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-Non ho mai sentito nemmeno la sua voce.

E dopo un po’:

-E’ uno strano dolore.

Piano.

Morire di nostalgia per qualcosa che non vivrai mai.

 

Seta – Baricco

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Stava in piedi, ritta sulle gambe molli per l’angoscia, lo sguardo puntato sulle scarpe impolverate, mentre le braccia ciondolavano inerti lungo il tronco. I capelli erano sciolti e umidi contro le tempie; essi cadevano coprendole parzialmente il volto reclinato in avanti; forse la proteggevano da sguardi indiscreti.

Il cielo era grigio, cosparso da nuvole dai bordi frastagliati. L’aria era umida, pregna del disagio che inzuppa i vestiti fino a farti sentire scomodo e nudo sotto gli sguardi indagatori degli estranei di cui, a rigor di logica, non dovrebbe importarti nulla o quasi. Respirare era impossibile, i polmoni non si riempivamo appieno di ossigeno, tanto l’aria era mescolata ai tormenti dell’umanità.

Un tuono squarciò il velo di silenzio. Poi l’eco gli fece seguito, attenuandosi fino a spegnersi. Prima una goccia scalfì il suolo, sollevando la polvere circostante. Poi un’altra goccia più grossa le fece compagnia.Avvertì un altro tuono, preceduto da un bagliore nel cielo di cui, da dietro i capelli scuri appiccicati alla fronte, vide solo il chiarore provocato  attorno a lei, come se avessero acceso un faro per illuminarla e poi, l’avessero subito spento.
Fu allora che le gambe cedettero; si piegarono su se stesse e lei perse l’equilibrio. Finì per sbattere le ginocchia sulla terra, cozzando contro qualche sasso. Dalle ferite uscì un rivolo di sangue che presto si mescolò al terriccio, diventando fango rossastro. Un altro tuono, stavolta più vicino, la assordò. In fretta si tappò le orecchie per proteggerle dai brontolii che sarebbero arrivati di lì a poco.

Fu come un incubo, in cui gridi ma finalmente ti svegli. Ma non accadde, non si svegliò. Però urlò, questo sì, e mentre la sua voce si mescolava, come una preghiera disperata, alla voce possente e minacciosa della natura, il cielo iniziò a piangere per lei.

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Stava lì, seduta su una sedia contro il muro di intonaco bianco. Le gambe abbracciate con forza fino a far spuntare tutte le costole sulla schiena, con la spina dorsale in mezzo, in bella vista.

– Cosa pensi?

– Chi è?

– A cosa stai pensando?

– Chi è che parla, c’è nessuno?

Si voltò di scattò, sicura di non aver sentito passi avvicinarsi. E allora da dove proveniva quella voce? Si alzò con circospezione e andò a controllare le imposte e la porta principale. Tutte chiuse. Tutti i pomelli delle finestre erano agganciati a dovere, la chiave nella toppa dell’ingresso era girata. Era sola. Non c’era nessuno. Si guardò a destra e a sinistra. Nessuno. Tornò alla sedia, con i piedi nudi contro il freddo pavimento. Lentamente alzò una gamba e poi l’altra e le strinse nuovamente in quell’abbraccio disperato. E la voce riprese.

– Diamine, a cosa pensi?

– A niente.

Rispose anche se non sapeva a chi o a cosa.

– Bugiarda.

– Non è vero.

– Invece sì e lo so per certo.

A qualcosa stava pensando, era vero, ma come poteva quel qualcosa saperlo? Chiuse gli occhi fino a vedere nero che più nero non si può e la voce allora riprese.

– Sii sincera almeno con te stessa.

– Cosa vuoi da me?

Gridò al limite della sopportazione.

– Urla al muro la verità, almeno sarai libera.

– Io sto bene.

– No.

– IO STO BENE.

– No. Non ti costa niente un minuto di verità.

Rivoli cominciarono a scendere dai condotti lacrimali, prima lentamente poi copiosi come fiumi in piena. La schiena sussultava sotto i colpi dei singhiozzi. Non poteva star bene, decisamente no. E quella voce lo sapeva. Perchè nessuno se ne accorgeva, nessuno tranne quella voce?

– Allora, hai deciso?

– Non sto bene.

– Più forte.

– IO NON STO BENE.

Il petto oscillava pericolosamente in su e in giù per lo sforzo di cercare aria; i polmoni erano alla disperata ricerca di ossigeno, resa difficile dalla furia del pianto.

– IO NON STO BENE.

Urlò di nuovo, a sentirla solo le pareti nude di una stanza vuota. Rimbombò il grido che si spezzò contro la porta a vetri. Si frantumò in mille pezzi.

– Ora va bene. Il minuto di sincerità è terminato.

– Ehi dove vai?

– Torno a dormire negli angoli più bui della tua mente.

I singhiozzi diminuirono. Si passò le mani sul viso per asciugarlo dalle lacrime e fissò le gocce che cadevano dalle unghie.

E pensò che piangere ha uno strano potere. E’ come la pioggia che pulisce.

E come la pioggia è altrettanto umido e grigio.

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