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Posts Tagged ‘silenzio’

Prenderai la mia mano tesa, di sangue intinta,
e la stringerai al tuo volto smarrito?
La perdonerai per ciò che ha fatto
e comprenderai il bisogno di silenzio perpetuo
che l’ha costretta ad agire?

Se ti giurassi che ho cercato un angelo lungo la strada,
il buon samaritano che cede le sue vesti strappate a chi è nudo,
che ho così incrociato gli sguardi dei passanti
per chiedere aiuto con occhi così appannati da ricordare la pioggia che batte fredda su finestre avvolte da tepore sopito,
ma essi,atterriti alla visione del mio volto trasfigurato,
sono fuggiti con le vesti tra le gambe
come quando la morte bussa alla porta
e non hai ancora finito di preparare la valigia e di salutare tutti,
mi accoglieresti tra le tue braccia?

La pietà non era della Terra la più diffusa delle qualità
e altro non mi è rimasto se non lasciarmi tutto quel peso alle spalle.
Farlo cadere è stato semplice, talmente liberatorio che avrei dovuto trovare il coraggio tempo addietro.
Soprattutto perché vederti accorrere alla mia volta
mi riempie il cuore di quella gioia che ti sei portata via intraprendendo il tuo viaggio.

Troverai, tu così devota, una breccia nella Grazia eterna per farmi aprire i dorati cancelli ?
So che farai del tuo meglio e molto di più.
Intanto stringi la mano insanguinata e prometti che non la lascerai più.

 

]old

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L’aria tiepida di giugno solleticava la sabbia, sollevando alcuni granelli dorati. Il sole alto nel pomeriggio guardava non curante l’orizzonte, incapace di comprendere cosa fosse la notte.

Alcuni bagnanti solcavano il lungomare, sollevando piccole onde bianche attorno alle gambe, discutendo animatamente alcuni, altri osservando in silenzio dove poggiavano i piedi.

Un gruppetto di bambini era intento a costruire un castello con più torri, adornato da conchiglie e alghe strappate al moto ondoso.

Nel suo silenzio s’erano appartati suoni di discorsi mai tenuti, intrappolati in gola come bocconi amari che non si riesce a deglutire; le mani tremavano per un tic nervoso che non riusciva a placare, il respiro, fattosi accelerato, le faceva sussultare il petto magro alla disperata ricerca di ossigeno. Seduta, fissava il mare dinanzi a sè, per cercare la calma interiore a cui aspirava. Ogni volta che chiudeva gli occhi vedeva un volto, il suo volto, ma avrebbe dato qualsiasi cosa per non vederlo più. Troppo dolore, troppa ansia, troppe domande, –  che sarebbero rimaste senza risposte,- invadevano il suo essere rendendolo fragile e indifeso.

Una folata di vento le sussurrò qualcosa all’orecchio. Un bisbiglio, un mormorio, un fruscio nella sua testa. Riaprì gli occhi.

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Finestrini abbassati

Aria umida di erba

E la musica che rompe il silenzio

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Quanto rumore fa un cuore

che in silenzio si spezza?

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Quanto può essere intenso uno sguardo?

Quanto possono essere avvolgenti e profondi due occhi castani?

Non l’avrebbe saputo dire prima di quel momento, il momento, l’attimo in cui il suo sguardo mutò e nel silenzio della stanza iniziò un discorso fatto di emozioni e brividi sottopelle.

La luce tenue della sera filtrava dalla finestra socchiusa e l’aria tiepida di settembre inebriava i sensi di sapori estivi quasi spenti.

Capì dunque che gli occhi, di qualunque colore fossero, potevano cambiare chi li guardava per quello che trasmettevano.

Ma i silenzi ingannano, a volte più delle parole; sono pericolosi perché sanno mentire senza aver timore di dover ricordare la menzogna.

Gli sguardi confondono le idee, , soprattutto quando, repentinamente, senza avviso alcuno, svaniscono, lasciando dietro di sé punti interrogativi in scie affilate come la deluso e il disincanto.

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Manca poco. Basta socchiudere gli occhi, ascoltare il palpito del cuore sommesso ma agitato, e lasciarla andare, lasciarla scendere dall’angolo dell’occhio, lasciarla cadere, pesante nella sua inconsistenza, lungo la guancia, fino a solcare le labbra aride per la tua assenza.

Non sarebbe un torrente impetuoso, un fiume che si ingrossa fino a straripare, nulla di tutto ciò perché siamo due estranei, lontani come due astri nell’universo immenso, che si sono incontrati senza trovare parole per conoscersi, che si sono persi senza lasciare segni come briciole di pane sul sentiero per ritrovarsi.

Basterebbe lasciarsi andare e svuotare quest’ansia che si nutre di ciò che mangio, lasciandomi affamata di sonno, che perdo su un cuscino duro come pietra, fredda come una notte di gennaio in cui pure la neve batte troppo i denti per saltare dal cielo grigio e ricoprire quest’inferno.

Se solo quella vocina chiudesse il becco, si facesse gli affari suoi e andasse al diavolo, potrei godermi il sole pigramente su una sedia, in compagnia di un fedele libro ancora tutto da scoprire. Invece no, mi logora come un tarlo col legno più tenace, provocando fori sempre più vicini, che confluiscono in una voragine, un vortice che assorbe il buon senso e ti fa girare la testa. Finirò per bere sale. Se solo servisse a risalire leggera, ad abbandonare la zavorra che sul petto pesa, verserei secchi d’acqua sui miei vestiti leggeri.

Ma tutto tace, nell’aria solo un ronzio rompe il mutismo delle pareti di una scatola bianca. E resto qui, con la mia angoscia a farmi compagnia, a tenermi stretta tra le sue braccia ruvide di croste di sangue rappreso, con cui mi ferisce, fino a farmi sgocciolare emoglobina dagli arti senza riparo. Ma quello che soffre di più, quello con le cicatrici, talmente mal cucite da strapparsi al primo sorriso, è il solito, maltrattato, cuore.

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Mi sto ingoiando il cuore
anche se non ho fame,
si sta spezzando il rumore
dentro di me del mare,
contro scogli s’infrangono le onde sonore
sbattono in silenzio
fino a scomparire mentre bevo assenzio,
veleno per zittire
una voce che vuol farmi ammattire,
per calmare il tic tac di un orologio infame
che trivella fino a farmi male,
un dolore costante
che diventa gigante,
come una grotta senza via d’uscita
e non so come farla finita.
Uscire da quest’inferno,
eterno,
è un’impresa per eroi
ben più forti di noi.
Senza una bussola ad indicare la strada
non so dove andare, resto ferma qualunque cosa accada.
E il martellare diventa un ronzio
nelle orecchie, un grido faccio mio
“Aiutami, non so più cosa fare io.”

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