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Posts Tagged ‘treno’

Hai presente quando stai guidando e, alle tue spalle, quasi che non te ne accorgi, sopraggiunge il treno e te lo ritrovi al tuo fianco, che sfreccia a velocità impensabili per la tua piccola utilitaria a benzina, e ti vien voglia di accelerare, carico di quel senso di libertà che ti pulsa nelle vene a vederlo correre più veloce di te?

E’ quello il momento in cui innamorarsi: essere in corsa e incontrare qualcuno che ci sproni a premere l’acceleratore. Solo allora varrà la pena condividere questo viaggio chiamato vita.

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Il cielo si stava tingendo dei toni del rosa, una striscia orizzontale ancora turchese tagliava in due la volta celeste. I rami delle betulle e quelli dei salici piantati al limitare del lago tempi or sono tremavano nel vento freddo della sera. La primavera era arrivata ma solo sul calendario: timide foglioline si aprivano, qualche bocciolo spuntava intimidito facendosi forza all’interno del piccolo gruppo a cui apparteneva. L’erba si colorava di verde, alcune foglie secche rimanevano ancora arenate dimenticate agli angoli del sentiero che percorreva il contorno dello specchio d’acqua.

Sulle vecchie assi di legno del pontile, costruito sul lato ovest del bacino acquifero, una figura stava seduta a testa china, gambe raccolte al petto, occhi persi nelle profondità marine. Marta guardava giù coi suoi occhi neri contornati da ciglia scure, fissava un punto indefinito che credeva essere un’alga o un pesce; osservava quello che le pareva essere un leggero fluttuare nelle acque verdi scure, poi sbatteva le palpebre e riprendeva la ricerca del suo punto di riferimento. La ragazza era pensierosa, cercava di distrarsi ma ogni volta che ci provava tornava con la mente a chilometri di distanza; i suoi pensieri fluttuavano per la radura, sorvolavano il bosco di conifere, discendevano nel piccolo paese, seguivano la strada principale fino all’inizio dei tornanti, poi da lì scivolavano fino a fondo valle, imboccavano il breve tratto di tangenziale e finivano per immettersi nell’autostrada con direzione la città.

Un sospiro ruppe il silenzio e una lacrima furtiva spuntò all’angolo dell’occhio sinistro per venir cancellata con un colpo di manica della felpa.

Il cielo diventava via via più scuro. Ormai il rosa stava lasciando il posto ad un violetto solcato da alcuni uccelli che si spostavano a V in perfetta armonia con le correnti d’aria.

Marta iniziò a sentire freddo, il vento non aveva intenzione di smettere e, dato che nella lotta per trattenere i brividi da cui era invaso il suo corpo risultava essere decisamente perdente, decise di alzarsi e tornare alla baita. Guardò un ultima volta la superficie imperturbabile del lago, afferrò con lo sguardo un gruppo di rondini che attraversava lontano uno spicchio di cielo e andò a ripararsi al caldo del rifugio. Una volta entrata si fece una doccia calda e veloce, ma non abbastanza da lasciare lo specchio immune dal vapore. Uscì dal box avvolta nell’asciugamano, si tamponò la pelle e si sciolse i capelli trattenuti da una molletta nera. Vestita di una vecchia tuta in pile, andò verso la stufa, mise una caffettiera sul gas e attese il gloglottare del caffè. Stava sorseggiando la sua bevanda calda quando il cellulare, pericolosamente vicino al bordo, in modalità vibrazione, iniziò una strana tarantella sul tavolo. Marta allungò la mano controvoglia, non le andava di essere disturbata perchè il caffè si sarebbe freddato in poco tempo perdendo il suo sapore confortante.

«Ciao mamma, dimmi.» rispose con voce piatta e scolorita.

«Ciao tesoro! Allora, come procede il tuo studio della natura?» all’altro capo del filo la signora Teresa, tenendo il cordless incastrato tra la spalla e il collo in una posizione da contorsionista, mescolava la pasta con un mestolo di legno, sollevava uno spaghetto e ne assaggiava la cottura e il sale.

«Sì bè, non c’è male. Qualcosa ho fatto..» il tono di voce le si affievoliva fino a perdersi nel rumore delle folate di vento che facevano sbattere gli scuri ancora aperti.

«Capisco. Senti domani devi tornare a casa. Abbiamo dato in affitto la casetta ad alcuni amici di tuo padre e siccome hanno ferie in questo periodo non possono rimandare. E sai quanto per noi..» anche la madre perdeva la voce ogni volta che doveva ricordare a qualcuno, ma più che mai a se stessa, le loro condizioni economiche non particolarmente floride. I coniugi Rossi avevano due figlie da far studiare, un mutuo da pagare, le rate della macchina (acquisto improvviso ma assolutamente necessario dato che la vecchia Fiat si era ormai rifiutata di andare avanti dopo anni di fedele servizio) e quell’unica baita come bene sicuro, ereditata dalla madre alla morte dei suoi genitori qualche anno prima.

«Allora tesoro, ce la fai a ripartire per mezzogiorno circa? Dunque, ricordati anche di fare un minimo di pulizia e non dimenticare nulla delle tue cose.»

«Sì, certo mamma, vedrò di preparare la valigia stasera… credo che tra una cosa e l’altra sarò a casa nel tardo pomeriggio.»

I pensieri di Marta si accavallavano su se stessi, andando al giorno dopo, alle cose da fare, sistemare, al tragitto che avrebbe dovuto intraprendere in solitudine, anche questa volta, verso la città. Era stata via solo tre giorni, aveva passato momenti tristi in cui aveva riflettuto e riflettuto su quello che le era successo ma non era ancora sicura sul dopo. Sapeva solo che tornare a casa prima del previsto non le andava proprio.

Dall’altra parte del telefono un campanello aveva suonato, la signora Teresa aveva istintivamente abbassato il fuoco della pasta, dato un’ultima occhiata al sugo di melanzane e zucchine, ed era andata al citofono per aprire alla figlia minore.

«Oh tesoro, è arrivata tua sorella, ora devo finire la cena. Quando arrivi domani mandami un messaggio. Se posso cerco di venirti a prendere io alla stazione. In caso hai le chiavi giusto?» perchè le mamme lo chiedono sempre se hai le chiavi di casa? Marta non riusciva a spiegarselo, ogni volta la stessa domanda, con la stessa risposta:

«Sì, mamma! A domani ciao.»

«Notte tesoro, ti saluto il papà!»

E la conversazione finì così, un bip e poi quello che indica che la chiamata si è conclusa, un bip che allontana nuovamente una madre ed una figlia, a chilometri e chilometri l’una dall’altra, che ritornavano ciascuna ai propri pensieri.

Marta di lì a poco cenò con cibi precotti, che si era diligentemente portata da casa, e iniziò a preparare valigie, pulire le due stanze e andò a dormire.

Il viaggio era stato lungo. Dopo aver preso la corriera giù nel paesello, percorso i tornanti per arrivare alla stazione del paese vicino e aver trascorso tre ore abbondanti in una carrozza sgangherata che ricordava tanto la seconda guerra mondiale, arrivò in stazione centrale. Presa la valigia e lo zainetto, si diresse al tabacchino per comprare un paio di biglietti dell’autobus; mentre era nel piccolo negozio posò lo sguardo sulle riviste ordinatamente distribuite sul bancone e sugli scaffali attorno, quelle di moda, il Glamour, il Cosmopolitan, quelle di arredamento, il Focus e altre riviste impegnate, il National Geographic, tutte sotto alla cassa, in bella mostra di sè, disposte in modo da attirare l’attenzione e farsi comprare. Nel bugigattolo dipinto di bianco si stava stretti, ogni centimetro era sfruttato al meglio. Anche le persone finivano per starci strette, tutte in fila, una dietro l’altra, in attesa impaziente del proprio turno per prendere biglietti dell’autobus, il quotidiano (ce n’erano anche alcuni dell’Unione Europea, come “Das Spiegel”, “Le monde”, e via di questo passo), le gomme da masticare, un fumetto. I ritardatari sbuffavano, battevano i piedi o fissavano l’orologio nella speranza di bloccare con sguardo ipnotico le lancette dei secondi che, frutto di una magia che colpisce solo chi va di fretta, correvano più del solito, saltavano come ad una gara d’ostacoli i trattini dell’ovale e finivano per concludere in metà tempo il proprio percorso.

Al turno di Marta furono pagati un paio di biglietti, un pacchetto di Tic Tac arancioni -le sue preferite-, un Mode fresco di stampa ed una stilo nera.

«Fanno 6,50 euro» disse il commesso con voce meccanica, dietro ad un paio di occhiali tondi che ricordavano una tartaruga di qualche cartone animato sepolto nei ricordi.

Marta fece per frugare nella borsa che le pendeva dal braccio con la sua tracolla lunga, infilò la mano sempre più in fondo, spostando occhiali da sole, fazzoletti, caramelle, salviette ma senza risultato. Le punte delle orecchie, coperte dai capelli castani lasciati liberi e trattenuti solo sul davanti ad impedire di offuscare la visuale, presero ad avvampare come se ci fosse un incendio in corso, tanta era la vergogna mista a preoccupazione che l’aveva colta.

«Oddio, non lo trovo, non trovo il portafogli!»

«Eh bè, se non paga mica si può portar via la roba!» rispose indignato la tartaruga al di là del bancone.

«Devo averlo qui da qualche parte, devo solo cercarlo.. mi dia un attimo» ribattè Marta quasi per giustificarsi.

«Sì ma si sposti che intralcia la fila.»

Sì, la fila di ritardatari, di donne grassocce e di mezza età che seppur casalinghe o in pensione avevano qualcosa di urgente da fare, qualcosa che non poteva aspettare nella loro noiosa vita, tutti, o quasi, che la guardavano storto, per poi passarle davanti allungando braccia e porgendo mani che lasciavano scivolare in altre mani monete o banconote di piccolo taglio. Marta intanto era finita in un angolo sotto alle riviste di motori e fai da te, impacciata nella sua ricerca alla rinfusa di qualcosa che, molto probabilmente, non era dove avrebbe dovuto essere. La valigia era dalla parte opposta, quasi abbandonata a se stessa. Nel suo campo visivo c’era solo il buio dell’interno della borsa, a tratti spezzato dalle cartine spiegazzate delle Golia; poi vide due monete ma non erano nella sua borsa, erano poggiate sul palmo di una mano, che non era di certo la sua. Con lo sguardo salì verso il polso, poi un polsino di camicia, subito dopo l’inizio di una manica di giacca fino ad un sorriso che le offriva quegli spiccioli. La sua bocca era increspata in un’espressione di sorpresa, non capiva chi fosse, se lo conoscesse e perchè le stesse offrendo quei soldi.

«Ma perchè?»

«Ho sentito che chiedevi due biglietti dell’autobus quindi ho dedotto che non abitassi così vicino, poi ho visto anche la valigia e ho pensato che fartela a piedi sarebbe stata faticosa.» altro sorriso dello sconosciuto, due file di denti perfetti, avorio riflettente, sorriso tranquillo e sereno, e subito aggiunse:

«Non serve che me li restituisci, pensa che oggi è il tuo giorno fortunato!» prese la mano di Marta, girò il palmo verso l’alto e le mise le monetine – Marta era così sorpresa che non aveva mosso più un muscolo- e di corsa uscì.

«Eh? Comunque grazie.» sussurrò quando l’uomo, ormai giratosi di spalle, a lunghe falcate si diresse verso la porta.

«Allora signorina, ha trovato i soldi?» la tartaruga non mollava il tono meccanico e cigolante.

«Sì eccoli, due biglietti dell’autobus.»

«E il resto?»

«Non serve più!» e, prese le due corse su cartoncino giallo, uscì dalla stazione alla volta della fermata del 15, direzione piazza Cavour.

—-

Il clang clang delle chiavi risuonò sul pianerottolo del terzo piano, scala A. Sulla soglia dell’appartamento numero 11 stava sdraiato un tappettino di quelli con la scritta Benvenuti, piatta e mangiucchiata dai ripetuti strofinamenti di suole che, più o meno educatamente, si ricordavano di darsi una rapida pulita prima di andare oltre. Nell’angolo stava un portaombrelli di quelli che spesso nei negozi li scambi per pattumiere, cilindri con pareti forate, dove la gente è indecisa sul buttare cartine o posare gli ombrelli fradici di pioggia dei giorni grigi di autunno.

Il clang clang cedette il passo al rumore metallico della serratura che scattava e infine la porta si aprì.

«C’è nessuno in casa? Sono io, sono tornata.» a cui nessuno rispose. “No, non c’è nessuno come al solito”. Tra una cosa e l’altra erano arrivate le cinque del pomeriggio. Sua madre, la signora Teresa, era ancora al lavoro, stessa sorte per il padre, e infine sua sorella probabilmente era a danza o da qualche amica a studiare, come diceva lei.

Ancora con la valigia in mano e la borsa pendente dalla spalla, andò verso la camera che condivideva con la sorella minore, e iniziò a disfare il bagaglio. Prima di tutto separò la biancheria da lavare, che gettò in un cesto di vimini situato vicino alla porta della stanza, da quella da riporre nei cassetti, provvisoriamente appoggiata sul letto. Mentre si apprestava a metter ordine tra beautycase, sacchetti, magliette stropicciate, Lillo la guardava da sopra il copriletto, con la testa piegata perennemente di lato.

«Sì Lillo, anche oggi me ne è successa una delle mie! Non ci crederai mai, ho perso il portafogli e non avevo spicci per tornare a casa. Ma ti pare, fare tutto il viale della stazione, il centro e poi la laterale fin qui con questo tempo, la valigia e magari l’ombrello aperto!? E invece mi è andata liscia e uno mi ha prestato delle monetine!» risata mentre stringeva al petto il vecchio dinosauro di peluche comprato a Gardaland tanti anni prima, amico di tanti momenti tristi, fidata guardia del corpo nelle notti frastornate dai temporali estivi.

«Ma no che non glieli devo ridare, ma dai! Uno vestito in giacca e cravatta mica muore di fame per due euro che dà ad una sconosciuta.» e giocava con gli arti superiori del pupazzo, cercando, per quanto era possibile, di farli girare, alzare, andare in avanti e indietro come se attraverso quella mimica mal riuscita esprimesse il suo parere.

«Effettivamente non so come si chiama, non mi ha detto il suo nome.» seduta com’era sul pavimento girò lo sguardo verso la finestra. Le tende erano leggermente scostate tanto da lasciar intravedere il buio della sera. Dal terzo piano poteva vedere qualche condominio dei dintorni, più sotto la strada e al di là un giardino. Al giardinetto non era mai andata a giocare. Si erano trasferiti in quella zona della città da pochi anni e ormai l’età delle altalene e degli scivoli era passata. Ci andava solo d’estate quando le giornate afose impedivano di stare nella scatola di cemento e faceva preferire di gran lunga l’ombra di qualche acero o quercia. Marta si sedeva allora su una panchina, gambe molli e testa gettata all’indietro e contava le gocce che le scendevano sul collo in quella calura insopportabile.

Ferma a fissare il nero del cielo, che nero nero mai non era, ripensò a quei brevi istanti, ad una mano, un polso, un braccialetto, un orlo di camicia, di giacca e infine un sorriso. L’aveva visto di sfuggita quel tipo così gentile da darle i soldi per l’autobus senza nemmeno conoscerla. Ma non ricordava molto bene i lineamenti del viso, forse non li aveva nemmeno visti o era stato così veloce da non darle il tempo di salire con lo sguardo e inquadrare il naso, gli occhi, i capelli. La voce però la ricordava. E bene. Era gentile, una voce di ragazzo che sta diventando qualcuno, che è sicuro di sè, tranquillo e ha idee precise su chi è e dove vuole andare. Un tono deciso ma gentile.

E le sue orecchie, sebbene coperte dai capelli castani, si arrossarono per la seconda volta in quella giornata ma ora non era per vergogna.

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