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Posts Tagged ‘romanzo’

In questo mondo,

la punizione è meno equa

di quanto ci potremmo augurare.

cit. “Mansfield Park” – Jane Austen

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Mattina.

Dalle tapparelle semiaperte filtrava una luce bianca che andava a stamparsi sulla parete, di fronte alla finestra, dove torreggiava un armadio di legno scuro incassato nella parete. La stanza era in penombra e a farla sembrare ancora più buia c’erano gli altri mobili, un cassettone, una libreria e un letto matrimoniale con comodini ai lati tutti dello stesso legno noce dell’armadio.

Per la precisione erano le nove della mattina. Tardi? Per niente, anzi troppo presto semmai. Nessun impegno per cui fosse obbligato ad alzarsi, non fosse che come sveglia si era messa a tamburellare nella sua testa un’emicrania spaventosa di cui non sapeva spiegarsi il motivo. Cercò di ricordare la serata, la tizia dal caschetto biondo, la corsa in autostrada, il buio della notte, l’esito non consueto per la sua fama da tombeur. Rifletté sulle possibili cause del mal di testa. Il vino forse? Non aveva bevuto granché perché doveva guidare ma la testa gli doleva comunque tanto. Pensò che fosse stata colpa della musica nonostante nel locale ci fosse rimasto sì e no un’ora e il volume non fosse stile discoteca. Pensò che fossero i primi acciacchi dell’età, ma per un giovane a mezza strada tra i venti e i trenta non poteva certo dirsi vecchio o attempato. Con fatica si sollevò dal letto e con addosso solo i pantaloni blu a righe del pigiama, andò alla volta del bagno per recuperare un’aspirina. Una volta in piedi barcollò, sorpreso da un capogiro improvviso che lo costrinse a sedersi nuovamente.

«Piano, è solo dovuto alla velocità con cui mi sono alzato. Ora piano piano mi tiro su, appoggio una mano sul davanzale della finestra e vado in bagno.» A fatica, con movimenti lenti e circospetti, si mise ritto sulle gambe, le braccia tese a cercare appigli lungo la strada. Passo dopo passo, alla velocità di un bradipo, raggiunse l’armadietto dei medicinali. Il solo alzare lo sguardo verso il pensile più alto gli provocò una fitta alla testa che gli fece contrarre di riflesso il volto in un’espressione sofferente. Inghiottire la compressa non fu meno difficile, abbassarsi al livello del lavandino richiese più tempo del previsto e molte cautele. Appoggiato al marmo nero che ricopriva il piano del mobile si guardò allo specchio e scrutò il volto assonnato e malaticcio. Due profonde occhiaie attirarono la sua attenzione:

«Ah Filippo Filippo, che ne sarà di te?»

Scosse la testa in un moto sconsolato, infliggendosi l’ennesima fitta al cranio. Dolente, con la stessa calma con cui aveva affrontato l’andata, fece il percorso a ritroso e si nascose sotto una montagna di coperte.

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