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Posts Tagged ‘verità’

La verità è sempre la stessa:

devi pretendere di più per te stessa.

Non accontentarti del meno peggio.

Non è furbizia.

Si chiama infelicità.

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In questo mondo,

la punizione è meno equa

di quanto ci potremmo augurare.

cit. “Mansfield Park” – Jane Austen

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La verità è sempre bella,

anche quando è brutta.

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Quante ore camminiamo in un giorno, in una settimana, in una vita intera? Muoviamo le nostre esistenze per la più piccola delle necessità: una forchetta, una penna che cade, una conchiglia seminascosta dalla sabbia (anche se, lo ammetto, se riesco a farla incastrare tra alluce e indice e mi risparmio un piegamento della schiena, tanto meglio).

Ebbene, con tutto quello che ci muoviamo, camminiamo, corriamo, zoppichiamo, saltelliamo, ci sono momenti in cui siamo così bloccati da non riucire a muovere un muscolo: l’unico che continua imperterrito è il cuore (grazie al cielo), anche se il ritmo assume contrazioni a volte eccessive. Si contrae e si espande ad una velocità tale che il sangue fluisce continuamente nei vasi sanguigni e le mani, nonchè i piedi, diventano improvvisamente di ghiaccio. E’ la paura che arriva, che irrigidisce le gambe e le fa diventare tronchi di pietra. Non riusciamo a fare un passo senza rischiare di perdere l’equilibrio, non siamo capaci di attraversare lo spazio senza sentire quel rimbombare assordante nelle orecchie che sovrasta ogni altro suono. E’ la paura che prende il sopravvento.

Ma quando si ha paura? Solitamente quando un evento spaventoso si affaccia alla finestra della nostra vita. Vorremmo che avesse sbagliato indirizzo ma, anche se fosse, l’evento è lì e non si può far altro che fronteggiarlo. Queste situazioni che ci terrorizzano sono di varia natura, la più disparata; può essere una malattia, un dolore, una fobia, uno spavento improvviso.

Altre volte la paura deriva dall’ignoto, dal non sapere, dal non conoscere, dalle verità scomode. Preferiamo crogiolarci in un’idea, che abbiamo costruito delle dimensioni di una casa, l’abbiamo arredata, scelto la carta da parati e le mattonelle dei pavimenti, abbiamo sistemato i vestiti nell’armadio e lo spazzolino nel bicchiere del bagno. Fuori, abbiamo dipinto un sole eterno e un arcobaleno tenue, quasi sbiadito. Abbiamo sistemato pure il giardino, un paio di piante dal fusto forte e fronde ampie per riparare dal caldo in un angolo, un tavolo di eucalipto con due sedie poco più in là.

Peccato che manchino le fondamenta.

Ecco perchè c’è la paura: una volta che dovessimo scoprire la verità, la casa sarebbe destinata a crollare su se stessa, il giardino verrebbe strappato da una tromba d’aria e il cielo si farebbe inevitabilmente grigio e cupo.

Ma perchè mantenere in vita una situazione che può vivere solo nella nostra testa? Perchè girare intorno a una palla di vetro così lontana dalla realtà, di cui non abbiamo alcuna prova? Te lo dico io: vuoi essere felice. O fingere di esserlo. Per cinque minuti, un giorno o due settimane. Quando sei triste da tanto tempo, quando il tuo cuore è arido e nessuno lo innaffia da anni, appena spunta un filo d’erba (come abbia fatto ad attecchire con tutte quelle macerie che ricoprono la terra del tuo cuore, non hai proprio mezza idea), lotti per tenerlo in vita, a costo di alimentarlo con bugie e illusioni, immagini e sentimenti, che crei con la forza della fantasia. Cosa si è disposti a fare per un briciolo di pace.

La verità, direbbe qualcuno, è più importante. Ma quando ti ritrovi a mezzo metro da essa, quando ti basterebbe allungare un braccio per toccarla e svelarla, ti irrigidisci, perdi le parole e l’inverno entra nelle tue membra. Un attimo di esitazione e la verità si allontana, prosegue per la sua strada e tu resti a cullare una fantasia ancora per cinque minuti, un giorno, due settimane fino a quando il filo d’erba, mal nutrito, non può far altro che appassire e morire.

Cosa ci hai guadagnato? Cinque minuti, un giorno, due settimane di felicità.

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La verità non invecchia.

La verità non ha età.

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Stava lì, seduta su una sedia contro il muro di intonaco bianco. Le gambe abbracciate con forza fino a far spuntare tutte le costole sulla schiena, con la spina dorsale in mezzo, in bella vista.

– Cosa pensi?

– Chi è?

– A cosa stai pensando?

– Chi è che parla, c’è nessuno?

Si voltò di scattò, sicura di non aver sentito passi avvicinarsi. E allora da dove proveniva quella voce? Si alzò con circospezione e andò a controllare le imposte e la porta principale. Tutte chiuse. Tutti i pomelli delle finestre erano agganciati a dovere, la chiave nella toppa dell’ingresso era girata. Era sola. Non c’era nessuno. Si guardò a destra e a sinistra. Nessuno. Tornò alla sedia, con i piedi nudi contro il freddo pavimento. Lentamente alzò una gamba e poi l’altra e le strinse nuovamente in quell’abbraccio disperato. E la voce riprese.

– Diamine, a cosa pensi?

– A niente.

Rispose anche se non sapeva a chi o a cosa.

– Bugiarda.

– Non è vero.

– Invece sì e lo so per certo.

A qualcosa stava pensando, era vero, ma come poteva quel qualcosa saperlo? Chiuse gli occhi fino a vedere nero che più nero non si può e la voce allora riprese.

– Sii sincera almeno con te stessa.

– Cosa vuoi da me?

Gridò al limite della sopportazione.

– Urla al muro la verità, almeno sarai libera.

– Io sto bene.

– No.

– IO STO BENE.

– No. Non ti costa niente un minuto di verità.

Rivoli cominciarono a scendere dai condotti lacrimali, prima lentamente poi copiosi come fiumi in piena. La schiena sussultava sotto i colpi dei singhiozzi. Non poteva star bene, decisamente no. E quella voce lo sapeva. Perchè nessuno se ne accorgeva, nessuno tranne quella voce?

– Allora, hai deciso?

– Non sto bene.

– Più forte.

– IO NON STO BENE.

Il petto oscillava pericolosamente in su e in giù per lo sforzo di cercare aria; i polmoni erano alla disperata ricerca di ossigeno, resa difficile dalla furia del pianto.

– IO NON STO BENE.

Urlò di nuovo, a sentirla solo le pareti nude di una stanza vuota. Rimbombò il grido che si spezzò contro la porta a vetri. Si frantumò in mille pezzi.

– Ora va bene. Il minuto di sincerità è terminato.

– Ehi dove vai?

– Torno a dormire negli angoli più bui della tua mente.

I singhiozzi diminuirono. Si passò le mani sul viso per asciugarlo dalle lacrime e fissò le gocce che cadevano dalle unghie.

E pensò che piangere ha uno strano potere. E’ come la pioggia che pulisce.

E come la pioggia è altrettanto umido e grigio.

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