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Posts Tagged ‘paura’

Sogna ad occhi aperti

e non avrai paura della realtà.

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Non ti ameranno mai per quello che sei

se non permetterai loro di conoscerti davvero.

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Cos’è questa fibrillazione del cuore?

E’ paura

incontrollabile

di sprecare tempo.

Di sfogliare i giorni senza

poter affermare di aver vissuto.

Di impersonare un mero passante

fermo

ad osservare la vetrina della vita

altrui,

come uno spettatore a teatro.

E nell’attesa, ti chiedi se sarai mai parte di qualcosa o qualcuno.

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La paura cresce con l’età

paralizzando la spontaneità del cuore

che caratterizza i bambini.

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Le possibilità, che la vita ti dà, si contano sulle dita di una mano. Sono semi trasportati da un vento improvviso. Devi afferrarle stando in punta dei piedi, perché la vita non te le posa su un davanzale. Devi poi piantarle in un vaso, con la terra adatta, e decidere di innaffiarle quando e quanto basta per farle fiorire. Le devi accarezzare e devi parlare loro, cercando le parole giuste per farle crescere forti e sane.

Ma non sempre trovi i discorsi adatti, mentre le confidenze non trovano spazio subito, spesso si creano malintesi e false illusioni. Poi passi alle bugie, perché vuoi dimostrare che sei forte, non vuoi che nel loro intimo facciano uno spazio per te, anche se in realtà vorresti addirittura una stanza, non un misero angolino.

Non vuoi far capire che hai a cuore la loro crescita, che vorresti fosse pure veloce, al contrario cerchi di dimostrare che lasci tutto al caso, che se crescono ti farà piacere ma che, se non dovesse accadere, tu non ci hai investito nulla di importante. Nulla di importante come il tuo cuore che ti manda scariche elettriche per ricordarti che ci è dentro fino al collo.

Così, un bel giorno, sotto una coltre di paura e arrendevolezza, smetti di curarle, di dar loro luce, di sussurrare loro [e, dunque, di attendere che ti rispondano] perché temi di non riuscire a reprimere quello che batte dentro di te. Racconti l’ultima bugia, circa un domani in cui, forse, magari, vi rivedrete ma che dentro il tuo debole essere senti che non è scritto.

E cominciano i silenzi. Dapprima durano ore e poi mutano in giorni, in cui vorresti che sentissero la tua mancanza e venissero da te, a cercare nei tuoi occhi la luce per allungarsi e sbocciare. Ma tutto ciò che trovi ad ogni risveglio, ad ogni angolo di tempo che passa, è solo la tua delusione e la tua amarezza, che si posano sotto la lingua lasciandoti un sapore di fango ogni volta che deglutisci. Perché la terra è il punto in cui guardi ogni volta che fai un passo, sapendo che da lì nulla spunterà né fiorirà.

Per te ci saranno solo spine e dita che, su quelle spine, si pungeranno tingendosi di rosso, dita che non potranno fare a meno di farsi graffiare, di distruggere anche la più infima illusione pur di accertarsi che quella rosa non è mai stata per loro.

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Le persone forti lasciano andare le persone

che non sono giuste per loro;

le persone deboli stanno con qualcuno

per paura della solitudine.

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Sì, provo un interesse nei tuoi confronti. Perché credi che una ragazza cerchi un ragazzo? Per farsi fare le treccine ai capelli? Non credo proprio. E perché non te lo posso dire apertamente, sinceramente, liberamente? Perché non sta bene, non si fa, non si dice?

Sono stufa di imbavagliare il cuore. Si passa la vita a interpretare le frasi altrui, a mediare le proprie, a cercare di farle uscire modificate, codificate; si scelgono accuratamente i termini da pronunciare, messaggiare, inviare; si trascorre la maggior parte del tempo a nascondere i sentimenti dietro sostantivi ambigui, capaci di celare quello che proviamo veramente, aggettivi, verbi, avverbi, sinonimi usati come la rete da circo dell’acrobata, per arrestare eventuali cadute: si butta lì una parola polivalente, sperando che l’altro capisca tutto il discorso che c’è dietro ma, nel caso in cui non lo apprezzasse o storcesse il naso, con la possibilità di battere in ritirata e mentire, con noncuranza, sostenendo che c’è stata incomprensione, perché in realtà intendevano tutt’altro.

Ci dimostriamo superiori, aperti, amici di tutti, ci convinciamo, per convincere gli altri, che prendiamo la vita con filosofia, easy, senza paranoie, così come viene, e che non ci importi nulla di ciò che potrebbe pensare chi ci sta di fronte, quando in realtà costruiamo trincee per paura di essere feriti; viviamo cercando di affondare il prossimo come se fossimo sul punto di affogare, quando invece basterebbe stringerci un po’ per fare posto sulla zattera della vita.

E così ci massacriamo, passiamo più tempo a cercare di distruggere gli altri, tutti potenziali cecchini della nostra felicità, invece di renderci conto che se tutti i cannoni sparassero fiori saremmo tutti più contenti, ciascuno di noi riuscirebbe a raggiungere un pezzetto di cielo, potrebbero esistere giorni in cui gli unici a piangere sarebbero i lattanti che pretendono la poppata.

Guardati attorno: tutti fingono. Fingono di crederti un grande, di condividere ciò che pensi, come lo pensi e il perché lo pensi, ma nessuno avrà il coraggio di dirti quando stai per fare un errore, o per avvertirti che stai per cadere: ti lascerà inciampare oppure cercherà di arrestare la tua corsa verso il traguardo che ti sei prescelto, i tuoi desideri, le cose che fai ascoltando l’istinto, la spontaneità, le tue sensazioni, se non è cool, trend, o sensato o solo perché mosso dall’invidia cieca.

La gente muore tutti i giorni, può essere il padre di un conoscente, la madre di un amico, un tuo parente, un completo estraneo, uno di cui conosci solo il nome, una ragazza di cui conoscevi solo il volto. Se tutto moriamo, giovani vecchi e uomini dell’età di mezzo, perché dobbiamo reprimere ciò che sentiamo, farci la guerra in casa e guardarci con indifferenza?

Se esistesse un conto alla rovescia mondiale al cui termine tutti, contemporaneamente, fraternamente, per sempre, calassimo la maschera che ci siamo cuciti addosso, la vita sarebbe vita e varrebbe davvero la pena di essere vissuta.

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