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Posts Tagged ‘ricci’

Un colore a cera cadde dal tavolo, ruzzolando prima sulla sedia, poi una capriola e via in volo verso il tappeto. Il marrone era sempre dispettoso. Cadeva spesso e volentieri, come se volesse trovare un modo per non lavorare. Ma il bimbo non si scoraggiava e, con le sue manine tozze, puntava dritto al bastoncino e lo rimetteva in riga assieme agli altri compari.
Sul foglio la sua creazione prendeva forma: una macchia verde da un lato, un serpentello granuloso che la attraversava, un palloncino sul fondo del foglio infilzato da un palo marrone, uno spaventapasseri legato ad un aquilone sghembo. Una fantasia senza pari serviva per vederci il parchetto del quartiere, con i suoi cespugli di bacche rosse, il sentiero di sassi e l’albero posto all’entrata, dove stava spesso il venditore di aquiloni.
La testa ricciuta saltellava su e giù, indaffarata alla ricerca della prospettiva ideale per mettere su carta un ricordo storpiato dagli occhi di bambino. Seduto al suo posto, con le manine tutte sporche, come un vero artista disegnava di getto, senza antemporre l’uso della matita a tutto quel fare cerchi, onde e ghirigori.

Così se lo ricordava.
Ogni volta che pensava a lui, lo vedeva seduto a quel tavolo del salotto, immerso nella luce calda della lampada di ceramica. Con la tutina blu, i piedini scalzi, le gambotte tornite ripiegate sotto al sedere. I ricci castani gli incorniciavano il viso paffuto, segnato da una leggera piega sulla fronte, segno di concentrazione. Poi la testa si  alzava quando sentiva la chiave nella toppa. Fissava la porta dell’entrata e, non appena si schiudeva, il suo viso si illuminava di un sorriso sdentato.
Ma quelli erano ormai ricordi sbiaditi, pagine ingiallite di un album di fotografie vecchio e polveroso. Erano echi di giornate passate a immaginarselo crescere, fare i capricci, innamorarsi, soffrire, diventare uomo.
Poi tutto si era dissolto in un lago di ipocrisia, incomprensioni, testardaggine che non molla e non cede terreno.
Una notte di pioggia di un inverno rigido e vendicativo. L’asfalto bagnato. Un destino segnato in partenza. Una moto che rombava disturbando il ticchettio di gocce che scendevano dal cielo; lacrime per un futuro che non ci sarebbe mai stato.
Una vita che si spezza.
Un volo oltre i confini della realtà.
Un telo su un volto ormai spento.

Tutto quello che sarebbe potuto essere era diventato nulla.
Tutto ciò che non sarebbe mai stato vissuto era diventato freddo.
Restavano solo il rimorso di una madre e una testa ricciuta che non avrebbe più sorriso.

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