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L’attimo

Leggi due righe di un vecchio messaggio. Riapri il libro, che stavi leggendo per la seconda volta, cerchi tra le parole quella dove la tua mente è rimasta, dove hai messo un figurato segno lampeggiante perché ti salti subito all’occhio. Trovi il punto, si parla di foglie rosse che cadono e tu pensi all’ispirazione, all’atmosfera autunnale, così magica, calda e protettiva.

E’ un attimo. Non ti serve molto per pensare a tutte queste cose. E’ un istante che non puoi fermare, non puoi riavvolgere, non puoi toccare. Nel torpore del sole che penetra attraverso il parabrezza, alzi gli occhi all’udire un’esclamazione di stupore, banale, sentita tante volte ma con l’intonazione diversa, atterrita, esplosiva, che ti spaventa, ti distoglie dai tuoi pensieri e ti catapulta davanti ad una realtà cruda, fredda come l’aria che scuote i pioppeti ai lati della strada. Ti si smorza il fiato in gola. Le gambe tremano e per fortuna non puoi cadere oltre il sedile su cui sei già seduto. Il tuo viso, per quanto sia già pallido, diventa quasi trasparente. Perde così tanto colore che attraverso la pelle diafana si possono vedere i pensieri che si rincorrono fino a restare sospesi e incompiuti. Il tempo continua col suo ticchettio ma, tutto attorno, l’esistenza si immobilizza. Unico e stridente contrasto sono le foglie dei pioppi e degli alberi sul ciglio della strada che mormorano sospinte dal vento.

Davanti ai tuoi occhi una macchina ha sbandato tagliando la strada, finendo dalla parte opposta rispetto a quella da cui proveniva. E lì un tiglio dal grosso tronco ne ferma la folle corsa. Attimi sospesi in cui il cuore si arresta, il sangue smette di fluire e una mano si porta davanti alla bocca. Le labbra tremano incontrollate, per la paura, lo stupore, l’immediatezza di quanto accaduto. Nemmeno le preghiere riescono ad uscire tanto la voce è spezzata. Gli occhi sono increduli, le sopracciglia contratte in un’espressione di terrore.

E quando ancora non sai cosa ne sarà di quella persona che stava al volante in una giornata ventosa di maggio, quando tutto quello che riesci a vedere è il muso di una Uno bianca accartocciato attorno ad un tronco, quando ancora non connetti e non sai dove sei, pensi. Anzi, forse non riesci nemmeno a pensare. L’ansia, la tensione, quelle corde nascoste dentro la tua anima che stai cercando di dominare da mesi, quel suono di pianoforte scordato che dentro di te non imbrocca una nota giusta da tempo, forse troppo per ricordarti che la vita va semplicemente vissuta, cogliendo l’attimo presente e senza curarsi troppo del domani, tutto quel groviglio di fili dentro di te sente il bisogno di sciogliersi, di essere avvolto in un gomitolo per trovare ordine e compostezza.

Alla gola si forma però un nodo. Perché non sai che diritto hai, quale sentimento hai il diritto di esprimere. Puoi forse dar sfogo alle tue sofferenze solo perché davanti ai tuoi occhi, forse, una vita, di cui non conoscevi nulla se non il modello dell’auto, rischia di spezzarsi? Ma una goccia che fa traboccare il vaso, non è forse una goccia qualsiasi, una goccia uguale per consistenza e importanza a tutte le altre che nel recipiente si sono ammassate fino a non trovare più posto?

E non puoi. Tu che vedi chiaro e forte il tuo disagio, preciso come se fosse scritto a penna nera su un foglio bianco, capisci che non stai bene. Che certe cose non le hai ancora affrontate e non hai le forze per cominciare altre battaglie. Vorresti un aiuto ma non sai a chi dirigere la tua supplichevole chiamata. Perché tutti sanno solo dire che passerà, che non serve un medico, che costa soldi. Perché dire che hai paura è difficile da pronunciare, come se fosse una parola brutta, maleducata. Perché ti accorgi che tutto può accadere quando meno te l’aspetti. Che un giorno esci di casa per fare un giro e non sai se tornerai. Perché potrebbe accadere qualcosa anche ai tuoi parenti o amici e potresti finire per pentirti o rammaricarti per il poco tempo passato con loro. Perché non capisci più se la tua è solo paura o premonizione. Se quel pensiero assillante che ultimamente ti martella la testa sia solo un fattore consequenziale del dolore che hai provato e che, da essere umano, ti auguri di non riprovare. Perché ti rendi conto che le coincidenze esistono, che non c’è un limite numerico agli addii, che la vita non fa sconti.

E finisci così. Su una sedia, a raccogliere i pensieri che, fortunatamente, hanno ripreso a vorticare nella tua testa, e speri che le tue paure passino, si nascondano come polvere sotto il tappeto della tua camera.

Le allontani. Le soffochi. Sperando che non siano loro a sopraffare te.

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