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Cosa ci trattiene ancora in questa scatola di vetro?

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Manca poco. Basta socchiudere gli occhi, ascoltare il palpito del cuore sommesso ma agitato, e lasciarla andare, lasciarla scendere dall’angolo dell’occhio, lasciarla cadere, pesante nella sua inconsistenza, lungo la guancia, fino a solcare le labbra aride per la tua assenza.

Non sarebbe un torrente impetuoso, un fiume che si ingrossa fino a straripare, nulla di tutto ciò perché siamo due estranei, lontani come due astri nell’universo immenso, che si sono incontrati senza trovare parole per conoscersi, che si sono persi senza lasciare segni come briciole di pane sul sentiero per ritrovarsi.

Basterebbe lasciarsi andare e svuotare quest’ansia che si nutre di ciò che mangio, lasciandomi affamata di sonno, che perdo su un cuscino duro come pietra, fredda come una notte di gennaio in cui pure la neve batte troppo i denti per saltare dal cielo grigio e ricoprire quest’inferno.

Se solo quella vocina chiudesse il becco, si facesse gli affari suoi e andasse al diavolo, potrei godermi il sole pigramente su una sedia, in compagnia di un fedele libro ancora tutto da scoprire. Invece no, mi logora come un tarlo col legno più tenace, provocando fori sempre più vicini, che confluiscono in una voragine, un vortice che assorbe il buon senso e ti fa girare la testa. Finirò per bere sale. Se solo servisse a risalire leggera, ad abbandonare la zavorra che sul petto pesa, verserei secchi d’acqua sui miei vestiti leggeri.

Ma tutto tace, nell’aria solo un ronzio rompe il mutismo delle pareti di una scatola bianca. E resto qui, con la mia angoscia a farmi compagnia, a tenermi stretta tra le sue braccia ruvide di croste di sangue rappreso, con cui mi ferisce, fino a farmi sgocciolare emoglobina dagli arti senza riparo. Ma quello che soffre di più, quello con le cicatrici, talmente mal cucite da strapparsi al primo sorriso, è il solito, maltrattato, cuore.

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