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Posts Tagged ‘rosa’

Levò lo sguardo.

Il pino marittimo troneggiava sulla cupola del piccolo colle, la folta chioma incoronata da filamenti di nubi rosacee tendenti all’arancio, che tagliavano il cielo dell’aurora.

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Ho una cassapanca.
E una rosa.
Dentro la cassapanca.
Una rosa che mi hai donato.
Per caso.
Una rosa che non hai pagato.
Che forse un vero regalo non è.
Una rosa che non è un impegno.
E nemmeno un segno.
E’ dunque solo una rosa?
Ma una rosa non è mai solo una rosa.
Eppure io ho solo una rosa.
E una cassapanca.
E dentro la cassapanca
[solo] una rosa.

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Le possibilità, che la vita ti dà, si contano sulle dita di una mano. Sono semi trasportati da un vento improvviso. Devi afferrarle stando in punta dei piedi, perché la vita non te le posa su un davanzale. Devi poi piantarle in un vaso, con la terra adatta, e decidere di innaffiarle quando e quanto basta per farle fiorire. Le devi accarezzare e devi parlare loro, cercando le parole giuste per farle crescere forti e sane.

Ma non sempre trovi i discorsi adatti, mentre le confidenze non trovano spazio subito, spesso si creano malintesi e false illusioni. Poi passi alle bugie, perché vuoi dimostrare che sei forte, non vuoi che nel loro intimo facciano uno spazio per te, anche se in realtà vorresti addirittura una stanza, non un misero angolino.

Non vuoi far capire che hai a cuore la loro crescita, che vorresti fosse pure veloce, al contrario cerchi di dimostrare che lasci tutto al caso, che se crescono ti farà piacere ma che, se non dovesse accadere, tu non ci hai investito nulla di importante. Nulla di importante come il tuo cuore che ti manda scariche elettriche per ricordarti che ci è dentro fino al collo.

Così, un bel giorno, sotto una coltre di paura e arrendevolezza, smetti di curarle, di dar loro luce, di sussurrare loro [e, dunque, di attendere che ti rispondano] perché temi di non riuscire a reprimere quello che batte dentro di te. Racconti l’ultima bugia, circa un domani in cui, forse, magari, vi rivedrete ma che dentro il tuo debole essere senti che non è scritto.

E cominciano i silenzi. Dapprima durano ore e poi mutano in giorni, in cui vorresti che sentissero la tua mancanza e venissero da te, a cercare nei tuoi occhi la luce per allungarsi e sbocciare. Ma tutto ciò che trovi ad ogni risveglio, ad ogni angolo di tempo che passa, è solo la tua delusione e la tua amarezza, che si posano sotto la lingua lasciandoti un sapore di fango ogni volta che deglutisci. Perché la terra è il punto in cui guardi ogni volta che fai un passo, sapendo che da lì nulla spunterà né fiorirà.

Per te ci saranno solo spine e dita che, su quelle spine, si pungeranno tingendosi di rosso, dita che non potranno fare a meno di farsi graffiare, di distruggere anche la più infima illusione pur di accertarsi che quella rosa non è mai stata per loro.

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E’ giunta l’ora del secondo caffè, di quell’aroma scuro e profondo come la notte che ti avvolge nel suo abbraccio umido e soffocante. La giornata non presagisce nulla di fresco anzi, l’aria è rovente già dalle nove del mattino portando la triste scelta di chiudere finestre e abbassare persiane, tirare tende e lasciare fuori quella luce che tutto l’inverno rimpiangerò fino alla depressione, salvandomi solo pensando che la neve è un buon compromesso per il mio animo fotografico (sempre che si limiti ad una spolveratina nel week end quando l’uso dell’auto non è indispensabile e il ghiaccio non fa paura), e per arrivare a Natale c’è sempre un prezzo da pagare.

Distesa supina, su un letto che rimarrà sfatto a tempo indeterminato, immagino come riempire la giornata, confermando a me stessa che non è il caso di preoccuparsi per la piega dei capelli miseramente svanita la sera prima, che tanto, mossi stile zingara, con questo caldo, è meglio che averli lisci e grondare di sudore per l’uso del phon. Terminate le considerazioni di carattere pratico, non posso fare a meno di tornare alla mente dove non dovrei, chiedendomi come si faccia a togliere un pensiero dalla testa, come sia possibile sradicare le radici di una fantasia. Poi mi rendo conto che dal dì della semina è passato ormai un mese e poco più e forse il mio cuore, a sentirmelo dire, si alleggerisce un po’, si consola e cerca di battere in modo più regolare, senza attacchi di ansia che lo stritolano facendomi mancare il fiato. E il mood diventa quello della sconfitta, del “tanto è sempre così”, del “non mi merito niente”, del “cosa mi potevo aspettare di diverso”. Cala una tristezza sui miei occhi che non sorridono mai e gli angoli della mia bocca si piegano verso il basso come una rosa troppo pesante su di uno stelo sottile e fragile, come se reclinasse la testa in segno di resa.

Mi arrendo anch’io, ad un futuro che non è come me l’aspettavo, che non rispecchia i sogni e le aspettative, che non riconosco come mio. E’ come se il mio orologio fosse ripartito dopo essere stato rotto per anni, come se fossi stata ibernata per un decennio e più e ora, scongelata forse ma non del tutto, mi ritrovo in una realtà che non mi appartiene, che non corrisponde ai miei dati anagrafici. La sensazione di aver perso qualcosa si insinua sotto la pelle, l’opposta sensazione che forse ho l’occasione di recuperare parte di quel che mi era stato negato che girovaga nelle vene ma mi mette anche paura perché non capisco più se, recuperare, sia esso stesso perdere tempo per fare quello che dovrei fare ora.

 

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