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Posts Tagged ‘fiato’

Sono tante le cose della vita

che dovrebbero toglierti il fiato:

un sorriso, una carezza, un bacio

ma non l’ansia.

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Inseguo i tramonti

per dare ad ogni giorno

un valido motivo

per togliermi il fiato.

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Caro Giovanni, caro Giò (forse è così che i tuoi amici più cari ti chiamavano?)

so che non ci conosciamo, non ci siamo mai rivolti la parola e forse ci siamo incrociati solo per sbaglio, ma sapevo chi eri, ti vedevo nelle foto nella rete, mi chiedevo che persona fossi, quanto ti piacessero le arti marziali, i tatuaggi e il tuo lavoro che ti portava a contatto con tanta gente. E a me, questo, in qualche modo basta.

Basta a far sì che, stamattina, una soleggiata giornata di un settembre, fin troppo clemente con le temperature, apprendendo la Notizia, mi si geli il sangue.

Che doccia fredda è stata. Mi si è spezzato il fiato. A bocca aperta e battito accelerato, ho iniziato a cercare notizie. Volevo avere conferme. Dettagli, spiegazioni, mettere un punto alla questione. Ma in internet non c’è praticamente nulla. Due righe striminzite. Solo i commenti di chi era tuo amico fanno capire che te ne sei andato per tua scelta. Te ne sei andato anche dai social. Ti sei voluto cancellare dalla faccia della terra in tutti i modi possibili. Però hai dimenticato linkedin e pinterest, dove una settimana fa, lasciavi tracce del vuoto che ti divorava dentro.

Che ti è saltato in testa? Perché? Perché? Resteranno solo domande. Domande portate via dal vento..

Chissà se ora saprai che mi avrebbe fatto piacere conoscerti. Chissà se ti stupisci che anche un’estranea possa rimanere così colpita da quanto è accaduto. Forse non sono normale, ma noi sensibili siamo così. Sentiamo di più e forse è giusto che a qualcuno tocchi sopportare il peso di questo sentire amplificato. Anche a te capitava di sentire “troppo”? E’ questo che ti ha sopraffatto? O c’era dell’altro? I tuoi progetti si sono infranti? Avevi problemi di soldi o hai subito una delusione? Quanta fragilità in una persona che praticava sport e si manteneva in forma. Eppure tutti quei muscoli non sono riusciti a proteggere il tuo cuore dal dolore e dalla paura del domani.

Chissà se ti sei sentito abbandonato, chissà se credevi in un Dio, chissà se nel momento in cui hai deciso di farla finita col mondo, gli hai urlato il tuo dolore. E chissà perché, se un Dio esiste, non ha mandato nessuno in tuo soccorso. Ne saresti mai uscito? Con dell’aiuto, le cose sarebbero potute cambiare, avrebbero potuto prendere una piega diversa? C’era qualcuno con cui ti sfogavi? Un amico che ti ascoltava e che ti dava sostegno? O eri circondato dai “non so cosa dirti” “vedrai che passa”, così banali e sbrigativi che hai pensato che non valesse la pena salvarti?

Ormai è tardi, lo so. Sono supposizioni inutili ma le lascio qui sulla carta. Le faccio uscire da me perché pesano. Mi fanno pensare a come oggi viviamo. Mi fanno quasi male.

Ciao Giovanni, magari in un tempo diverso avremo modo di fare due chiacchiere.

RIP

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Aspettami.

Sotto l’arco di luce dell’ultimo lampione.

Tendimi la mano quando mi vedi arrivare.

Sorridimi con gli occhi e rapiscimi con la bocca.

Stringimi fino a togliermi il fiato.

Aspettami come si aspetta una promessa.

Aspettami, sto arrivando da te.

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Ci sono musiche

che non puoi ascoltare con le orecchie;

ci sono persone

che sono colonne sonore;

ci sono occhi

che innescano il battito del cuore;

ci sono lacrime

che scendono al suono di un pianoforte malinconico

quando un destino beffardo

ti fa scivolare accanto chi ti toglie il fiato,

il tempo di un secondo,

in cui basterebbe allungare una mano per incontrarsi,

e invece i suoi occhi non ti cercano nemmeno.

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Guardare davanti a sè e rendersi conto che dietro c’è molto del proprio passato che si vorrebbe fermare, intrappolare, rendere immortale. Lo si fa con le parole, con le immagini perché le sensazioni non si possono proiettare nè suonare.

Si può però bloccare un istante e farlo proprio per sempre: un cielo da mozzare il fiato, un sussulto del cuore quando si spezza, i brevi attimi di felicità in cui nulla ti può scalfire e, infine, la malinconia dei ricordi che si posa su ciò che era ed è stato e mai più sarà.

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I fiori sul davanzale  erano ormai appassiti; le loro teste, chine oltre il bordo del vaso, avevano perso i petali e, con essi, ogni forma di dignità.

Nessuno badava a loro, nessuno si era curato di cambiar l’acqua o, alla fine della loro breve vita, di ridarli a madre natura.

La polvere si era adagiata sul mobilio come una sovrana, le tende, ormai lì da anni, davano un tenue riparo dai raggi del sole. Solo uno spiraglio entrava e tagliava col suo fascio di luce la stanza di due metà, come un cuore spezzato che smette di battere; strappata sul pavimento stava l’ultima sua lettera, quella dell’addio.

Anche l’orologio, sopra la mensola, aveva immortalato quel tragico momento, fermandosi, quasi gli fosse mancato il fiato per continuare a scandire le ore.

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