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Posts Tagged ‘spezzone’

Ho visto nero. E poi più nulla.

Mi girava la testa.

La peggior sbornia della mia vita mi aveva lasciata letteralmente al tappeto. Non capivo se ero supina o prona, se ero capitombolata del tutto fortuitamente sul mio letto o se avevo fatto del pavimento il mio giaciglio.

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Il paesaggio scorreva con noncuranza sotto i miei occhi spenti. La luce del pomeriggio mi scaldava il viso rivolto oltre il finestrino, oltre i campi e le case davanti a cui l’auto filava via.

Sprofondata sul sedile tanto quanto lo ero nei miei pensieri, il resto non contava, il tempo non era che una unità di misura a cui una parte di me si sottraeva con facilità. Una sola immagine occupava la mia visuale, un solo momento veniva proiettato avanti e indietro al rallentatore. Gli stessi fotogrammi all’infinito come se ad una più attenta analisi avrei dovuto e potuto capire sin dall’inizio.

O forse no?

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Vedo immagini di te come in un loop continuo. Come serro le palpebre, l’oscurità che si crea diventa tela del tuo viso.

Contorni sbiaditi, azzurri spenti, che il ricordo si affievola come i panni al passar dei lavaggi.

Si infeltriscono fino a confondersi e a diventar bugie persino per me, che avevo giurato che di quegli occhi non mi sarei mai potuta scordare.

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Seppur avesse gli orli delle orecchie stropicciati, quel libro, sbucciato in più punti dal tempo e dall’uso, era qualcosa a cui tornava sempre con piacere perché riaccendeva in lui i ricordi quasi offuscati della propria infanzia.

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Con il silenzio nelle orecchie vago tra queste foglie sospese dal vento che corre sfrenato tra gli alberi del parco.

Muto uno scivolo raccoglie nel suo grembo stelle rosse e gialle.

Sotto questo grigio che minaccia di voltarsi in pioggia, rivolgo a te il mio umile pensiero, con la vana speranza di aver vissuto e dato momenti di onesta sincerità.

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– Per chi è la dedica?

– Per me, grazie.

Il meccanismo automatico con cui apponeva il proprio autografo sulla copia del libro, prevedeva in ultimo l’alzarsi dello sguardo verso il richiedente, per la maggior parte donne, corredato da un accenno di sorriso.

Come vide i suoi occhi, da acuto osservatore qual era, scorse qualcosa sulla superficie.

– Potrei farle un’intervista?

– Ma io non ho niente da raccontare.

– Lasci decidere a me. Tutti abbiamo una storia da raccontare.

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Una nuvola si abbatté sui suoi pensieri come una scure su un tronco d’albero.

Forse l’indomani non sarebbe stato un giorno di sole ma che importava?

Se l’avesse vista, anche solo da lontano, anche se solo per una frazione di secondo, ne sarebbe valsa la pena.

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Il cielo era di un azzurro fresco, celeste appena lavato.

Si capiva che aveva piovuto e che dopo il temporale era stato ripulito.

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Era a metà del sentiero, musica sparata nelle orecchie e pensieri in continuo turbine nella testa.

A malapena guardava dove metteva i piedi, tanto era concentrato.

Avanzò ancora di qualche metro e nella calma della giornata estiva un profumo di camomilla inaspettato e assordante, lo svegliò di soprassalto come una porta che sbatte mentre stai dormendo.

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Come il sole si nascose dietro l’altura,

l’aria, da tiepida e invitante,

diventò improvvisamente fredda e tetra,

quasi pungente.

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