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Posts Tagged ‘pioggia’

Picchietta

e poi in rivoli

sui vetri appannati

scende.

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Eri il riflesso del sole che si specchia nelle gocce di pioggia dopo il temporale,

eri il profumo di erba bagnata al cessar della tempesta,

lo squarcio di azzurro tra le ultime nuvole grigie.

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Sulla mia schiena tamburellavano le tue dita come pioggia alla finestra,

scivolavano sul pallore della mie pelle come si sfiorano i tasti di un pianoforte.

E la musica, ah la musica che ne usciva

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Pioggia forte sui vetri

tic tac tic tac.

Un orologio fermo

a scandire le ore.

I ricordi ad attraversarle.

Le lacrime a segnarle.

]old

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Prenderai la mia mano tesa, di sangue intinta,
e la stringerai al tuo volto smarrito?
La perdonerai per ciò che ha fatto
e comprenderai il bisogno di silenzio perpetuo
che l’ha costretta ad agire?

Se ti giurassi che ho cercato un angelo lungo la strada,
il buon samaritano che cede le sue vesti strappate a chi è nudo,
che ho così incrociato gli sguardi dei passanti
per chiedere aiuto con occhi così appannati da ricordare la pioggia che batte fredda su finestre avvolte da tepore sopito,
ma essi,atterriti alla visione del mio volto trasfigurato,
sono fuggiti con le vesti tra le gambe
come quando la morte bussa alla porta
e non hai ancora finito di preparare la valigia e di salutare tutti,
mi accoglieresti tra le tue braccia?

La pietà non era della Terra la più diffusa delle qualità
e altro non mi è rimasto se non lasciarmi tutto quel peso alle spalle.
Farlo cadere è stato semplice, talmente liberatorio che avrei dovuto trovare il coraggio tempo addietro.
Soprattutto perché vederti accorrere alla mia volta
mi riempie il cuore di quella gioia che ti sei portata via intraprendendo il tuo viaggio.

Troverai, tu così devota, una breccia nella Grazia eterna per farmi aprire i dorati cancelli ?
So che farai del tuo meglio e molto di più.
Intanto stringi la mano insanguinata e prometti che non la lascerai più.

 

]old

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Batteva sull’asfalto, si infrangeva in mille goccioline argentee che tutto riflettevano, come specchi appesi alle pareti di case antiche, quelli con le cornici rovinate dal tempo e dall’incuria.

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Dal cielo cadevano

cristalli di luce

leggera.

Collimando col suolo bruno

si infrangevano in specchi.

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Haiku #3

Nuvole basse

di pioggia cariche da

cui tu guardi giù.

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La macchina correva per le strade buie della città, sotto una pioggia battente che rendeva lucido l’asfalto e lavava via il ricordo del traffico.

Dal suo sedile posteriore guardava il cielo nero dove, tra un intrico di rami, pali della luce ed edifici, sperava di vedere almeno una stella, la sua buona stella. L’unica luce pulsante, a tratti visibile tra le nuvole grigie, era Venere, ma troppo bassa sull’orizzonte non poteva esser scorta nella giungla di cemento.

Luce rossa. La macchina rallentò fino a fermarsi all’incrocio.

Nel momento in cui girò il viso verso la corsia vicina, vide una berlina nera, un volto al posto del guidatore che riconobbe subito.

D’impulso aprì lo sportello dell’auto e si mise tra le due vetture a fissare quegli occhi sbalorditi, che non avevano potuto ignorare la sua presenza.

Le gocce di pioggia continuavano la loro ritmica caduta colpendole la testa, le spalle, inzuppando ogni capello, gli abiti e le scarpe di tela. Il viso perse lineamenti e contorni, tra mascara che, colando, solcava le guance in strisce scure, simili a sbarre di prigione, e la bocca semi aperta, il tutto a mo di maschera piangente. Ma piangeva lacrime o era il cielo a piangere per lei?

Continuarono a fissarsi per un tempo che sembrò infinito e i loro silenzi fossero stati colmi di parole che non possono esser proferite, che non hanno voce per trovar la strada degli orecchi.

Ma cosa si dissero?

Lui non scese. Restò al volante della sua berlina scura a guardare un tizio alto che la riportava in auto, richiudendo la portiera una volta che ella vi fu salita.

Scattò il verde.

Le auto ripartirono. La berlina ripartì. Le loro strade si divisero. Di nuovo.

– Ho freddo. – fu l’unica cosa che lei riuscì a dire dal suo sedile, inzuppata come non mai, la testa bassa incastonata tra le spalle ricurve. Fu allora che pianse perché, solo allora, le sue guance furono solcate da calde gocce salate e i suoi occhi si abbellirono di infinite luci.

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Stava in piedi, ritta sulle gambe molli per l’angoscia, lo sguardo puntato sulle scarpe impolverate, mentre le braccia ciondolavano inerti lungo il tronco. I capelli erano sciolti e umidi contro le tempie; essi cadevano coprendole parzialmente il volto reclinato in avanti; forse la proteggevano da sguardi indiscreti.

Il cielo era grigio, cosparso da nuvole dai bordi frastagliati. L’aria era umida, pregna del disagio che inzuppa i vestiti fino a farti sentire scomodo e nudo sotto gli sguardi indagatori degli estranei di cui, a rigor di logica, non dovrebbe importarti nulla o quasi. Respirare era impossibile, i polmoni non si riempivamo appieno di ossigeno, tanto l’aria era mescolata ai tormenti dell’umanità.

Un tuono squarciò il velo di silenzio. Poi l’eco gli fece seguito, attenuandosi fino a spegnersi. Prima una goccia scalfì il suolo, sollevando la polvere circostante. Poi un’altra goccia più grossa le fece compagnia.Avvertì un altro tuono, preceduto da un bagliore nel cielo di cui, da dietro i capelli scuri appiccicati alla fronte, vide solo il chiarore provocato  attorno a lei, come se avessero acceso un faro per illuminarla e poi, l’avessero subito spento.
Fu allora che le gambe cedettero; si piegarono su se stesse e lei perse l’equilibrio. Finì per sbattere le ginocchia sulla terra, cozzando contro qualche sasso. Dalle ferite uscì un rivolo di sangue che presto si mescolò al terriccio, diventando fango rossastro. Un altro tuono, stavolta più vicino, la assordò. In fretta si tappò le orecchie per proteggerle dai brontolii che sarebbero arrivati di lì a poco.

Fu come un incubo, in cui gridi ma finalmente ti svegli. Ma non accadde, non si svegliò. Però urlò, questo sì, e mentre la sua voce si mescolava, come una preghiera disperata, alla voce possente e minacciosa della natura, il cielo iniziò a piangere per lei.

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