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Posts Tagged ‘riflessioni d’estate’

E’ giunta l’ora del secondo caffè, di quell’aroma scuro e profondo come la notte che ti avvolge nel suo abbraccio umido e soffocante. La giornata non presagisce nulla di fresco anzi, l’aria è rovente già dalle nove del mattino portando la triste scelta di chiudere finestre e abbassare persiane, tirare tende e lasciare fuori quella luce che tutto l’inverno rimpiangerò fino alla depressione, salvandomi solo pensando che la neve è un buon compromesso per il mio animo fotografico (sempre che si limiti ad una spolveratina nel week end quando l’uso dell’auto non è indispensabile e il ghiaccio non fa paura), e per arrivare a Natale c’è sempre un prezzo da pagare.

Distesa supina, su un letto che rimarrà sfatto a tempo indeterminato, immagino come riempire la giornata, confermando a me stessa che non è il caso di preoccuparsi per la piega dei capelli miseramente svanita la sera prima, che tanto, mossi stile zingara, con questo caldo, è meglio che averli lisci e grondare di sudore per l’uso del phon. Terminate le considerazioni di carattere pratico, non posso fare a meno di tornare alla mente dove non dovrei, chiedendomi come si faccia a togliere un pensiero dalla testa, come sia possibile sradicare le radici di una fantasia. Poi mi rendo conto che dal dì della semina è passato ormai un mese e poco più e forse il mio cuore, a sentirmelo dire, si alleggerisce un po’, si consola e cerca di battere in modo più regolare, senza attacchi di ansia che lo stritolano facendomi mancare il fiato. E il mood diventa quello della sconfitta, del “tanto è sempre così”, del “non mi merito niente”, del “cosa mi potevo aspettare di diverso”. Cala una tristezza sui miei occhi che non sorridono mai e gli angoli della mia bocca si piegano verso il basso come una rosa troppo pesante su di uno stelo sottile e fragile, come se reclinasse la testa in segno di resa.

Mi arrendo anch’io, ad un futuro che non è come me l’aspettavo, che non rispecchia i sogni e le aspettative, che non riconosco come mio. E’ come se il mio orologio fosse ripartito dopo essere stato rotto per anni, come se fossi stata ibernata per un decennio e più e ora, scongelata forse ma non del tutto, mi ritrovo in una realtà che non mi appartiene, che non corrisponde ai miei dati anagrafici. La sensazione di aver perso qualcosa si insinua sotto la pelle, l’opposta sensazione che forse ho l’occasione di recuperare parte di quel che mi era stato negato che girovaga nelle vene ma mi mette anche paura perché non capisco più se, recuperare, sia esso stesso perdere tempo per fare quello che dovrei fare ora.

 

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