intorno, percorse i profili dei muri, abbracciò con lo sguardo l’ampio spazio dell’entrata, salì nuovamente con lo sguardo lungo il corrimano ed uscì dal numero 23 senza voltarsi indietro. I suoi ricordi, alcuni vividi altri offuscati dallo scorrere incessante degli anni, la seguirono, anch’essi senza voltare la testa, senza dare un ultimo sguardo all’edificio di un rosso ormai stinto.

Una lacrima lasciò la sua impronta sulla terra davanti alla soglia di casa. E fu tutto quello che lei riuscì a dire.

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