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Leggi due righe di un vecchio messaggio. Riapri il libro che stavi leggendo per la seconda volta, cerchi tra le parole quella dove la tua mente è rimasta, dove hai messo un figurato segno lampeggiante perché ti salti subito all’occhio. Trovi il punto, si parla di foglie rosse che cadono e tu pensi all’ispirazione, all’atmosfera autunnale, così magica, calda e protettiva.

E’ un attimo. Non ti serve molto per pensare a tutte queste cose. E’ un istante che non puoi fermare, non puoi riavvolgere, non puoi toccare. Nel torpore del sole che penetra attraverso il parabrezza alzi gli occhi all’udire un’esclamazione di stupore, banale, sentita tante volte ma con l’intonazione diversa, atterrita, esplosiva, che ti spaventa, ti distoglie dai tuoi pensieri e ti catapulta davanti ad una realtà cruda, fredda come l’aria che scuote i pioppeti ai lati della strada. Ti si smorza il fiato in gola. Le gambe tremano e per fortuna non puoi cadere oltre il sedile su cui sei già seduto. Il tuo viso, per quanto sia già pallido, diventa quasi trasparente. Perde così tanto colore che attraverso la pelle diafana si possono vedere i pensieri che si rincorrono fino a restare sospesi e incompiuti. Il tempo continua col suo ticchettio ma tutto attorno l’esistenza si immobilizza. Unico e stridente contrasto sono le foglie dei pioppi e degli alberi sul ciglio della strada che mormorano sospinte dal vento.

Davanti ai tuoi occhi una macchina ha sbandato tagliando la strada, finendo dalla parte opposta rispetto a quella da cui proveniva. E lì un tiglio dal grosso tronco ne ferma la folle corsa. Attimi sospesi in cui il cuore si arresta, il sangue smette di fluire e una mano si porta davanti alla bocca. Le labbra tremano incontrollate, per la paura, lo stupore, l’immediatezza di quanto accaduto. Nemmeno le preghiere riescono ad uscire dalla voce spezzata. Gli occhi sono increduli, le sopracciglia contratte in un’espressione di terrore.

E quando ancora non sai cosa ne sarà di quella persona che stava al volante in una giornata ventosa di maggio, quando tutto quello che riesci a vedere è il muso di una Uno bianca accartocciato attorno ad un tronco, quando ancora non connetti e non sai dove sei, pensi. Anzi, forse non riesci nemmeno a pensare. L’ansia, la tensione, quelle corde nascoste dentro la tua anima che stai cercando di dominare da mesi, quel suono di pianoforte scordato che dentro di te non imbrocca una nota giusta da tempo, forse troppo per ricordarti che la vita va semplicemente vissuta, cogliendo l’attimo presente e senza curarsi troppo del domani, tutto quel groviglio di fili dentro di te sente il bisogno di sciogliersi, di essere avvolto in un gomitolo per trovare ordine e compostezza.

Alla gola si forma però un nodo. Perchè non sai che diritto hai, quale sentimento hai il diritto di esprimere. Puoi forse dar sfogo alle tue sofferenze solo perchè davanti ai tuoi occhi forse una vita, di cui non conoscevi nulla se non il modello dell’auto, rischia di spezzarsi? Ma una goccia che fa traboccare il vaso, non è forse una goccia qualsiasi, una goccia uguale per consistenza e importanza a tutte le altre che nel recipiente si sono ammassate fino a non trovare più posto?

E non puoi. Tu che vedi chiaro e forte il tuo disagio, preciso come se fosse scritto a penna nera su un foglio bianco, capisci che non stai bene. Che certe cose non le hai ancora affrontate e non hai le forze per cominciare altre battaglie. Vorresti un aiuto ma non sai a chi dirigere la tua supplichevole chiamata. Perchè tutti sanno solo dire che passerà, che non serve un medico, che costa soldi. Perchè dire che hai paura è difficile da pronunciare, come se fosse una parola brutta, maleducata. Perchè ti accorgi che tutto può accadere quando meno te l’aspetti. Che un giorno esci di casa per fare un giro e non sai se tornerai. Perchè potrebbe accadere qualcosa anche ai tuoi parenti o amici e potresti finire per pentirti o rammaricarti per il poco tempo passato con loro. Perchè non capisci più se la tua è solo paura o premonizione. Se quel pensiero assillante che ultimamente ti martella la testa sia solo un fattore consequenziale del dolore che hai provato e che, da essere umano, ti auguri di non riprovare. Perchè ti rendi conto che le coincidenze esistono, che non c’è un limite numerico agli addii, che la vita non fa sconti.

E finisci così. Su una sedia, a raccogliere i pensieri che, fortunatamente, hanno ripreso a vorticare nella tua testa, e speri che le tue paure passino, si nascondano come polvere sotto il tappeto della tua camera.

Le allontani. Le soffochi. Sperando che non siano loro a sopraffare te.

Capitolo 5

La camera era in penombra, ad illuminarla c’era solo la lampada snodabile appostata sulla scrivania. I libri di chimica erano aperti e le pagine venivano sfogliate avanti e indietro con fare stizzito mentre una mano ticchettava sul tavolo. Fuori la notte era buia e come fosse un manto calava sulla città, rendendo tutto più bello e tranquillo, pure il traffico diventava più silenzioso e si innalzava al rango di opera d’arte composta da luci posizionate sulle strade e sui cavalcavia, quasi come un ornamento. Le tenebre scivolavano sui condomini, sulle fabbriche disseminate oltre la ferrovia, sulla fiera e sui musei, inghiottendo tutto senza fare distinzioni. La cattedrale era illuminata da fili di lampadine affisse dai tecnici del comune per la notte bianca che si sarebbe tenuta nel week end, rischiarando il quartiere residenziale con un’atmosfera quasi natalizia.

A quel tavolo con le gambe sotto al sedere, Marta tentava di imparare, immagazzinare, ricordare. Su un foglio di un block notes utilizzato soprattutto per scarabocchi durante le noiose lezioni del professor Gigli, illustre decano dell’università dall’età indefinita ma quasi certamente risalente alla fondazione della facoltà di biologia, uomo che con la sua parlata stanca e biascicata avrebbe potuto rendere noiosa qualsiasi cosa e addormentare chiunque, persino un orso appena uscito dal letargo, scribacchiava formula, numeri, equazioni e quant’altro. Era certo più divertente riempire quei fogli con disegnini e frasi stupide mentre il professor Gigli cominciava con la sua nenia. Era un vecchio dall’aria distinta, con papillon e bastone con la testa di un cane, sguardo perso e distante chilometri dall’aula sovraffollata in cui, non certo per interesse o sostegno ma solo per ottenere la riduzione del programma d’esame, gli studenti si stipavano per poter apporre la propria firma sghemba sul foglio delle presenze dell’ora di botanica applicata. Un’agonia a cui tutti si sottoponevano pur di ricavarne qualche vantaggio.

Erano ormai le nove e quaranta e oltre alle formule base dell’acqua e del carbonio era certa di non sapere altro. Guardava il cellulare e la sveglia sul comodino accanto alla testata del letto con maggiore intensità man mano che la lancetta dei secondi terminava il suo giro e andava ad aggiungere minuti alla sfera del tempo. Si mordicchiò il labbro inferiore per tentare di concentrarsi sul da farsi e tracciare una linea immaginaria tra azioni e conseguenze. Nulla da fare. Il suo cervello era più incline all’impulsività del momento, alla decisione vibrante sotto la pelle che al ragionamento, all’uso della razionalità. Con uno scatto che fece cadere la sedia all’indietro, cosa per cui gli inquilini del piano di sotto si sarebbero lamentati il mattino seguente come erano soliti fare da quando si erano trasferiti lì qualche anno addietro, benché fossero essi stessi rumorosi e tra mobili spostati nel cuore della notte, tacchi sbattuti sul pavimento senza alcun riguardo a qualsiasi ora del giorno, trovassero nei loro vicino al piano di sotto persone che avevano altrettanto da ridire, e forse con ragione maggiore delle loro lamentele date all’aria giusto per farsi notare alla riunione di condominio.

Senza dar peso alla bustina che lampeggiava sullo schermo del suo Nokia, aprì la finestra dei messaggi e ne inviò uno in fretta a Carla, sperando che non fosse già uscita ma, come suo solito, stesse ancora davanti allo specchio del bagno per mettere a posto i ricci ribelli. La risposta arrivò immediata: il disegno di un telefono, che significava che le avrebbe telefonato di lì a poco. In men che non si dica l’apparecchio in entrata prese vita e inondò l’aria con i suoi driiin, presto messi a tacere da una pronta Marta che alzava il ricevitore.

«Sapevo che avresti cambiato idea!»

«Semmai lo speravi.»

«Entrambe le cose. Bene, allora a questo punto tirati ma fai in fretta. Alle dieci devi essere sotto casa mia altrimenti non facciamo a tempo per l’aperitivo e sai che il cameriere stacca di lì a poco e non voglio perdermi quella visione paradisiaca. Ah, che pezzo di…»

«Sì ok, ok, ho capito, ho capito. Sotto casa tua.. alle dieci.. oddio sono già in ritardo!»

E si lasciarono così, una tornava davanti allo specchio per l’ultimo round nella lotta contro i ricci e l’altra correva disperata per tentare di rendersi presentabile in un quarto d’ora scarso.

Marta aveva appena finito di parlare con la sua amica che un esserino all’interno del suo cervello iniziò a picchiare con un piccolo bastone sulla porta della corteccia cerebrale. E batti e batti..

«Oh cavolo!» esclamò Marta colpendosi la fronte con il palmo della mano. «Ho dimenticato il portafoglio alla baita. Con la patente!»

«Ihihhih, solo a te può succedere una cosa simile!» sghignazzò la sorella di gusto, staccando per un attimo gli occhi dallo schermo del notebook.

«Devo richiamare Carla… ehm sì signora, buonasera.» deglutì a fatica, la madre della sua amica non era una donna molto cortese.

«Mi dispiace disturbarla a quest’ora.. sì sono Marta.. no signora, non era mia intenz..- le sue scuse rimasero a volteggiare tra i fili del telefono, la signora M. non le dava molto spazio per esprimersi e la mise al suo posto metaforico, tra brontolii e frasi infuriate.

«Buonasera anche a lei.. Ehi ciao, scusa Carla, sono desolata ma non potevo fare a meno di chiamare.- biascicò con tono sconsolato. -Sono senza patente!-

«Che cosa, tu? Ah, questa poi è buona! Te l’ha confiscata qualche carabiniere?-

«Ma no cosa stai dicendo, ho solo dimenticato il portafoglio alla baita con tutti i documenti e anche i soldi. Per fortuna che scesa dal treno un tizio mi ha pagato il biglietto dell’autobus o me la sarei fatta tutta a piedi, sotto il cielo minaccioso di pioggia e-

«E com’era sto tipo?-

«Uhm.. non lo so. Ho visto a dire il vero solo la mano.. non ho fatto a tempo a guardarlo in faccia per ringraziarlo come si deve.» bofonchiò.

«Eh? Tu sei strana forte! Non ricordi niente, nessun particolare? Un neo, qualcosa che lo identifichi tra migliaia di persone?»

«Sì credo di sì.. aveva un braccialetto d’argento con un ciondolo a forma di scarabeo. Spuntava da sotto il polsino della camicia. In un primo momento non ci avevo fatto caso ma ora che mi ci fai pensare..» guardò verso la finestra e come se un proiettore stesse trasmettendo un film, vide una mano da uomo, giovane con una leggera peluria castana, degli spiccioli trattenuti tra l’indice e il pollice destri, un polsino a righe bianche e celesti e quel piccolo bagliore su cui si posarono i suoi occhi sbalorditi. Fu un attimo, una frazione di secondo in cui quel piccolo ciondolo di argento fece capolino e poi tornò nell’oblio quando l’uomo si fu voltato.

«Ehi ci sei ancora?»

Risvegliata da quel flashback, Marta tornò in sé.

«Senti allora ti passo a prendere io, stessa ora ma sotto casa tua. Fai in fretta e vieni tirata!!»

***

Si sa, i momenti davanti allo specchio sono per una ragazza un diletto e allo stesso tempo un incubo. L’immagine riflessa fa pensare, insinua dubbi e dà quasi mai risposte sincere. C’è chi si scruta centimetro per centimetro, si fissa, ispeziona ogni angolo temendo il sopraggiungere della vecchia, di veder spuntare qualche nuova ruga, qualche zampa di gallina attorno agli occhi che, invece di sottolineare la maturità di una persona, danno oggigiorno l’idea di vecchio, putrido, finito, sconfitto. Da dimenticare, non considerare, da lasciare in un angolo, da non curarsi. Per altri invece è lo strumento tramite cui stanare i chili di troppo, quei rotolini che si appoggiano sui fianchi, cingono l’addome in una stretta mortale e mollacciosa, oppure quelle riserve di grasso sotto le braccia o sotto il mento, o avviluppate come serpi lungo le cosce. Lo specchio diventa un nemico crudele che ci dice che non andiamo bene e per un sistema contorto che ci ammala il cervello, quell’immagine si imprime nella mente e vediamo solo quella, nonostante diete, digiuni, sforzi in palestra e sedute dall’estetista. Quella visione distorta si approfitta della debolezza e si va a nascondere in un posto recondito e smesso della mente, come quel vestito che tanto vorremmo indossare ma in cui non riusciamo più a infilarci come anni prima. Lo specchio. Una lastra riflettente, liscia, suadente e tentatrice, usata nel modo sbagliato, dimentichi del motivo per cui è stato inventato: raddrizzare vestiti, fare nodi alle cravatte, avvistare pelucchi bianchi su giacche o maglie nere e verificare che le calze indossate siano dello stesso colore.

Essendo poi donna, Marta aveva bisogno di risposte immediate e che confermassero le sue pretese: apparire carina, curata, con quel nonsoche che rende le persone interessanti, ben disposte alla conversazione ma mai volgari. Per questo l’anta dell’armadio su cui stava avvitato lo specchio veniva continuamente tenuta sott’occhio al minimo movimento, ogni angolazione di gonne e pantaloni passavano sotto lo sguardo vigile e attento, con la subitanea formulazione di dubbi, critiche, decisioni che portavano gli indumenti ad essere gettati su uno dei due letti della camera, a seconda che rientrassero tra i da-rivedere e gli inindossabili. Quando mai una donna è soddisfatta di ciò che indossa se prima non ha ricevuto il consenso di almeno un parente stretto o amica di fiducia? Se poi si potesse riunire una seduta condominiale e mettere ai voti, certamente la sicurezza sarebbe maggiore: si avrebbe la certezza che è meglio vestirsi come si vuole in cinque minuti che perder tempo sperando di piacere a tutti.

Le pile si accatastavano sui materassi e se non fosse stato per sua sorella che le fece notare una leggera pioggerellina che picchiettava sui vetri della finestra, probabilmente non si sarebbe mai decisa. Indossò così un paio di pantaloni neri sopra a calze sottili che velavano appena le gambe e una maglia di cotone multicolore, sui colori della terra d’Africa, dipinta di marrone, arancioni e rossi accesi. Un paio di accessori per illuminarle il viso e il trucco base per dare profondità allo sguardo e far concentrare l’attenzione sugli occhi intensi. Prese il labello e ne aprì la confezione rotonda, passò delicatamente l’anulare sulla superficie rosea e appiccicosa e poi sulle labbra.

Smack.

«Ma che fai le prove per baciare qualcuno?»

«No sorellina, lo faccio solo per stendere meglio il labello. Che stupida che sei a volte.»

«E tu no? Hai forse chiesto a mamma e a papà se puoi uscire durante la settimana?-

«Faccio l’università, io. Non devo alzarmi alle sette domattina e farmi portare a scuola.»

«Certo ma non sono io quella che rimanda la laurea da secoli perché non riesce a dare uno stupido esame.»

«Cosa? E’ questo che pensi? E comunque carina ti assicuro che non è uno stupido esame, è molto complicato, difficile e imprevedibile!»

«Sì sì, se così fosse te ne staresti rinchiusa in camera tutti i santi giorni invece di fissare la pagina di facebook di Filippo e il cellulare!»

«Ma cosa vai farneticando! Tu sei tutta scema, tu e la tua amica Corinne, sempre lì a spettegolare, a spillare soldi alla mamma per fare shopping, come se non fossero abbastanza tutti quelli che spende per mandarti a danza. E non ti accorgi neppure che qui si fa fatica ad arrivare a fine mese! Sì cara mia e non ti rendi nemmeno conto che c’è aria di tempesta ma sei così incentrata su te stessa per riuscire a vedere i lampi e le occhiatacce che si lanciano quei due!»

«Ma…ma cosa vai dicendo. Loro si amano, sono contenti del loro matrimonio e…»

«E se smettono di parlarsi e di intendersi, è la fine del matrimonio e l’inizio del calvario della separazione.»

Il viso corrucciato, gli occhi celesti abbassati a fissare gli intrecci del tappeto della loro stanza, la mani intrecciate dietro la schiena. Sophia era rimasta con la testa svuotata, le parole morte in gola incapaci di risalire in superficie, strozzate da un timore fino ad allora insospettabile. I suoi genitori potevano separarsi, decidere di porre fine all’esistenza congiunta che avevano deciso di rallegrare dando alla luce due marmocchiette che avevano desiderato, accudito, cresciuto e tanto amato. Essi avevano dipinto le pareti di una casa vuota coi colori della comprensione e della serenità, cucinato amore e fantasia quando le piccole facevano i capricci all’ora del pranzo e con le loro manine paffute, sbattevano sul piattino facendo schizzare le pappe tutto in giro; avevano asciugato lacrime, disinfettato ginocchia sbucciate, ricucito pupazzi e raccontato fiabe per farle addormentare; avevano avuto una spiegazione per tutto, soprattutto per le cose più tristi che avevano attraversato la loro vita facendo sgorgare dai grandi occhi lacrime copiose e salate.

Ed ora tutto quel tepore che riscaldava anche le notti più fredde e cupe dell’inverno, poteva finire e lasciare che due figlie si spartissero i rispettivi genitori, per stare chi con la madre e chi col padre. Sophia, come covando un brutto presentimento, alzò gli occhi e li puntò feroci verso la sorella, come fossero pugnali, aghi di acciaio e gridò esasperata:

«E’ tutta colpa tua!- e uscì di casa sbattendo la porta. Uscì così com’era vestita, in pantofole e abbigliamento comodo e un mollettone tra i capelli. Marta si girò per tentare di dire qualcosa di confortante, per difendersi, trovare le parole per tranquillizzarla ma nulla disse e nulla fece. Andò in camera dei suoi dove la madre stava sistemando la biancheria e l’avvertì che Sophia era uscita.

«Non l’ha detto chiaramente ma credo sia andata al piano di sotto dalla signora Cecilia… per via del canarino…-

«Ah va bene.- non distolse lo sguardo dalle lenzuola e dagli asciugamani gettati sul letto in attesa di essere piegati e poi riposti.

«Ehm senti mamma…»

«Dimmi.» fece con noncuranza.

«Vado a fare un giro con Carla… torno presto ok?»

«Ma non dovevi studiare?» fece la donna con gli occhi supplichevoli.

«Sì ma non riesco a concentrarmi, ho bisogno di svago anch’io.»

Lei annuì, lo sguardo di nuovo a federe e lenzuola.

Marta la vide stanca come non l’aveva mai vista, invecchiata di colpo, come se le avesse spezzato il cuore. Le guardò il viso con più attenzione e le parve che la ruga sulla fronte non fosse più sola ma che una serie di ragnatele si insinuassero sul suo viso e lo crepassero in più punti come un vaso pronto ad andare in frantumi. Iniziò a chiedersi se fosse davvero colpa sua, se il terremoto che allungava i suoi tentacoli tra le mura della sua famiglia fosse una conseguenza delle sue azioni e dei suoi insuccessi universitari. Si voltò e quasi con un sussurro, uscì a sua volta di casa.

***

La Smart rossa attendeva parcheggiata davanti al cancello automatico del palazzo. Nonostante il cartello Passaggio carrabile facesse bella mostra di sè, la piccola autovettura aveva scelto quello spazio per appostarsi. La notte era fredda e un velo di umidità si infilava sotto la pelle attraverso l’impermeabile. Dai comignoli, bui profili nella notte, non si levava più il fumo grigio dei caminetti tipico del periodo invernale che a Marta ricordava tanto il Natale. Chissà perchè tutto la portava con la mente a dicembre, alle sue giornate che sapevano di ghiaccio sulle strade, agli imprevisti che per colpa di un freddo siberiano che faceva colare a picco la colonnina di mercurio erano all’ordine del giorno come gradini scivolosi e cancelli automatici bloccati. Si ricordò di una mattina di tanti anni fa. Doveva avere all’incirca sei o sette anni mentre sua sorella era in procinto di andare alla scuola materna. Era un tempo diverso, fatto da colori caldi e fotografie ingiallite, in cui tutto sembrava grande ed eterno, immortale e austero come un tempio di granito. Se la ricorda ancora quella mattina, di una domenica ormai passata, lo scalpiccio dei passi lungo il corridoio, la luce che entra insistente dalla finestra appena spalancata. Dal suo lettino vede un cielo terso e brillante che le fa distogliere gli occhi appena svegliati e per istinto si ficca sotto le coperte. Poi mani sapienti e premurose le levano la coperta e le lenzuola di dosso, la sollevano e mentre lei cerca riparo con le manine, la portano alla finestra. Dal balcone della sua camera vede un paesaggio nuovo, fresco e a quella vista non protesta più per tornare al calduccio e riprendere il corso dei sogni. L’aria sa di buono e di pulito come se tante lenzuola fossero appese al sole dopo il bucato, il prato non c’è più, la strada nemmeno, le automobili si intravedono appena. Era arrivata la neve. Di corsa il papà, perchè era stato lui ad intrufolarsi nella cameretta per farle quella sorpresa, la porta di corsa nella camera matrimoniale dove la finestra è già spalancata e una mamma con una pargoletta di due anni e mezzo la accoglie a braccia aperte e le stampa un bacio in fronte. Stanno lì tutti e quattro, a ridere e giocare, sotto coperte di lana, respirando il profumo di un amore e un affetto che poteva colmare pance affamate e rischiarare cieli tempestosi, così lontani da quella stanza rischiarata dal luccichio della neve.

Respirò intensamente e battè con le dita al finestrino della Smart. Salendo chiese:

«Senti anche tu aria da neve?»

***

Un piccolo bolide rosso sfrecciava per la città, imboccava la tangenziale sud lasciandosi alle spalle la città per dirigersi verso la prima periferia dove un noto dirigente locale aveva acquistato un bar e l’aveva trasformato nell’attrazione principale per i giovani, soprattutto universitari che vi si riunivano il mercoledì sera e nei week end. Il Gramellini era su due piani, ricavato unendo il bar antecedente ad un paio di appartamenti che occupavano il piano superiore. Rimesso a nuovo, tappezzato con stampe anni 80, un jukebox di ultima generazione serbante le migliori hit del momento e, all’entrata pronto ad accogliere i clienti, un bancone ad ellisse ultimava l’arredamento al piano terreno. Una scala, una ad entrambi i lati della stanza, conduceva al piano superiore che ospitava un piccolo palco sul fondo dove spesso si esibivano band di revival o da dove esplodeva la musica dei set dei dj più in voga. Le luci erano per lo più soffuse e colorate, principalmente faretti collocati con maestria nel controsoffitto, perfetti per creare forme e illusioni; lungo le pareti c’erano divanetti di pelle e tavolini di metallo lucente che riflettevano il soffitto aumentando la sensazione di luminosità dell’ambiente. Per finire al centro si apriva una pista da ballo con due cubi ai lati dove cubiste professioniste si susseguivano nelle serate cult, quelle con i dj dal nome improbabile masticato nell’ambiente dai proseliti della musica house.

Il mercoledì sera per entrare si faceva fatica. All’entrata, una porta con pannelli neri, si ergeva in completo sempre nero un uomo della sicurezza con le mani una sopra l’altra e petto infuori. Vicino all’omone una ragazza con labbra luccicanti e lunghi capelli lisci ribelli, si affaccendava attorno ad una lista di nomi per far entrare prima chi aveva riservato uno dei pochi tavoli disponibili. La coda era tanta, i ragazzi e le ragazze stavano ammassati in una fila delimitata da entrambi i lati da transenne, riparati da eventuali piogge da un tendone violaceo. In molti provavano a superare gli altri e, tirando a indovinare il nome di qualche pr o fingendo di aver avuto un accordo per esser messi in lista per poi essere barbaramente dimenticati, si avvicinavano alla ragazza dai capelli lunghi e lisci, non trattenendosi dal fare commenti sulle gambe nude, appena coperte da una minigonna troppo corta. Appena ella sfogliava i fogli della cartellina ed escludeva la loro presenza dalle righe battute a computer, si girava l’omone e con uno sguardo molto eloquente li faceva sloggiare appena iniziavano a protestare o sostavano nei paraggi più del dovuto.

In quella calca Marta e Carla aspettavano, l’una con paziente rassegnazione, l’altra pigiando i tasti del cellulare in cerca del contatto giusto a cui rivolgersi per entrare al Gramellini il prima possibile, in tempo per ammirare il suo cameriere preferito, un fusto da un metro e novanta con due occhi azzurro intenso.

Capitolo 4

Nella stessa città un altro telefono squillava, un cordless veniva sollevato e una mano si poggiava sul microfono, quasi a voler attutire il suono della voce.

«Ehi amico, come va? Tutto bene con la donna dei tuoi sogni?»

«Shhh! Parla piano! A dire il vero abbiamo litigato e non ci siamo ancora chiariti.» Sebastian si sedette sul bracciolo del divano guardando fuori in veranda mentre un gattone dal pelo folto e bianco candido si strusciava contro le sue gambe.

«Ma perché parli così piano scusa?»

«Oh Gianni, è andata a dormire perché dice di aver mal di testa e così non voglio far casino. Già le cose vanno male ultimamente, non voglio scatenare un altro round.- sussurrò con un filo di voce Sebastian poggiando gli occhi verdi sul gatto che continuava imperterrito con la sua tecnica di rabbonimento.

«Bè stasera vai di sicuro in bianco, tanto vale uscire. Alle undici e trenta da Gramelli e non far tardi, stasera ti faccio divertire io!»

«No Gianni, non se ne parla, io lavoro domani, al contrario di qualcuno qui!-

«No niente scuse, tu hai bisogno di farti desiderare, di trattarla male e farle sentire la tua mancanza. Credi a me, quando torni stanotte il mal di testa le sarà passato eccome!» una risatina sommessa concluse una chiamata che non ammetteva repliche.

Rimasto solo, Sebastian guardò il gatto che, ritto sull’attenti nei pressi della ciotola, lo guardava fisso con gli occhi sbarrati.

«Ma sì, che mi costa uscire?» e andò verso il bagno, lasciando il gatto senza cena.

Afa. Non era un buon inizio. I finestrini abbassati del treno 11016 delle otto del mattino davano un’illusione di fresco. Era proprio un agosto caldo, umido, faticoso. Il convoglio sfrecciava tra campi, piccole stazioni di periferia, sotto un cielo pesante di calura. Le nuvole non si vedevano. Sciopero.
Sul sedile, appoggiato allo schienale dritto composto come un militare, stava un giovane sui vent’anni, capelli corti a spazzola e occhi nocciola. Stava là seduto con le mani sulle ginocchia come se stesse ripassando una scena che nella sua mente continuava a ripetersi, sempre uguale, sempre la stessa e mai reale.
Un sospiro e cambiò posizione, si rilassò e tirò fuori dal piccolo zainetto poggiato sul sedile affianco un walkman. Infilò le cuffie e la musica inondò l’aria con potenza. Rebel rebel era la prima. Quel sound graffiante, quella decisione e limpidezza della chitarra facevano venire i brividi. Un piede iniziò a tenere il tempo e le labbra si socchiusero mimando il ritornello. Le mani invece davano concerto come se stringessero tra le dita lunghe una chitarra.
Il tempo passava lento. Le fermate diventavano più rade e il cielo si illuminava sempre di più. Il caldo aumentava e l’aria che entrava dal finestrino faceva solo il solletico. Dopo un paio d’ore arrivò alla stazione del cambio. Scese sul binario e andò alla ricerca del tabello-ne. Il prossimo treno sarebbe partito in una ventina di minuti, giusto il tempo di andare al bar e comprarsi un panino. Lo mangiò seduto su una panchina di pietra, metà all’ombra e metà al sole. Mordeva il pane con lentezza, nessuna fretta a rincorrerlo. Per il prossimo mese avrebbe assaporato tutto con calma, con avidità di sapere, di ricordare, di fissare ogni momento e ogni odore, colore, forma nella sua mente. Andava allo sbando, all’avventura. Voleva conoscere il mondo, vederlo, toccarlo, fermarlo.
Il treno Intercity arrivò al binario 4. Emozionato salì i tre gradini e andò a cercare il suo posto. Le sue mani fremevano, i suoi occhi scorrevano i numeri affissi tra un finestrino e l’altro con agitazione e un leggero batticuore. Trovato il suo posto prese a sistemare lo zainetto. E lo guardò davvero per la prima volta. Era piccolo, con poche cose dentro la grande tasca. L’essenziale dell’essenziale aveva raccattato in fretta e furia dai cassetti della sua stanza. Il portafoglio era più magro che mai, con due banconote a farsi compagnia, una da cinquanta e l’altra da centomila lire. Poi si guardò le scarpe, i pantaloni, la maglietta. Realizzò solo allora che non avrebbe combinato molto. Le sua chance di non rendersi ridicolo erano precipitate miseramente sul pavimento della carrozza 7, andando in frantumi, riducendosi in piccoli pezzetti che si infilavano sotto le poltrone. Corrucciò la fronte. E decise.
Altro tempo passò. Altri campi si profilavano davanti al suo sguardo stanco e rassegnato. La musica si mescolava al rumore delle ruote sulle rotaie, il clangore delle carrozze sballottate nel vento dava alle note una tonalità diversa, spaziale. Non più eccitato ma solo annoiato, guardava il vento dalle fessure degli occhi. Di lì a poco c’era la sua fermata. Guardò l’orologio e le lancette lo prendevano in giro, facendosi beffe di lui, del tempo a sua disposizione, così tanto, una vita davanti, eppure così poco per viverlo a pieno.
L’altoparlante gracchiò qualcosa senza riuscire a farsi sentire. Le parole uscivano dai finestrini e si perdevano nel vento.
Il giovane prese il suo zaino in spalla e attraversò il corridoio con passo calibrato, come se contasse lo spazio verso l’uscita, allo stesso tempo entrata in qualcosa che lo opprimeva. Le porte si aprirono e scese. Il treno ripartì alle sue spalle, diventate curve come se sostenessero un macigno. La testa guardava il marciapiede di cemento, le sue scarpe a dare un tono di colore in quell’ammasso di grigio. Lentamente si voltò e cominciò a camminare.

-Allora com’è andata oggi figliolo?- gli chiese sua madre tornata a casa dal lavoro.
-Le solite cose.- fece lui.
Era tornato a casa.

Capitolo 3

Attorno al tavolo della cucina quattro paia di occhi si guar-davano, si scambiavano messaggi. Quattro persone, tra una forchettata e l’altra di bavette alla panna e prosciutto crudo, si scambiavano informazioni, commenti, facevano domande sulla giornata appena trascorsa. Il marito di Teresa era tornato a casa dopo una lunga e faticosa giornata di lavoro (era impiegato in un’azienda di import-export, settore contabilità) perché, da qualche settimana, si combatteva per far quadrare i conti, tagliare le spese superflue e trovare una soluzione per mandare avanti l’attività. Il nemico contro cui tutti facevano i conti sembrava ingigantirsi ogni giorno di più. I soci dell’azienda, una S.r.l. attiva sul territorio da quasi ottanta anni (era sorta tra la prima e la seconda guerra mondiale), erano preoccupati per i tempi a venire, seriamente preoccupati. Le ditte non pagavano sempre i loro conti, se pagavano lo facevano in tempi lunghi, in modo dilazionato, chiedendo interessi al minimo: il fallimento sembrava alle porte, grandi porte di legno massiccio, dell’ufficio della direzione centrale, porte che si sarebbero spalancate e, nel cono di luce che si sarebbe proiettato nell’angusto corridoio, sarebbe passato un impiegato con una lunga lista di nomi nella mano sinistra e un blocchetto nella destra. Mentre le ante si richiudevano con un rumore tonfo, l’impiegato con falcata decisa e la fronte imperlata di sudore si sarebbe diretto al suo computer. Avrebbe aperto il file dove erano salvati i format standard delle lettere, avrebbe scorso i vari tipi fino a trovare quello che stava cercando licenziamento.docx. Una ad una le lettere sarebbero state compilate, stampate e inviate e decine di famiglie si sarebbero trovate di lì a un paio di mesi in mezzo ad una strada. Il marito di Teresa non parlava mai di questo suo incubo ricorrente. Lui no, non poteva far preoccupare così la sua famiglia, fintanto che c’era un bar-lume di speranza non avrebbe detto nulla. Non raccontava cosa accadeva davvero al lavoro, non ce la faceva. Allora riempiva i silenzi con storielle comiche sui suoi colleghi, i pettegolezzi e qualche novità di seconda mano come il matrimonio di quel collega avvenuto ormai un paio di mesi prima, il viaggio di nozze con tutti i particolari del soggiorno, le corna di quell’altro che non si accorgeva di quanto la moglie fosse infedele, ecc. ecc.
La signora Teresa invece parlava con meno difficoltà del suo lavoro. Era da sempre una donna schietta, pratica e alla mano; se c’era qualcosa da dire la diceva, non faceva giri di parole. Anche col marito era diretta perchè per lei la sincerità era tutto, era la base dell’esistenza, della vita di coppia e dell’educazione che ogni giorno impartiva alle sue figlie. I ca-pelli castani leggermente mossi, di un tono più scuri di quelli di Marta, erano stati raccolti in uno chignon morbido per permetterle di svolgere i lavori di casa con più praticità ma un ciuffo ribelle le cadeva lungo il contorno del viso, dandole un’aria sbarazzina e morbida. Non che fosse una donna particolarmente severa, nulla a che vedere con le mamme soldato, ma la sua schiettezza poteva esser confusa con un senso dell’autorità che non le apparteneva. Quel ciuffo mosso la ingentiliva ecco.
«Caro, settimana prossima c’è da pagare il bollo dell’auto. Per restare nel bilancio familiare pensavo che..»
«Ma su dai Teresa, stiamo cenando!» sbottò il marito alzando gli occhi dalle bavette e tuffandosi con smorfia risentita nelle notizie di cronaca.
«Ma caro..» disse, cercando di riprendere il discorso che considerava di vitale importanza. «..con la crisi dobbiamo tro-varci preparati e non spendere un soldo più del necessario.» concluse depositando il piatto ormai vuoto nell’acquaio. Con la stessa ovvietà chiese chi di loro volesse l’insalata e si accinse a condirla in una terrina di vetro.
«A me senza aceto per carità!» si affrettò subito a ricordare Marta.
«A me invece tanto mamma!» si accodò la figlia minore.
Con meticolosità Teresa tirò fuori la verdura dal frigo già lavata il giorno prima, prese la terrina, l’olio e l’aceto, il sale e una ciotola più piccola per la porzione di Marta. Mescolava l’insalata con occhi assenti. Era stanca ma doveva organizzare il giorno seguente, il bucato, la cena, la posta per inviare una lettera. E poi cos’altro? Le sfuggiva qualcosa ma non avrebbe saputo dire di che si trattava.
«Ecco la tua ciotola e tu invece prenditi quello che ti serve.»
La televisione gracchiava notizie su notizie, una più scura dell’altra. Un marito che aveva accoltellato la moglie perché credeva che lo tradisse, una vecchia uccisa in casa per un pu-gno di banconote, una palazzina caduta a causa di una fuga di gas: due morti e alcuni feriti, anche dei bambini molto piccoli.
«Oh santo cielo, ma guarda se queste cose possono accadere ancora al giorno d’oggi!» esclamò Teresa portando le mani alla bocca e guardando il marito. L’uomo le rispose alzando le spalle e socchiudendo gli occhi come a dire “Eh sì, succede ancora”. Le loro conversazioni ultimamente non erano brillanti o intense come un tempo. Era un periodo di stasi, ognuno concentrato su se stesso, le proprie preoccupazioni e la ricerca di soluzioni per risolverle.
«Bene, bimbe avete vestiti da lavare? Tu Marta, hai disfatto la valigia?»
«Sì, quello che dovevo l’ho messo nel cesto di vimini, in camera.» Marta e i suoi occhi nocciola guardavano la madre dal basso della propria sedia. Teresa che in piedi con i palmi della mani appoggiati sul tavolo si girava e andava nella zona notte, con gli stessi occhi e solo quella maturità in più che li rendeva vissuti.
«Ohi ma che cos’ha la mamma? Non ti sembra un po’ stra-na?- chiese di soppiatto alla sorella minore girandosi verso di lei.
«La mamma non ha niente» sbottò il padre che non era an-cora sordo. «E’ solo stanca. Lavora e voi non l’aiutate mai in casa.»
«Sì ha ragione il papà, non fai nulla per aiutarla» e canzo-nando la sorella, la figlia minore si alzò e andò in camera.
Marta restò seduta al suo posto, con la forchetta che pun-zecchiava una foglia di lattuga qui, una foglia là ma con poca convinzione. Alzò gli occhi dalla terrina e guardò il padre di sottecchi, come per scrutare la sua espressione e carpire qual-cosa, qualunque cosa. Ma per tutta risposta vide un uomo in-vecchiato, con una ruga nuova sulla fronte spesso corrucciata, occhi assenti, fissi sul televisore senza che afferrassero le im-magini che passavano una dopo l’altra, i baffi con striature di grigio. La cosa che più la preoccupò furono gli occhi: assenti. Totalmente persi, altrove. Eppure sembrava vivo, partecipe perché si accorgeva delle conversazioni fatte sottovoce, ma allo stesso tempo era da un’altra parte. Stava pensando ad altro, Marta di questo ne era sicura ma ammirava il padre, capace di sdoppiarsi e riuscire ad essere chissà dove ma anche lì con loro.
Finì la sua ciotola di verdura, sparecchiò gli altri due posti già vuoti ed uscì dalla stanza.
«Mi passi il sale per favore?» chiese il padre ma solo allora si accorse che in cucina era rimasto da solo.

***

Driin driin.
«E’ il tuo telefono Marta! Possibile che tu non riesca a riconoscere la tua suoneria, banale e anticonformista come la definisci tu?»
«Oh sì, è il mio» Marta prese il cellulare dal letto su cui l’aveva dimenticato e, alla lettura di “Carla” lampeggiante sul display, pigiò la cornetta verde: «Ciao tesoro! Sei ancora di-spersa in quei boschi abbandonati e dimenticati da Dio?»
«No Carla, no..» rispose con voce titubante Marta.
«Bene, allora stasera si esce!» urlò trionfante Carla all’altro capo del telefono.
«Ma lo sai che non esco durante la settimana, domani devo studiare, catalogare le piante che ho trovato e rimettermi in pari con chimica. Lo devo assolutamente dare settimana prossima, non posso farmi bocciare ancora una volta!»
«Ma dai che lo passi di sicuro! Se anche stavolta canni, bè, fatti il prof!»
«Ma Carla, è una Prof!»
«Allora un pensierino l’avresti fatto se fosse stato un uomo giovane e nel pieno delle forze eh, furbacchiona! A parte gli scherzi dai tesoro, ti devo assolutamente vedere prima che ti si cambino i connotati e ti circondi di gatti!»
Ancora una volta Marta era titubante. L’esame sarebbe stato il lunedì successivo, le mancavano molte pagine da studiare, e lo doveva passare. Doveva accantonare quelle formule matematiche che non volevano entrarle in testa, che saltavano davanti ai suoi occhi, si rincorrevano e finivano per evaporare come neve al sole. Era un esame importante. L’esame che la separava dalla laurea che rimandava già da un po’. Troppa poca concentrazione nell’ultimo periodo e una grande pressione sentimentale le avevano tolto le forze per dedicarsi all’obiettivo primario: il pezzo di carta.
«Senti Marta, solo un paio d’ore, a mezzanotte sei sotto le tue coperte, stretta al tuo comesichiama di pezza e domani ti alzi presto e studi! Più facile di così?»
«Mi dispiace ma proprio non posso. E’ un esame troppo importante, non me la sento proprio. Mi dispiace…»
«Vabbé, sembra che non ci sia nulla che io possa dire o fare per convincerti. Se cambi idea sai dove trovarmi.»

I gradini del duomo erano in battuta di sole. Una striscia di luce li illuminava evidenzian-do il pulviscolo sospeso nell’aria. Il vento si era acquietato. La bandiera del municipio si era accasciata sull’asta. I piccioni, pigri e obesi, zampettavano nella piazza alla ricerca di briciole. I due leoni di marmo eretti sul lato sud della piazza troneggiavano sui turisti, gli unici che in quella calura osavano vagare per la città, fatta eccezione per qualche ambulante che tentava a tutti i costi di vendere ombrelli o accendini ai poveri malcapitati che incontrava sulla sua strada.

A vedere lo zig zagare degli stranieri che, muniti di macchina fotografica appesa al collo immortalavano i monumenti, c’era Tom. Seduto sotto il duomo con una gamba piegata e l’altra distesa fino a toccare due gradini sotto a quello su cui si era appostato, guardava, attraverso i suoi occhiali da sole, dei rayban a goccia alla James Dean, il municipio di fronte a lui e l’immobile vita attorno a lui.

Il bar di Gino era ancora chiuso. Gli ombrelloni dei tavolini esterni erano spiegati come vele contro il sole, le vasiere ai lati della porta d’ingresso si facevano custodi di geranei affaticati e piegati su se stessi. Il caldo toglieva le forze ad ogni cosa. L’orologio della torre cominciò il suo rituale di rintocchi. Prima una campana poi un’altra si susseguirono a spezzare la monotonia della piazza. Risuonarono quattro rintocchi e Tom si mise in posizione. Girò lo sguardo verso la viuzza del lato nord che univa il viale principale con la piazzetta della farmacia, quella con la fontana. Iniziò a fissare lo sbocco della via sulla piazza del duomo. Cambiò anche posizione, le gambe entrambe avvicinate e i gomiti sulle ginocchia. Il suo sguardo si posò dapprima su una signora cicciottella con una gran gonna a fiori e un cappello a tesa larga in testa, al braccio una sporta al momento vuota. Poi dietro di lei si fece strada un vecchio signore dall’aria distinta, alto e magro, trainato insistentemente da un bassotto inglese, basso ma evidentemente in piena forza. Poi arrivò lei. Avvolta in un vestito di cotone lungo fino al ginocchio, celeste chiaro con due enormi tasche all’altezza della vita. Le gambe affusolate e ancora pallide spuntavano da sotto la gonna. Al collo pendevano delle perle finte che ballonzolavano ad ogni suo passo. I capelli sciolti, lisci, splendevano al sole come miele di acacia. Per Tom avevano anche lo stesso profumo. La ragazza guardò l’orologio ed entrò di corsa da Gino. Lavorava lì. Da un mese andava ogni mercoledì ed ogni week end a dare una mano. Tom sapeva solo il suo nome e nulla più. Così da quando l’aveva vista la prima volta, si appostava ogni qualvolta ne aveva la possibilità per guardarla arrivare da lontano, con quei vestiti che diventavano sempre più leggeri mano a mano che si andava verso l’estate.

Quando la ragazza scomparve dietro la porta a vetri guardò un’ultima volta la bandiera sul pennone del municipio. Poi si alzò e andò verso il Garibaldi a cavallo per prendere l’autobus.

La bandiera si era riempita di una folata di vento.

Capitolo 2

«Sono a casa! Oh bel micione sei qui». Il persiano di cinque anni, pelo bianco e occhi azzurri, si era diretto alla porta dell’appartamento, piano attico, non appena aveva udito, dal suo angolo vicino al caminetto, la chiave girare nella toppa. Alla seconda mandata era già davanti alla porta blindata, seduto composto con le zampe avvolte dalla folta coda e sguardo all’insù.

«Su fai il bravo Oreste, dammi un secondo per cambiarmi e poi ti do la pappa.»

Mentre la padrona di casa si cambiava gli abiti nella camera da letto, il felino gironzolava su e giù per il salotto, si avvicinava alla tenda della porta a vetri che dava sul balcone e, sinuoso, scostava col muso un lembo per guardare fuori come se anche lui ammirasse il buio della sera con la quiete che portava alla città.

Un rumore familiare e il gatto si voltò e volò verso la sua ciotola.

«Eccoti qui le tue crocchette. Non fare l’ingordo e mangia piano!» con una risata la donna, ancora china sul micione, guardava l’affamato che si nutriva con voracità. Era proprio ingordo. Non era neppure sicura che fosse solo un gatto. No, decisamente no. Aveva quel qualcosa in più che talvolta fa dire alle persone la fatidica frase “E’ come uno di famiglia, si comporta proprio come una persona!”. Ne era sicura, lo percepiva quando, rientrata dal lavoro o dalle spese, lo trovava in attesa davanti alla porta, con quegli occhioni che parlavano e mandavano messaggi ben precisi: “Sono tanto bellino e buono, mi merito la mia pappa!”, oppure quando le si accoccolava vicino mentre stava sdraiata sul lettino in terrazza a prender sole e lui usciva di casa e andava a sdraiarsi all’ombra da lei creata, così, giusto per farsi compagnia. Era sì un animale catalogato da molti come un approfittatore, nulla di comparabile al fedele cane, ma sapeva ripagare per le attenzioni ricevute.

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